Alessandro Polidori, “Il ragazzo che ricordava il futuro”: quando il viaggio nel tempo diventa un viaggio dentro noi stessi

 

Hai mai immaginato di poter viaggiare nel tempo?

 

Di tornare nel passato per cambiare una scelta, oppure di dare uno sguardo al futuro per scoprire cosa ci aspetta?

 

Quando Alessandro Polidori mi ha parlato de “Il ragazzo che ricordava il futuro”, dopo aver letto il titolo e parte della prefazione, ho avuto subito due flash mentali.

 

Il primo mi ha portato a “La macchina del tempo” (The Time Machine) di H. G. Wells, il celebre romanzo pubblicato nel 1895 e diventato uno dei riferimenti della letteratura fantascientifica.

 

Il secondo, probabilmente più generazionale, mi ha riportato direttamente alla DeLorean di “Ritorno al futuro”, la saga cult che ha fatto sognare intere generazioni con Marty McFly e il visionario Doc Emmett Brown.

 

Ma perché vi racconto tutto questo?

 

Perché il romanzo di Polidori parte proprio da uno degli interrogativi che da sempre affascinano l’essere umano: che cosa accadrebbe se riuscissimo davvero a superare i confini del tempo?

 

E soprattutto: siamo sicuri che sarebbe una buona idea?

 

“Il ragazzo che ricordava il futuro”: la trama del romanzo

Al centro della storia c’è Daniel Ferrari, un bambino dotato di capacità intellettive fuori dal comune.

 

Dopo essere sopravvissuto a un fulmine che colpisce il giardino della sua casa a Roma, Daniel sviluppa una particolare capacità di simulazione mentale che gli permette di visualizzare e progettare macchine complesse con una precisione straordinaria.

 

Un talento che, però, non rappresenta soltanto un dono.

 

La sua mente corre più velocemente di quella degli altri e questa condizione finisce per alimentare ansia, isolamento e difficoltà nel rapporto con il mondo esterno.

 

Il percorso di Daniel cambia quando incontra Mauro Felici, fisico teorico, e Camilla Ferrara, ingegnere. Tre personalità differenti che trovano nella scienza, nella curiosità e nell’amicizia un terreno comune.

 

Il ritrovamento di alcuni appunti attribuiti a Nikola Tesla apre una possibilità tanto affascinante quanto pericolosa: provare a costruire una macchina del tempo.

 

Da quel momento la storia assume i tratti della fantascienza e del techno-thriller, ma senza rinunciare a una dimensione più intima.

 

La sperimentazione apre infatti una frattura nel tessuto dello spazio-tempo e porta con sé conseguenze difficili da controllare. Sullo sfondo compare inoltre una misteriosa agenzia governativa interessata alla tecnologia per finalità militari.

 

Non è necessario raccontare altro.

 

Perché una parte del fascino del romanzo sta proprio nel seguire Daniel, Mauro e Camilla mentre comprendono progressivamente che ogni scoperta ha delle conseguenze e che la conoscenza, senza responsabilità, può diventare pericolosa.

 

La macchina del tempo come metafora della crescita

È probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti del libro.

 

La macchina del tempo non è soltanto un dispositivo scientifico intorno al quale costruire la storia. Può essere letta anche come una metafora della crescita personale.

 

Costruire qualcosa che permette di attraversare il tempo significa confrontarsi con ciò che è stato, con ciò che potrebbe essere e con le conseguenze delle proprie scelte.

 

Ed è proprio qui che la fantascienza lascia spazio a una domanda molto più umana:

se potessimo tornare indietro, cambieremmo davvero qualcosa?

 

Il viaggio di Daniel è quindi anche un viaggio dentro se stesso. La sua diversità, la difficoltà di sentirsi compreso, l’incontro con altre persone capaci di guardare il mondo da prospettive differenti diventano elementi importanti della sua evoluzione.

 

L’amicizia tra i tre protagonisti assume così un valore che va oltre la semplice collaborazione scientifica.

 

Scienza, tecnologia e responsabilità

C’è poi un altro tema che attraversa il romanzo e che, personalmente, ho trovato particolarmente attuale: il rapporto tra progresso scientifico e responsabilità.

 

Polidori inserisce la domanda fondamentale che dovrebbe accompagnare ogni grande innovazione: non soltanto “possiamo farlo?”, ma anche “dovremmo farlo?”

 

Una riflessione che porta inevitabilmente a pensare al nostro presente.

 

Nikola Tesla sosteneva:

“La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità.”

 

Una frase che, riletta oggi, assume un significato ancora più forte.

 

Pensiamo alle guerre, alle pandemie, ai cambiamenti climatici e, più recentemente, alle tecnologie capaci di modificare profondamente gli equilibri economici, sociali e geopolitici.

 

E non parliamo soltanto di armamenti.

 

Pensiamo anche all’intelligenza artificiale, alla possibilità di automatizzare processi sempre più complessi e alla capacità della tecnologia di influenzare il modo in cui lavoriamo, comunichiamo e prendiamo decisioni.

 

Il confine tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è eticamente accettabile diventa quindi sempre più sottile.

 

Ed è proprio questa tensione a rendere il romanzo di Polidori interessante anche al di là della sua componente fantascientifica.

 

Come scrive l’autore:

“Viaggiare nel tempo è il sogno di ogni mente curiosa. Ma senza metodo diventa imprudenza. E l’imprudenza, nella storia dell’uomo, ha sempre chiesto un prezzo.”

 

Una frase che, in qualche modo, racchiude uno dei nuclei centrali della storia.

 

La mente, la mindfulness e l’importanza di chiedere aiuto

Un altro elemento che mi ha colpito nella lettura riguarda il modo in cui il romanzo affronta il rapporto con la mente.

 

Nel percorso di Daniel trova spazio anche il tema della mindfulness e dell’importanza di essere accompagnati da professionisti capaci di aiutare una persona a comprendere e gestire le proprie difficoltà.

 

È un passaggio significativo perché ricorda che avere una mente particolarmente brillante non significa necessariamente riuscire a gestire tutto da soli.

 

Daniel possiede capacità straordinarie, ma deve imparare a convivere con esse.

 

E forse è proprio questo uno dei messaggi più interessanti del romanzo: il talento non elimina la fragilità e l’intelligenza non rende immuni dalle difficoltà.

 

A colpirmi è stata anche la competenza scientifica con cui Polidori affronta alcuni passaggi della storia.

 

Non è semplice raccontare dinamiche legate alla fisica e alla tecnologia senza rendere la lettura eccessivamente pesante. In questo caso, invece, le spiegazioni scientifiche vengono inserite all’interno della narrazione, permettendo al lettore di seguire il racconto senza perdere il filo.

 

Il vero viaggio è dentro di noi

Alla fine, forse, il viaggio più importante raccontato da “Il ragazzo che ricordava il futuro” non è quello attraverso il tempo.

 

È quello che ciascuno dei protagonisti compie dentro se stesso e nelle relazioni con gli altri.

 

La costruzione della macchina del tempo diventa così anche un progetto di crescita: mette i protagonisti davanti ai propri limiti, alle proprie paure e soprattutto alla responsabilità delle proprie scelte.

 

Il messaggio che emerge è chiaro: il progresso ha bisogno di consapevolezza.

 

Perché una grande scoperta può cambiare il mondo, ma il modo in cui decidiamo di utilizzarla può cambiare il destino delle persone.

 

Ed è forse questa la domanda che rimane al lettore una volta chiuso il libro:

 

se avessimo davvero la possibilità di cambiare il tempo, avremmo anche la saggezza necessaria per farlo?

 

Alessandro Polidori: dalla tecnologia alla psicologia, una vita tra scienza e curiosità

Alessandro Polidori, romano classe 1962, lavora da oltre quarant’anni nel settore delle telecomunicazioni, in TIM, dove si occupa di progettazione di apparati per la trasmissione dati.

 

La tecnologia rappresenta quindi una parte importante della sua formazione professionale, ma i suoi interessi non si fermano alle scienze esatte.

 

Polidori ha infatti conseguito una Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università Sapienza di Roma, coltivando parallelamente la passione per la fisica, l’universo e lo studio della mente umana.

 

Anche lo sport occupa un ruolo importante nella sua vita: dal calcio al basket, dalle arti marziali al tiro con l’arco, fino al nuoto e all’attività di istruttore subacqueo.

 

Alessandro Polidori è già stato ospite di AlimentaLaMente.it. Insieme alla moglie Enza Cassano, è autore di “La ragazza oltre le mura”. Un viaggio tra amore, identità e segreti sepolti nel tempo.

 

Con Il ragazzo che ricordava il futuro, Polidori torna quindi a raccontare il rapporto tra essere umano, conoscenza, tecnologia e dimensione interiore, intrecciando competenze scientifiche e interesse per la psicologia.

 

 

Conversazione con Alessandro Polidori: il tempo, la mente e la responsabilità della scienza

 

Daniel Ferrari è un ragazzo molto particolare, dotato di capacità mentali fuori dal comune. Da dove nasce questo personaggio? C’è qualche elemento di Daniel nel quale riconosci una parte della tua esperienza o della tua curiosità personale?

È vero Daniel è un ragazzo particolare, e le sue capacità mentali praticamente uniche. Mi sono ispirato alla mia innata curiosità per la scienza e la psicologia e alla storia personale di Nikola Tesla che aveva capacità simili, ma dati i tempi non sempre veniva preso sul serio, a mio avviso uno scienziato molto sottovalutato. Solo che mentre per Tesla oggi possiamo ipotizzare che avesse dei marcati tratti autistici, per Daniel la cosa è un po’ diversa. Lui sviluppa queste capacità, che crescono con il tempo, in modo del tutto inatteso. Non è un ragazzo autistico, ma indubbiamente in seguito a queste sue capacità assume atteggiamenti e comportamenti che potrebbero farlo sembrare tale. Anche io da ragazzo per via di una grande timidezza e ansia assumevo comportamenti che servivano a nascondere le mie fragilità, mi mostravo più forte e sicuro di quello che ero in realtà. Il prezzo da pagare è stato un grande dispendio di energie fisiche e psichiche per nascondermi dietro una facciata.

 

Nel romanzo la macchina del tempo nasce dall’incontro tra Daniel, Mauro e Camilla. Quanto è importante, nella storia, il rapporto tra queste tre personalità così diverse? E c’è un aneddoto o una curiosità legata alla costruzione dei loro personaggi che ti va di raccontarci?

Arrivato ad un certo punto della storia mi sono reso conto che Daniel non aveva il giusto sostegno da parte dei genitori che per quanto si impegnavano non riuscivano a capirlo veramente. Ha quindi iniziato il percorso di psicoterapia, ma anche lì era arrivato ad un limite che non riusciva a superare, allora ho pensato di farlo confrontare con chi lo avrebbe compreso non solo da un punto di vista scientifico, ma soprattutto relazionale e comportamentale. Insomma, altri due ragazzi impacciati, timidi e incapaci a farsi degli amici “normali”. Mauro ha quello che oggi chiamiamo autismo di tipo 1, (sindrome di Asperger), Camilla una timidezza patologica. Daniel invece con il tempo è diventato arrogante, presuntuoso e irrispettoso nei confronti di chiunque non sia alla sua altezza. Praticamente tutti. In effetti tre personalità molto diverse, ma che trovano nella loro diversità il punto di incontro. Nella terapia di gruppo imparano che il mondo non è solo scienza, ingegneria, fisica, ma c’è tanto altro. E senza che se accorgono diventano amici. L’idea mi è venuta pensando a quando io ho frequentato un gruppo di terapia, all’inizio sono tutti estranei e pensi ma che ci faccio qua con queste persone io non sono come loro. Con il tempo capisci non solo che sei come loro ma che da loro puoi imparare molto. E così è stato per me, e dopo un anno li consideravo amici. Sapevo tutto di loro e loro tutto di me.

 

Nikola Tesla ha un ruolo importante nella storia. Che cosa ti ha affascinato maggiormente della sua figura e quanto è stato complesso trasformare alcuni riferimenti scientifici in elementi narrativi accessibili al lettore?

Sono sempre stato affascinato da questo personaggio per le sue idee rivoluzionarie, la sua genialità e il suo modo di immaginare tecnologie molto avanti rispetto al suo tempo, ma soprattutto perché credeva veramente che la scienza dovesse essere al servizio dell’umanità e non fare gli interessi economici di pochi. In quanto al semplificare alcuni riferimenti scientifici per renderli più accessibili ai lettori non è stato facile perché io non sono un fisico, ma un semplice appassionato, perciò, ho dovuto documentarmi molto. Ho letto alcuni libri di grandi scienziati, tra cui Carlo Rovelli, Kip Thorne e seguito i canali YouTube di Gabriele Ghisellini e Amedeo Balbi, due astrofisici. Il rischio era o di rendere il tutto incomprensibile o di scadere nella banalità. Spero di essere riuscito a mantenere il giusto equilibrio.

 

Daniel vive una condizione particolare: una mente estremamente brillante che diventa, almeno inizialmente, anche una fonte di ansia e isolamento. Quanto può essere difficile, secondo te, convivere con una mente che corre più velocemente del mondo che ci circonda?

Ovviamente la condizione di Daniel è una estremizzazione della situazione che vivono molte persone che hanno qualche neurodivergenza. Basti pensare a chi ha l’ADHD, a chi ha tratti autistici o semplicemente chi soffre di disturbo generalizzato di ansia. Queste persone hanno un modo diverso di processare gli stimoli, i pensieri e le informazioni. E questo può influenzare molto il rapporto con il mondo. Tornando a Daniel quello che lo ha messo in grande difficoltà oltre alla sua particolare “dote” è la sua unicità. Nessuno al mondo era o era mai stato come lui, a parte Nikola Tesla. Questo ha aumentato lo stato di ansia e solitudine, e ha richiesto da parte sua grande impegno per imparare a conviverci. Quando sei alle superiori e ne sai più del professore di fisica o risolvi equazioni soltanto guardandole in un paio di secondi è ovvio che ti estranei completamente dal resto del mondo. La terapia è servita a riportarlo con i piedi per terra, riconoscendo le sue capacità ma ricordandogli anche che era solo un ragazzo. Anche qui sono partito da una base a me nota, ho sofferto per anni di ansia e oggi dopo anni di terapia e qualche ciclo di farmaci riesco a gestirla. Quindi ho preso la mia esperienza personale ed esasperandola l’ho applicata a Daniel.

 

Nel romanzo entrano temi come la mindfulness, il supporto psicologico e la necessità di chiedere aiuto. Quanto pensi sia importante, nella società contemporanea, imparare non soltanto a sviluppare le proprie capacità, ma anche a riconoscere i propri limiti e affidarsi a professionisti quando necessario?

Questa è una domanda importantissima. Viviamo infatti in un’epoca in cui siamo continuamente spinti a essere autonomi, competenti e capaci di risolvere ogni problema da soli. Tuttavia, pensare di poter fare tutto senza l’aiuto degli altri può portarci a commettere errori o a sottovalutare situazioni complesse. Conoscere i propri limiti non significa essere deboli o incapaci. Al contrario chiedere aiuto richiede coraggio e capacità di mettersi in discussione. Oggi gli strumenti ci sono, andare in terapia aiuta a conoscersi, a capire chi siamo e dove stiamo andando. La mindfulness è un valido aiuto per ridurre lo stress, l’ansia e la depressione, dopo averne parlato con uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Importante anche il supporto della famiglia e di amici, che è quello che ha sostenuto Daniel in tutto il suo percorso. I suoi genitori dalla sua parte e la grande amicizia che si è sviluppata con Mauro e Camilla. In conclusione, sviluppare le proprie capacità e riconoscere i propri limiti sono due aspetti complementari. Nella società contemporanea, dove le conoscenze sono sempre più specialistiche e numerose, saper dire “non sono in grado di affrontare questo problema da solo” non è una sconfitta, ma un segno di intelligenza, umiltà e responsabilità. A me personalmente molti anni fa, quando ho scoperto di avere una importante forma di ansia, è mancato un po’ l’appoggio della mia famiglia, aumentando l’isolamento in cui già mi trovavo.

 

Dopo “La ragazza oltre le mura”, scritto insieme a Enza Cassano, e “Il ragazzo che ricordava il futuro”, quali sono i tuoi prossimi progetti? Possiamo aspettarci un nuovo libro o un nuovo progetto legato alla scrittura e alla divulgazione?

Mi piacerebbe continuare a scrivere, ormai ho capito che mi piace. Perché attraverso la scrittura riesco a esprimermi e riesco a condividere i miei pensieri. Posso raccontare emozioni, esperienze e idee. Inoltre, scrivere permette di stimolare la fantasia, permette di creare personaggi, storie e mondi nuovi, sviluppando creatività e immaginazione. Spesso il lettore si riconosce in tutto questo, si sente compreso. Questo gli fa capire che ciò che prova non è strano o esclusivamente suo, ma è un’esperienza che anche altre persone possono vivere. Per questo motivo, uno scrittore non racconta mai soltanto una storia: può far sentire al lettore che qualcuno, da qualche parte, ha provato le sue stesse emozioni e lo comprende. È proprio questa sensazione di non essere soli che rende la lettura così importante e significativa. In conclusione, vorrei proseguire con la storia di Daniel, Mauro e Camilla, e sviluppare le loro esperienze in campo relazionale. Avvicinarli alle dinamiche delle relazioni sentimentali attraverso storie d’amore e di coppia. Chissà chi dei tre avrà maggiori difficoltà.

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