Alessia Ratti, mental coach: lasciare andare per creare spazio e ritrovare sé stessi

Lasciare andare significa accettare che qualcosa finisca senza viverlo come un fallimento. In un mondo che ci spinge a trattenere e controllare, mollare la presa sembra difficile. Eppure è proprio questo gesto a creare spazio per noi stessi e nuove opportunità di crescita.

Ne parliamo con Alessia Ratti, mental coach, che accompagna le persone a trasformare blocchi, dolore e frustrazione in nuove possibilità.

 

Chi è Alessia Ratti

Alessia Ratti, 32 anni, è Emiliana di nascita e romagnola di adozione. Vive a Forlì da sette anni, città in cui ha costruito il suo percorso professionale. Laureata in Scienze dell’Educazione e della Formazione e in Coordinamento e Progettazione dei Servizi Educativi, lavora dal 2023 come educatrice e mental coach, integrando competenze educative e coaching per aiutare le persone a lasciare andare ciò che non serve più e creare spazio per ciò che conta davvero.

«Lasciare andare non significa perdere qualcosa, ma smettere di trattenere ciò che ci impedisce di diventare chi siamo davvero», spiega Alessia.

Il valore del lasciare andare

Lasciare andare non vuol dire cancellare il dolore o far finta che non esista. Significa accettare l’incertezza della vita e riconoscere che ogni fine porta con sé uno spazio nuovo.

Spesso, però, quello spazio viene riempito da rabbia, nostalgia o rimpianto. Ci aggrappiamo al dolore perché rappresenta l’ultimo legame con ciò che abbiamo perso. Ma questo attaccamento, nel tempo, diventa una fonte di sofferenza profonda.

Lutti mai elaborati, occasioni mancate, relazioni finite male: quando non riusciamo a lasciare andare, il passato continua a occupare il presente. Ed è proprio qui che si innesta una consapevolezza centrale nel lavoro di Alessia:

«Non tutto ciò che finisce è una perdita», spiega Alessia Ratti.

A volte una fine è ciò che permette di recuperare energia, lucidità e direzione. È la chiusura di una fase che non ci rappresenta più, e l’apertura silenziosa di qualcosa di nuovo.

Lasciare andare non cancella ciò che è stato. Ci permette di non restarne prigionieri.

 

 

Vulnerabilità e resilienza: una forza sottovalutata

Alla base del lasciare andare c’è la vulnerabilità. Una parola spesso confusa con la debolezza, quando in realtà è una delle risorse più potenti che abbiamo.

Essere vulnerabili significa riconoscere il dolore senza negarlo. È da qui che nasce la resilienza: la capacità di attraversare una caduta, fermarsi, respirare e poi rialzarsi.

La resilienza non è dimenticare, ma trasformare. È scoprire, proprio nei momenti più difficili, energie interiori che non pensavamo di possedere. Chi accetta la propria vulnerabilità spesso diventa più consapevole, più creativo e più autentico.

 

Il coaching come spazio per ripartire

Il coaching diventa uno spazio sicuro in cui fermarsi e fare chiarezza. Non fornisce soluzioni immediate, ma aiuta a rimettere ordine, a distinguere ciò che serve da ciò che pesa.

Nel lavoro di mental coaching, lasciare andare significa sciogliere convinzioni limitanti, ruoli che non rispecchiano più chi siamo, aspettative interiorizzate che bloccano il movimento. È un processo di sottrazione consapevole: togliere per fare spazio.

Creare spazio mentale ed emotivo è spesso il primo vero atto di cambiamento.

 

Lasciare andare: dallo stoicismo al buddhismo, fino a Mel Robbins

Il concetto di lasciare andare attraversa filosofie antiche e approcci moderni.

Lo stoicismo invita a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo controllare. La sofferenza nasce quando cerchiamo di governare l’incontrollabile.

Il buddhismo individua nell’attaccamento la radice della sofferenza. Tutto cambia, tutto è impermanente. Lasciare andare significa non identificarsi totalmente con ciò che è destinato a trasformarsi.

In chiave contemporanea, Mel Robbins propone la teoria del Let Them: lascia che gli altri siano ciò che sono. Rinunciare al controllo sugli altri restituisce tempo, energia e serenità.

Il filo conduttore è chiaro: non tutto ciò che finisce è una perdita. A volte è una liberazione necessaria.

 

 

Creare spazio per sé: l’intervista

Abbiamo incontrato Alessia Ratti per parlare dell’importanza del lasciare andare e di come, oggi più che mai, creare spazio per sé sia una scelta di cura e responsabilità.

 

Alessia, nel tuo lavoro parli spesso di “lasciare andare”. Nella vita quotidiana, cosa significa davvero compiere questo gesto e perché oggi sembra così difficile?

Lasciare andare è tanto un monito quanto deve diventare una sorta di stile di vita: non perchè non deve essere presa con importanza la giornata ma se si impara a non attaccarsi alle cose, o meglio, a dare il giusto valore alle cose che ci accadono, allora impariamo volta per volta a STARE nelle cose nel tempo in cui ci accadono. Se non riesco a lasciare andare qualcosa posso essere ancora troppo ancorata ad essa, rischiando di perdere il mio presente. Oggi dal mio punto di vista pare complicato “lasciare andare” un accadimento, una relazione, un gesto … a causa della sovrastimolazione che ci “obbliga” a fare-produrre-essere performanti in tutto e per tutti. Più sto nel momento presente, più imparo e a riconoscere e dare voce a ciò che mi accade, anche e soprattutto emotivamente, meno fatica farò a salutare le cose che devo inevitabilmente “lasciare andare”.

 

Molte persone si aggrappano al dolore, alla rabbia o alla nostalgia anche quando queste emozioni le fanno soffrire. Nella tua esperienza, perché succede e quali sono le conseguenze di questo attaccamento?

Parlare di cause dell’attaccamento a questo stato emotivo non potrei o meglio, potrei avere ipotesi di riposte ma non essendo una terapista non ho una vera e propria risposta se non che ogni attaccamento derivante da una forte emozione dipende anche molto da contesto e persona stessa che lo vive. Le conseguenze tendenzialmente, sulle quali attraverso esercizi e pratiche intervengo con i cochee, sono in linea generale legate ai picchi emotivi e ad un caos che annulla il “sentire emotivo” finendo per dire le solite frasi del “Non capisco cosa mi succede” “mi sento apatico” “sono sempre arrabbiato/triste…” Rimanendo troppo a lungo in uno stato d’animo ci si dimentica che sicuramente altre volte lo abbiamo vissuto e ne siamo usciti, solo che, per difesa direi, nessuno vuole coscienziosamente stare male (anche se poi si sta bene) e fare fatica nel dolore/rabbia … Ecco perché, secondo me, a volte è più semplice aggrapparsi a cose passate, per avere una “scusa” ed una risposta. Poi sarebbe davvero da approfondire come argomento perché ogni emozione e stato d’animo a i propri meccanismi.

 

Spesso la vulnerabilità è vista come una debolezza. Come può diventare invece una forza nei momenti di cambiamento?

Quando imparo a riconoscere le mie parti vulnerabili come risorse, imparo a sentirmi forte ma soprattutto, una cosa che riscontro molto spesso, c’è il timore di essere giudicati “se piango troppo” “se sono troppo emotiva” “se mi arrabbio troppo spesso” … Premesso che quando un emozione (positiva o negativa) si fa sentire è come se si accendesse una spia della macchina, e quindi mi sta avvisando che quell’emozione in particolare vale la pena essere ascoltata/vista (alternativamente non avrebbe coì tanto eco da destabilizzare il mio umore). Se parto dal presupposto che le emozioni (rabbia paura gioia e dolore) sono positive e negative allo stesso modo, posso altresì pensare che l’emozione che mi rende vulnerabile sia anche la stessa che, allenata, mi aiuta in un processo.

 

Il coaching viene spesso percepito come uno strumento orientato alla performance. Nel tuo lavoro, come può diventare invece uno spazio di ascolto, riflessione e rinascita per chi si sente bloccato o in transizione?

Dipende che coaching sto andando ad analizzare: ci sono tipologie di coaching (sportivo, buisness …) che hanno come tema centrale la performance per il settore di sviluppo. Il coaching esperienziale, che è un pò come dire “indirizzo tradizionale” pone le basi per le specializzazioni e come tale, è anche lui orientato alla performance, chiarendo che tipo di performance si vuole raggiungere: di risultato (misurabile, tangibile…) o di processo (migliorare un lato /sfera emotiva). Capito questo, allora di stende un percorso insieme al coachee sessione per sessione, ma per prima cosa devo avere in mente verso cosa sto andando, anche e soprattutto per scegliere poi nel corso del tempo, strumenti idonei agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il coach è uno spazio di ascolto e riflessione: è capire non solo con la ragione ma anche con il cuore e la parte emotiva, trovando col tempo un modo per tenerli in equilibrio o comunque non portarli ad avere un rapporto sbilanciato tra loro. Il blocco è fisiologico e normale, ed è un punto di partenza soprattutto se si è poco allenati a dialogare con alcune parti di se (sempre senza andare nel passato e nelle cause, quello lo fa la terapia).

 

Alessia, nella tua vita privata ti è mai capitato di dover lasciare andare qualcosa o qualcuno che amavi profondamente? Come hai vissuto quel momento e cosa ti ha insegnato?

Si certo, anche più di una volta purtroppo. Come ho vissuto quei momenti: sicuramente con estrema difficoltà, perché non è semplice ne piacevole lasciare andare qualcosa/qualcuno che si ama(va) profondamente. A volte è necessario per non rimanere “indietro” o ancorati al “Mito dell’età dell’oro”, cioè aggrappati ad un passato che inevitabilmente non può tornare. Se poi questo passato è troppo forte tanto da incidere il presente, allora consiglio un percorso psicologico (io stessa l’ho fatto per questo motivo) ma se si deve “solo” far pace con te stessa e con quell’emozione allora si può lavorare sul presente e futuro anche con un coach. Mi ha insegnato (e mi insegna SEMPRE tutti i giorni) che il tempo non torna, che oggi non è uguale e ieri ne sarà come domani, a rimanere su OGGI e a comprendere come anche nelle emozioni molto forti e magari negative, esiste sempre un po’ di luce, in qualche modo, con pazienza e tempo (e mi ha aiutato ad allenare queste due skills).

 

Secondo te, quali segnali indicano che una persona è pronta – o ha bisogno – di lasciare andare qualcosa nella propria vita?

Io penso che le persone, nel proprio corpo fisico ed emotivo, lo sentano, ognuna a modo suo. Non esiste (fortunatamente) una lista con caratteristiche che se spuntate allora indicano che si è pronti a fare qualcosa o tabelle che indicano che si ha bisogno di più tempo. Esistono dinamiche e strumenti che però ti educano a riconoscere certi segnali e a prendere decisioni in funzione del proprio benessere per imparare ad essere pronti, oppure a riconoscere che non lo siamo ancora, e ci dobbiamo dare ancor un po’ più di tempo, prima di fare un passo. L’importante è dirlo a se stessi e riconoscerlo. Il resto è una conseguenza di questo dialogo interiore.

 

Guardando al tuo percorso personale e professionale, quali sono i progetti futuri che senti più allineati a ciò che sei oggi e alla direzione che vuoi dare al tuo lavoro?

Sicuramente tanta formazione e specializzazione in ambito relazionale famigliare e strategico (con corsi sulla meditazione e su tecniche di visualizzazione). Collaborazioni con enti privati che organizzano weekend con gruppi (a cui ho già partecipato anche) e poi mi piace pensare che il detto “i treni passano una volta sola” non sia corretto, manca un pezzo: i treni passano SE vai in stazione a prenderli. Ecco io mi sento in stazione ora, e scelgo su quale treno salire e quanti viaggi fare e dove andare in funzione anche di come sto io nel momento presente. Non forzo nulla, mi faccio guidare da ciò che reputo “giusto” (cioè legato al mio benessere) – sono passati treni molto belli, su cui ho provato a salire per la stessa metafora usata prima, ma mi sono resa conto che sopra stavo davvero scomoda, e sono scesa. – Che poi, se ci pensiamo, è l’ABC delle sessioni di coaching, ascoltarsi, non forzare e dare voce, per arrivare poi all’obiettivo, che nel mio caso è crescere professionalmente e continuare a migliorarmi.

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