“Amaranthine”, di Silvia Parenti: ciò che non appassisce continua a vivere dentro di noi
“Amaranthine è ciò che resta intatto anche dopo essere stato attraversato.”
— Silvia Parenti
Viviamo in un tempo che ci insegna a voltare pagina in fretta, a lasciarci tutto alle spalle. La poesia, invece, ci ricorda che non tutto è destinato a svanire. Alcune esperienze continuano a vivere dentro di noi perché hanno contribuito a renderci ciò che siamo.
È da questa consapevolezza che prende forma Amaranthine, la silloge di Silvia Parenti: un viaggio poetico dentro l’amore, la perdita, la memoria e quelle parti di noi che resistono al tempo senza chiedere di essere salvate.
Fin dalle prime pagine, l’autrice chiarisce il senso della propria scrittura:
“Scrivo perché il silenzio, dentro di me, non è mai stato davvero vuoto.”
Non è una semplice dichiarazione poetica, ma una confessione esistenziale. Per Silvia Parenti la scrittura non nasce come esercizio stilistico, ma come necessità. È il modo più autentico per dare forma a ciò che non trova posto altrove, per raccogliere frammenti, emozioni e immagini prima che vadano perduti.
La poesia diventa così un luogo di permanenza: uno spazio in cui ciò che ha ferito, amato o trasformato una persona può continuare ad avere una voce.
Amaranthine: il significato di ciò che non appassisce
Il cuore della silloge è già racchiuso nel suo titolo.
Amaranthine deriva dal greco antico amarántinos, composto dal prefisso privativo a- (“non”) e dal verbo marainein (“appassire”). Letteralmente significa “ciò che non appassisce”, richiamando il fiore dell’amaranto, simbolo di ciò che resiste al tempo senza perdere la propria essenza.
Silvia Parenti parte proprio da questa antica radice per costruire il significato profondo della sua opera.
Non parla di un’immortalità astratta.
Non parla di qualcosa che resta immobile e identico per sempre.
Parla di ciò che continua ad abitare l’essere umano anche dopo essere stato trasformato dalla vita.
Come scrive:
“Amaranthine è ciò che resta intatto anche dopo essere stato attraversato.”
È questa forse la chiave di lettura dell’intera silloge.
Ci sono incontri che cambiano il nostro modo di guardare il mondo. Ci sono amori che lasciano una traccia anche quando finiscono. Ci sono esperienze che non rimangono perché durano, ma perché hanno avuto un significato.
L’autrice lo esprime con grande intensità:
“Ci sono amori che non si chiudono, non si risolvono, non si dimenticano. Non perché siano eterni, ma perché sono veri. E il vero non ha bisogno di durare per restare.”
La poesia come spazio di vulnerabilità
Leggendo Amaranthine emerge una sensazione precisa: Silvia Parenti non utilizza la poesia per nascondersi, ma per mostrarsi.
La vulnerabilità non viene considerata una debolezza da proteggere, ma una parte dell’esperienza umana da accogliere.
Le sue parole attraversano il dolore, il desiderio, l’attesa e la nostalgia senza cercare scorciatoie.
La poesia Disarmarsi rappresenta perfettamente questo percorso.
L’autrice scrive:
“Perché disarmarsi non è cedere. Non è perdere. È restare quando ogni istinto chiede fuga.”
In questi versi emerge una riflessione profonda: spesso pensiamo che essere forti significhi costruire difese sempre più alte. L’autrice suggerisce invece un’altra possibilità: la forza può nascere anche dalla capacità di togliere le proprie armature.
Disarmarsi significa accettare di essere visti.
Significa incontrare l’altro senza maschere.
Significa, prima ancora, riconoscere se stessi.
Per intensità emotiva e ricerca interiore, la sua scrittura dialoga idealmente con alcune voci importanti della poesia contemporanea, come Chandra Livia Candiani, dove la fragilità diventa luogo di conoscenza, e Mariangela Gualtieri, capace di trasformare la dimensione personale in una riflessione universale.
Silvia Parenti, però, mantiene una voce autonoma: la sua poesia nasce da un’esperienza personale che riesce a trasformarsi in emozione condivisa.
Il fuoco che trasforma
Tra le poesie della raccolta emerge con particolare forza Fuoco.
L’autrice scrive:
“Perché il fuoco non attende. Non insegna con dolcezza. Strappa. Apre. Mostra.”
Il fuoco diventa una metafora potente del cambiamento.
È ciò che illumina, ma anche ciò che consuma.
È ciò che obbliga a guardare ciò che spesso preferiremmo evitare.
Nella poetica di Silvia Parentiil dolore non viene idealizzato, ma riconosciuto come parte di un processo di trasformazione.
Il fuoco non distrugge soltanto.
Rivela.
Porta alla luce ciò che era nascosto.
“Nonostante”: il cuore nascosto della silloge
Se esiste una parola capace di sintetizzare Amaranthine, probabilmente è proprio quella scelta dall’autrice:
Nonostante.
Nonostante il tempo.
Nonostante le assenze.
Nonostante ciò che si rompe.
Nella poesia Nonostante leggiamo:
“Ho lasciato andare il tempo, e con lui ogni promessa non mantenuta.”
Un verso che racchiude una contraddizione soltanto apparente.
Lasciare andare non significa dimenticare.
Significa permettere ai ricordi di cambiare forma senza cancellarne il significato.
In tutta la raccolta emerge una convinzione silenziosa:
la guarigione non coincide con l’oblio.
Coincide con la possibilità di continuare a vivere senza rinnegare ciò che ci ha attraversati.
Una poesia che lascia spazio al lettore
Uno degli aspetti più interessanti di Amaranthine è la capacità di non chiudere il significato delle proprie poesie.
Ogni lettore può incontrare qualcosa di personale tra questi versi.
Un ricordo.
Un’assenza.
Un amore.
Una parte di sé.
La forza della silloge nasce proprio da questa apertura: Silvia Parenti racconta una propria esperienza interiore, ma riesce a trasformarla in uno spazio comune.
Perché alcune emozioni, pur nascendo da una storia individuale, appartengono a tutti.
Intervista a Silvia Parenti, autrice di Amaranthine
Silvia Parenti nasce sulle colline di Sogliano al Rubicone, in un piccolo borgo fatto di silenzi, orizzonti e radici. Un luogo che ama ancora, ma che a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di lasciare.
La sua casa l’ha trovata a Santarcangelo di Romagna, terra di poesia, arte e teatro, legata alla figura di Tonino Guerra. È qui che Silvia racconta di aver trovato non soltanto una casa, ma un luogo capace di accogliere la sua sensibilità e la sua parte artistica.
È proprio dal suo terrazzino, affacciato sul centro, che spesso nascono le sue parole: tra i rumori, la musica, le voci e il silenzio della notte. Un luogo che ha dato spazio alla sua scrittura.
«Perché credo che, qualche volta, non siamo noi a scegliere il luogo al quale appartenere. È un luogo che, dopo averci aspettato abbastanza, finalmente ci riconosce.»
Per conoscere più da vicino l’autrice e il percorso che ha dato vita ad Amaranthine, abbiamo rivolto alcune domande a Silvia Parenti.

Silvia, prima ancora che poetessa, chi sei? Raccontaci qualcosa di te. Da dove nasce il tuo amore per la scrittura e quando hai capito che la poesia sarebbe diventata il linguaggio più autentico per raccontarti?
Prima ancora che poetessa, sono una donna di quasi cinquant’anni che ha vissuto parecchie vite nella stessa vita. Sono madre, sono stata molte cose, ho cambiato pelle più volte e continuo a farlo. Soprattutto, sono una persona che sente tutto con un’intensità che qualche volta è una fortuna e altre volte decisamente meno.
Scrivo da quando ero bambina. Credo di aver iniziato perché sulla carta riuscivo a mettere ordine in ciò che dentro di me ordine non ne aveva affatto. La scrittura è diventata molto presto il luogo nel quale potevo essere completamente sincera, persino quando non riuscivo ad esserlo con me stessa.
La poesia è arrivata quasi naturalmente. Ho capito che era il mio linguaggio quando mi sono resa conto che una pagina intera, qualche volta, non riusciva a dire ciò che potevano dire quattro versi. Amo quello spazio bianco intorno alle parole, perché permette anche al silenzio di parlare.
Forse, più semplicemente, scrivo perché alcune emozioni dentro di me occupano troppo spazio. E allora devo metterle da qualche parte.
Ogni scrittore porta con sé le tracce delle proprie letture. Quali autori e autrici hanno accompagnato il tuo percorso umano e letterario? C’è qualcuno che ha influenzato in modo particolare la tua sensibilità poetica?
Ho letto moltissimo e in maniera piuttosto anarchica, cosa che probabilmente mi rappresenta. Non sono mai stata una lettrice disciplinata: posso passare da un classico a qualcosa di contemporaneo, dalla poesia a un romanzo completamente diverso, purché trovi una frase capace di fermarmi.
Ci sono però autori che sono rimasti. Virginia Woolf, prima di tutti. Non soltanto per la sua scrittura, ma per il modo in cui ha saputo entrare nelle stanze più nascoste della mente e dare dignità letteraria a ciò che spesso rimane invisibile. In lei ho sempre trovato qualcosa che mi riguarda profondamente.
Amo anche la letteratura capace di raccontare l’essere umano nelle sue contraddizioni. Non cerco necessariamente storie rassicuranti: cerco parole vere.
Non so, però, quanto io possa parlare di “influenze” in senso stretto. Quando scrivo cerco di non assomigliare a nessuno. Se una voce deve riconoscersi nei miei versi, vorrei fosse la mia, con tutti i suoi difetti.
Leggendo Amaranthine ho avuto la sensazione che questa non sia soltanto una raccolta di poesie, ma una parte di Silvia consegnata al lettore. Le tue parole sembrano nascere da una profonda sensibilità interiore. Quanto c’è di Silvia Parenti in queste pagine? E quanto, invece, appartiene a chiunque abbia vissuto un amore, una perdita o una rinascita?
In Amaranthine c’è moltissimo di me. Probabilmente più di quanto sarebbe prudente ammettere.
Non sono molto brava a inventare emozioni. Posso trasformarle, proteggerle dietro una metafora, cambiare un luogo o lasciare volutamente qualcosa nell’ombra, ma alla radice dei miei versi c’è quasi sempre qualcosa che ho realmente sentito.
Dentro questo libro ci sono i miei amori, le mie assenze, le persone che ho perduto, le mie cadute e soprattutto i miei tentativi, più o meno eleganti, di rialzarmi.
Ma credo che una poesia smetta di appartenere completamente a chi l’ha scritta nel momento in cui qualcuno la legge. Se una persona incontra un mio verso e pensa “questa cosa l’ho sentita anch’io”, allora quel verso non è più soltanto mio.
Forse è proprio questa la cosa meravigliosa della poesia: nasce da qualcosa di estremamente personale e, se è fortunata, finisce per raccontare qualcosa di universale.
Io metto sulla pagina la mia ferita. Chi legge, qualche volta, ci riconosce la propria.
Nella poesia Nonostante scrivi: “Ho lasciato andare il tempo, e con lui ogni promessa non mantenuta.” È un verso che invita a fermarsi e riflettere. Cosa significa, per te, lasciare andare? È possibile farlo davvero senza perdere ciò che quella persona o quell’esperienza ha lasciato dentro di noi?
Per molto tempo ho pensato che lasciare andare significasse dimenticare. O smettere di amare. O arrivare a un punto in cui qualcosa non facesse più male.
Oggi penso quasi il contrario.
Lasciare andare significa smettere di combattere contro ciò che è stato. Accettare che alcune persone non resteranno, che alcune promesse non verranno mantenute e che alcune storie non avranno il finale che avevamo immaginato.
Ma questo non cancella niente.
Le persone che abbiamo amato continuano ad abitarci in modi strani: in una canzone, in un profumo, in una parola che utilizziamo senza sapere più da chi l’abbiamo imparata.
Io credo che si possa lasciare andare una persona senza espellerla dalla propria storia.
Ciò che è stato vero rimane vero anche quando finisce.
E forse lasciare andare significa proprio questo: riuscire, un giorno, a ricordare senza chiedere più al passato di diventare diverso.
In Fuoco scrivi: “Perché il fuoco non attende. Non insegna con dolcezza. Strappa. Apre. Mostra.” Sono versi di una forza straordinaria. Che cos’è oggi il tuo fuoco? Quali emozioni, incontri o esperienze continuano ad alimentare la tua scrittura?
Il mio fuoco sono le persone.
Gli incontri, soprattutto quelli improbabili. Gli esseri umani che arrivano nella nostra vita senza alcuna intenzione apparente di cambiarla e poi, inspiegabilmente, spostano qualcosa.
Il mio fuoco è l’amore, certamente. In tutte le sue forme. È probabilmente l’emozione sulla quale ho scritto di più e quella della quale continuo a capire meno.
Ma sono fuoco anche la perdita, la rabbia, il desiderio, la nostalgia. E ultimamente, forse più di prima, lo è la speranza.
Mi interessa tutto ciò che ci costringe a sentirci vivi.
Perché il fuoco può distruggere, questo lo sappiamo. Ma può anche illuminare. Può scaldare. Può trasformare.
E credo che la mia scrittura nasca esattamente lì: nel punto in cui qualcosa mi attraversa con abbastanza forza da impedirmi di restare uguale.
In Disarmarsi affermi: “Perché disarmarsi non è cedere. Non è perdere. È restare quando ogni istinto chiede fuga.” È una riflessione intensa, che parla di coraggio più che di fragilità. Quanto ti ha aiutato la poesia ad attraversare il dolore e ad accogliere ciò che la vita ti ha messo davanti?
Moltissimo.
Non dirò che la poesia mi ha salvata, perché sarebbe una frase bellissima ma forse troppo semplice. Ci sono dolori che una poesia non può aggiustare.
Però mi ha permesso di attraversarli.
Scrivere, per me, significa prendere qualcosa che dentro non ha forma (dolore, paura, rabbia, mancanza) e costringerlo a diventare parola. E quando qualcosa ha un nome, forse fa ancora male, ma almeno posso guardarlo.
Ho scritto nei momenti più belli della mia vita, ma soprattutto in quelli in cui non sapevo bene cosa farmene di ciò che sentivo.
La poesia non mi ha insegnato a non soffrire.
Mi ha insegnato che posso soffrire e restare.
E credo che Disarmarsi parli proprio di questo. Siamo abituati a pensare al coraggio come a qualcosa che combatte. Io invece credo che esista un coraggio molto più silenzioso, quello di abbassare le difese, restare vulnerabili e continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella vita.
Dopo Amaranthine, quali sono i tuoi progetti? Stai già lavorando a una nuova silloge o hai il desiderio di esplorare altre forme di scrittura?
In realtà il progetto che verrà dopo Amaranthine esiste già, ed è “Per una briciola di vita”.
È un libro al quale sono profondamente legata, perché credo che Amaranthine, in qualche modo, possa essere considerato quasi il suo seguito poetico. O forse è più giusto dire che i due libri nascono dalla stessa radice.
“Per una briciola di vita” racconta una storia, la mia storia, ma soprattutto racconta un amore. Un amore reale, che esiste nella mia vita ancora oggi. Un incontro che ha cambiato profondamente il mio modo di sentire, di guardare me stessa e, inevitabilmente, anche di scrivere. Probabilmente é grazie a lui se sto rispondendo a queste domande.
Da quella storia sono nate molte delle parole che, successivamente, sono confluite in Amaranthine. Come se a un certo punto la prosa non fosse più sufficiente e alcune emozioni avessero avuto bisogno di diventare poesia.
Per questo considero i due libri profondamente legati: “Per una briciola di vita” racconta la storia. “Amaranthine” racconta ciò che quella storia ha lasciato dentro di me.
E forse il filo che li unisce è proprio questo: la scoperta che esistono amori che non si limitano ad accadere.
Ti attraversano.
Ti cambiano.
E qualche volta, se hai la fortuna (o la necessità) di scrivere, diventano pagine.
Vorrei chiudere con una domanda un po’ diversa dalle altre. Se un lettore arrivasse all’ultima pagina di Amaranthine e tu potessi rivolgergli una sola domanda, quale sarebbe?
Gli chiederei:
“Quale verso hai sentito tuo?”
Non quale gli sia piaciuto di più.
Non quale abbia trovato più bello.
Quale abbia sentito suo.
Perché credo che un libro di poesie abbia veramente raggiunto qualcuno quando, almeno per un istante, chi legge dimentica chi ha scritto quelle parole e pensa che avrebbero potuto essere scritte per lui, o da lui.
Se anche una sola poesia di Amaranthine riuscisse a fare questo, allora per me avrebbe già trovato il posto nel mondo che speravo avesse.
Conclusione
Amaranthine è una silloge che non cerca il consenso immediato né l’effetto poetico fine a se stesso. L’autrice sceglie una strada più esigente: quella dell’autenticità. Le sue poesie parlano di amore, perdita, attesa, desiderio e rinascita, ma soprattutto raccontano ciò che continua a vivere dentro di noi quando tutto sembra essersi concluso.
Per questo il titolo diventa una metafora potente: non ciò che dura per sempre, ma ciò che, proprio perché vero, continua a lasciare tracce. In un tempo che invita a consumare in fretta emozioni e relazioni, Amaranthine ricorda che alcune esperienze non chiedono di essere trattenute: chiedono soltanto di essere riconosciute. Ed è forse qui che la poesia di Silvia trova il suo significato più profondo.