L’assenza di pensiero conduce al male

Le ideologie totalizzanti del XX secolo hanno condannato e perseguitato ogni forma di opposizione. Unico antidoto per evitare gli errori del passato è richiamare il singolo ad avere cura di sè e del mondo per evitare di cadere nella trappola ideologica.

Pensiero debole e ideologie

Ciò che ci appare indiscusso e certificato il più delle volte è solo un’interpretazione del reale, non a caso Gianni Vattimo, ritiene che l’evidenza  “non è da prendere come segno della verità, perché l’evidenza è prodotta da abitudini, pressioni sociali, convenzioni, trucchi della lingua, in qualche modo”. ( G.Vattimo, Il pensiero debole, Edizioni Feltrinelli).

Le ideologie stabiliscono dogmi e certezze togliendo ogni spazio al dubbio, sono produttrici di pensieri totalitari che tendono ad escludere e condannare ogni controparte difforme al costrutto ideologico.

Per dirla con le parole di Colamedici e GancitanoL’ideologia afferma qualcosa escludendo tutto il resto: difende i diritti di una classe di esseri umani e non prende in considerazione gli altri, pone l’accento su un solo problema sociale, vede se stessa come salvezza dell’umanità e giustifica l’eliminazione di ogni altro tipo di organizzazione politica, che le è nemica, dunque nemica della salvezza e della verità, che solo quell’ideologia incarna. In un regime totalitario non hai bisogno di elaborare pensieri, perché c’è una risposta a ogni cosa.(Colamedici e Gancitano,Lezioni di meraviglia, Tlon Edizione).

Il pensiero totalitario

I pensieri totalitari che si sono contraddisti nel XX secolo hanno una componente comune: delle persone carismatiche hanno elaborato una premessa del mondo, data per vera, da cui sono conseguite una serie di eventi considerati inevitabili.

Andiamo con ordine e proviamo a ricostruire il presupposto attraverso il quale Hitler ha costruito le basi del nazismo, a suo parere gli ebrei erano i responsabili di tutti i mali della Germania dell’epoca, impedivano alla razza ariana di progredire verso un ideale di super potenza. Per i tedeschi Hitler aveva intercettato il problema ed ogni azione anche la più disumana aveva un obiettivo comune da difendere e da esportare, senza alcuna forma di discernimento, il popolo tedesco in larga maggioranza abdicò al pensiero, non perché fosse stupido, ma perché aveva delegato ad Hitler la facoltà di pensare.

La banalità del male

Trovo illuminante in tal senso l’analisi di Hannah Arendt, giornalista e filosofa ebrea, che seguì il processo nel 1961 nei confronti di Adolf Eichmann, un gerarca nazista che si era macchiato di crimini di guerra per conto del New Yorker, e due anni dopo pubblicò il saggio La banalità del male, in cui analizzò il comportamento di Eichmann, uno dei più spietati burocrati del male che condannò senza farsi troppe storie migliaia di ebrei a morte. Quando fu chiesto ad Eichmann, del come mai ci furono così pochi oppositori a quegli ordini orrendi, la risposta fu semplice “chi non partecipava era chi osava giudicare se stesso, cioè chi si domandava fino a che punto sarebbe stato capace di vivere in pace dopo aver commesso certe azioni”. Secondo l’interpretazione di Hannah Arendt, solo chi in quel momento storico, era impegnato un dialogo interiore tra Io e Io, riuscì ad opporsi anche a costo della propria vita, per senso di responsabilità nei confronti dell’altro, al contrario gli altri avevano completamente abdicato al pensiero per questi ultimi Hitler aveva sempre ragione la sua parola non andava discussa.

L’opera di Hannah Arendt, ha rimarcato quanto sia necessario uso del pensiero per evitare gli errori del passato, cadere nel tranello delle ideologie totalizzanti, evitando esercizio grossolano di attribuire le colpe ad un nemico comune. La nostra salvezza resta il dibattito democratico, in cui tutte le forme di pensiero nessuna esclusa sono invitate al dialogo pubblico. Ogni singolo dovrebbe porsi come obiettivo di vita, un dialogo interiore, una forma di auto-riflessione, altrimenti il rischio che si corre è di delegare agli altri le proprie responsabilità, una società disposta ad accettare qualsiasi cosa rischia una deriva in cui il male diventa banale.

Rischiamo di essere dei veri mostri senza accorgerne, la persona mediocre, priva di idee si lascia trascinare più facilmente dallo sciame.

Non a caso è più facilmente manovrabile, e compie le sue azioni senza sentire alcun peso o responsabilità.

Ridiscutere il modo di pensare

Nelle società moderne, la vulnerabilità e l’insicurezza dell’esistenza rappresentano due percorsi ad ostacoli per individuo, il rischio è di essere attratti da interessi comuni rispetto a promesse (sempre deluse) di forme di benessere effimero estromettendo l’Altro. Il povero è un colpevole e come tale va marginalizzato. Non a caso assistiamo ogni giorno a forme di criminalizzazione della povertà: dai migranti ai percettori del reddito di cittadinanza, senza dimenticare rom ed homeless . Le narrazioni dominanti rischiano di fornirci una rappresentazione distorta di alcuni eventi sociali, una descrizione superficiale contribuisce a riprodurre stereotipi duri a morire. Informarsi, dialogare con l’Altro, sono le migliori forme di autodifesa per uscire dalla virtualità di forme precostituite di pensiero così da non delegare agli altri le nostre responsabilità sociali.

I processi storici, sono più forti della nostra scelta personale, non a caso corriamo il rischio di far parte di sciami capaci d’indirizzare il nostro agire; per evitare di essere travolti dalla forza degli avvenimenti storici, l’unico antidoto resta il pensare, nel senso di agire. Non a caso la riflessione sociologica è per forza di cose anche azione politica, un interrogativo pronto a ridiscutere il mondo ed il suo agire banale.

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Francesco Sassano

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