“Camminando tra i fiori scalzi” di Nicola Pesce: un viaggio nell’anima tra natura, legami e rinascita

 

“Camminando tra i fiori scalzi” di Nicola Pesce è un romanzo che sembra nascere direttamente dal vento della Provenza, dal profumo dei suoi fiori e da quella luce capace di accarezzare la pelle e l’anima. Chi conosce Pesce ritroverà subito la sua firma narrativa: atmosfere fiabesche, personaggi che vivono a metà tra il reale e il simbolico, piccole magie quotidiane che si trasformano in profonde verità universali. Come ne “La biblioteca dei libri dimenticati”, anche qui ogni elemento parla, respira, accompagna.

Al centro della storia ci sono due figure che portano lo stesso nome: André.
Un vecchio burbero e stanco della vita, e un bambino improvvisamente rimasto solo al mondo. Due solitudini che s’incontrano in un casale isolato, dove i colori della boungaville viola e il cinguettio degli uccelli diventano compagni di viaggio tanto quanto i personaggi stessi.

 

Un legame che cresce come una pianta

Il loro rapporto nasce fragile, ma diventa una radice salda che affonda lentamente nella terra delle cose semplici: accendere un fuoco, leggere un libro sotto il porticato mentre un gatto li osserva, ascoltare insieme il canto di una civetta.

È una relazione che insegna senza rumore, con una delicatezza che solo la vita vera conosce.
C’è una frase del libro che mi ha colpito più di tutte, in cui Pesce scrive:

“Si può educare più con l’esempio che con le parole e così il nonno aveva smesso di bere e alla bottiglia aveva sostituito il libro.”

In queste parole c’è tutta l’essenza del romanzo: la cura come pratica quotidiana, il cambiamento come dono, l’amore come gesto concreto.

La dimensione ecosofica del romanzo è evidente: l’uomo non domina la natura, ne è parte. André insegna al nipote che la vita parla un linguaggio segreto:

“La vita ti parla, se non stai mai zitto non sentirai che dice! Ti parla per bocca di un vecchio, ti parla quando il vento fa frusciare le foglie, quando il gatto miagola!”

Il rapporto con la natura diventa un ponte verso se stessi, e una delle frasi simboliche del libro lo riassume perfettamente:

“Pota la pianta tutti gli anni”,


un invito a prendersi cura di sé e degli altri, a non dimenticare dignità, onestà e volontà. Perché come una pianta, anche l’essere umano ha bisogno di attenzione per crescere bene.

 

 

Il tempo che trasforma e ferisce

Il tempo scorre e il piccolo André diventa adolescente.
La casa del nonno, così accogliente e protettiva, si trasforma piano in un confine da oltrepassare.
La sua frase è la dichiarazione di indipendenza di ogni giovane:

“Non sto fuggendo via da te, sto correndo a cercare me.”

Ma il mondo fuori è duro, imperfetto, disilluso. L’esperienza lo modifica, lo indurisce, lo rende fragile e insicuro. Fino all’incontro che cambia il corso della sua vita: Amaranta.

Insieme costruiscono un amore selvatico, puro, essenziale. Una baita nella neve, un ruscello, poche cose che diventano tutto:

“Avremo poche cose, e quelle saranno tutto…”

È la filosofia di Pesce: la libertà nasce dal saper rinunciare al superfluo.
È nella lentezza, nella semplicità, nel silenzio che si trova il vero respiro dell’esistenza.

 

 

 

Un romanzo che consola e ferisce

I giorni splendidi d’amore, però, non durano per sempre. Un evento terribile spezza il filo della loro storia e riporta André all’origine del suo dolore e del suo desiderio: poter rivivere tutto, anche a costo di soffrire di nuovo.

È qui che “Camminando tra i fiori scalzi” rivela la sua natura più profonda:
un romanzo sulle ferite invisibili, sulle eredità emotive, sulla cura che richiede tempo, sulle scelte che ci definiscono.

Pesce ci ricorda che la vita non è una linea retta: gli affetti si rompono, si ricompongono, cambiano forma. Come gli alberi, come le stagioni, come i cammini che ognuno di noi percorre scalzo, passo dopo passo, tra spine e fiori.

 

 

Chiacchierando con Nicola Pesce: 6 domande per entrare nel cuore del suo romanzo

 

Ciao Nicola! Raccontare il rapporto tra il nonno André e il suo nipotino deve essere stato un viaggio emotivo per te. Ci sono stati momenti della loro storia che ti hanno colpito e commosso più di altri mentre scrivevi?

Buongiorno, Francesco!

Hai ragione, mi ha colpito molto parlare di questo rapporto. Perché tutto nasce da una domanda: perché mio padre si è comportato così duramente e freddamente con me?

Allora ho cominciato a immaginare cosa avrei voluto che mi dicesse. Quali parole farebbero stare bene un bambino spaventato di essere al mondo?

Mio padre era del 1931, io del 1984, così per me è stato come un nonno, come André. Il libro si sviluppa in tre parti, potremmo dire.

Nella prima vediamo il nonno dal punto di vista del nipote. Ecco, quel bambino sono io, e non capisco perché io venga trattato in questo modo.

 

Poi alla fine, nella terza parte, ho capovolto i ruoli e sono diventato il nonno. E mi sono interrogato al contrario: come farei, da vecchio, a far capire a un bambino che tutto va bene, che la vita è bella e vale la pena viverla?

Mi sono reso conto che è una cosa difficilissima. È stato in quel momento che ho perdonato tante cose a mio padre. Perché ho capito che gli era stato affidato un compito al di sopra delle sue possibilità, e che lui ha fatto il possibile.

Quindi sì, per me è stato davvero un viaggio scrivere di questo rapporto!

 

La Provenza e la natura sono dei veri protagonisti del romanzo. Ti sei ispirato a luoghi che conosci personalmente, o li hai lasciati vivere liberamente nella tua immaginazione?

Scrivo due tipi di romanzi… e uno i lettori non lo hanno ancora mai visto perché non l’ho lasciato pubblicare!

Ci sono i romanzi che si svolgono nel mondo reale, in città di cui conosco tutte le vie, i vicoletti, i cibi, gli odori! Ho fatto altrove delle descrizioni di Lione, o di Oslo, o di Lisbona, dove mi pare, chiudendo gli occhi, di poterci camminare!

E ci sono i romanzi che sono ambientati nel mondo interiore, come Camminando tra i fiori scalzi. Qui non ho pensato a un luogo dove sono stato, ma ho lasciato correre la fantasia tra una Provenza immaginata, tra campi di lavanda e suoni di cicale.

Certo, alcuni luoghi specifici, poi, sono molto reali per me: il porticato dove avviene l’educazione del piccolo André, per esempio. Quello è il porticato di casa mia.

 

 

 

Nel libro il ritmo lento della vita, la cura delle piccole cose e l’attenzione alle giornate semplici sono elementi centrali. Quanto pensi che questo tipo di lentezza e presenza sia importante anche nella vita reale?

Io penso che questo tipo di lentezza e presenza siano la vita reale, e che al di fuori di esse non ci sia nient’altro.

Secondo me tutte le volte, che non siamo presenti a noi stessi, tutte le volte che mangiamo un boccone pensando al successivo, tutte le volte che guidiamo pensando alla meta e non al viaggio in sé, tutte le volte che non siamo presenti nel presente, sono tempo sprecato.

Tempo sprecato nel peggior modo possibile. Considerando che abbiamo una vita sola e un numero di anni oltre i quali non si può andare, non vivere anche una sola ora appieno è uno sfregio irreparabile.

Sogniamo talvolta mondi futuri in cui avremo più soldi o più tempo libero e saremo più felici. Sogniamo talaltra un passato che ci ha agitato e riempito di rancore, oppure lo sogniamo nostalgicamente… questi pensieri sono belli, se durano mezz’ora. Ma non ci si può vivere. La punizione è il malessere, è la mancanza di senso. L’unico senso è qui ed ora, in un buon boccone ben cucinato, in una bella passeggiata seguiti da un gatto.

 

 

André e Amaranta vivono un amore intenso e fragile, pieno di gioie e di sfide. Ci sono esperienze personali o storie che ti hanno ispirato per raccontare questo sentimento così autentico?

Come dicevo nella risposta precedente, io quando mangio… mangio! Quando passeggio… passeggio! Sono presente a me stesso. È come una passeggiata “assoluta”. Basta un filo d’erba a strapparmi il cuore in due con una gioia lancinante. Perciò quando amo… amo! Ed è meraviglioso e straziante.

Per citare in parte Catullo, nella mia vita ho amato, amo e amerò una sola persona. Approcciandomi a scrivere Camminando tra i fiori scalzi volevo esprimere, solo per me stesso, mettermelo su carta, quanto è forte quello che provo.

Poi, siccome mi capita di soffrire per la troppa felicità o di provare piacere nella tristezza, il racconto è uscito fuori tanto amaro quanto dolce.

 

 

In questo romanzo, ma anche in molti dei tuoi libri precedenti, ci sono simboli che ritornano, come le volpi, lo spaccare la legna o leggere un libro come un vero atto di cura verso se stessi. Ci puoi raccontare come nascono queste immagini nella tua mente e cosa rappresentano per te?

Io non so come nascano le cose che scrivo. Mi rendo conto, tutto rosso in viso, di scrivere in modo strano, mi rendo conto che molte cose si ripetono nei miei libri perché l’anima non era ancora sazia di parlarne.

E così ci son cose che ritornano più volte, come lo spaccare la legna. Io da qualche inverno mi spacco la legna che mi scalda in casa. È una attività meravigliosa, solitaria, distruttiva, rilassante. Spacco la legna sotto la pioggia o al tramonto, certe volte persino di notte con una lampada, al gelo in canottiera. E poi il giorno dopo mi sento distrutto in ogni singola fibra!

Farlo mi riconcilia col mondo. È una cosa naturale, silenziosa, pura. E chiunque vedesse un uomo che spacca la legna non potrebbe mai pensare altro che è un uomo che spacca la legna. Mentre se un contadino mi vedesse, che ne so, al computer, potrebbe pensare che non lavoro davvero. Ecco, quando spacco la legna mi sento una parte di cui il mondo non può fare a meno. Sento che anche se papà non c’è più mi accetta, gli piace quello che faccio. Sento che non sto inquinando, che sto facendo la cosa più umile che posso fare: sudare di fatica. Per questo e per altre ragioni che non so dire lo amo.

Vale anche per gli altri numerosi simboli che ricorrono nella mia vita: i capelli rossi di mille personaggi che sono sempre i capelli rossi della stessa donna, la volpe che mi pone di fronte al senso del sacro.

 

 

E per concludere: cosa bolle in pentola per il futuro? Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi prossimi progetti o raccontare le storie e i temi che ti piacerebbe esplorare nei libri che verranno?

Ci sono tanti progetti in pentola, spero che piaceranno a te, Francesco, e ai lettori che li incontreranno. Elencarli tutti richiederebbe ore!

Certamente vorrei continuare a scrivere per me stesso quello che la mia penna tirerà fuori ogni sera. Accade quasi contro la mia volontà e ne ho poco controllo. Però devo dire che mi piace molto e spero continui così.

Un altro piccolo… non voglio chiamarlo progetto… una piccola parte delle cose che amo fare si è rivelata scrivere alcuni libri con un medesimo personaggio, un uomo molto triste, che fa cose cattive. È un po’ la contropartita dei miei personaggi buoni. Chissà se ai miei lettori piacerà anche come scrivo i thriller!

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