Capite gli altri per capire voi stessi: empatia

Lavorare per migliorare il nostro approccio empatico nei confronti degli altri dovrebbe essere materia di studio presso le nostre scuole. Di che materia parlo? Al momento non si insegna, ma presto forse sarà obbligatoria, o almeno spero, e mi riferisco all’empatia, di certo sarebbe un valido investimento educativo/culturale finalizzato a stimolare gli esseri umani non solo ad utilizzare la scuola come palestra d’addestramento al fine di essere uomini e donne più produttivi e rispondenti alle logiche del mercato ma anche e soprattutto persone più felici.

Fatta questa doverosa premessa iniziale, è sorprendente come a tante persone risulti completamente sconosciuto il termine empatia. Non è da confondere con apatia, omeopatia o simpatia.

Che cos’è esattamente empatia? Ho ricercato numerose concettualizzazioni riguardanti il termine ma nessuna mi convinceva del tutto, per tal motivo ho deciso di esprimerla così:l’empatia è un’abilità umana invisibile, è innata ma ha bisogno di essere alimentata, attraverso l’educazione al riconoscimento e comprensione dei sentimenti altrui.

Detta in parole semplici, significa indossare per un po’ i panni dell’altro. Molti di voi, in questo momento saranno tentati nel replicarmi: “Caro Francesco, è molto più facile a dirsi che a farsi. E la mia risposta è la seguente: “Perché è così difficile? Dipende dalla nostra cultura?”

Forse è difficile perché all’interno della società interconnessa il nostro livello di empatia diminuisce con aumentare delle informazioni. La nostra mente rischia di essere assuefatta alla crudeltà che va di scena principalmente sul web e probabilmente per autodifesa molte volte rischiamo di assumere atteggiamenti d’indifferenza di fronte alla sovraesposizione di immagini o video poco piacevoli. Per dirla in altre parole: “Facciamo finta di non vedere”. Applichiamo questo principio per pigrizia o narcisismo anche di fronte a ciò che succede sotto i nostri occhi: in casa, con i nostri figli, con il nostro partner o amico.

La sopravvivenza del più forte

Sarà capitato a tutti di sentirsi dire: “Ai miei tempi c’era più senso di coesione tra le persone”. Premetto, sono contrario alle frasi fatte il più delle volte sono stereotipanti ma in questo caso c’è forse un fondo di verità. Individualismo imperante all’interno della società dei consumi ha contribuito ad accrescere personalità sempre più narcisistiche.

Avete mai sentito parlare del’ npi? (l’indicatore di personalità narcisistica)

Nel 1970 venne sviluppato per valutare il narcisismo e molti studi ne hanno dimostrato affidabilità. Jean Twenge ed i suoi colleghi tra il 1982 e il 2007 hanno analizzato i punteggi dell’npi di vari gruppi di studenti universitari e scoprirono che nell’arco temporale sopra indicato, il livello di narcisismo era aumentato in modo esponenziale. L’npi raggiunse i livelli massimi nel 2007, quando il 70% degli studenti universitari risultava maggiormente narcisista rispetto ad uno studente medio del 1982.

Quali potrebbero essere le possibili cause?

Uno dei motivi a mio avviso fondanti sta nel fatto che all’interno della nostra società dei consumi prevale ancora oggi la legge della giungla, ossia vince il più forte, certo non ci rincorriamo con la fionda e la clava per affermarci nei confronti dell’altro, ma siamo altamente aggressivi, egoisti e competitivi.

Come mai?

Tutto ebbe inizio con la rivoluzione industriale, Max Weber nel suo celebre saggio “Etica protestante e lo spirito capitalistico” , descrive come la ricerca esasperata del profitto per il singolo fosse inteso come segno del raggiungimento della grazia Divina.

The Wolf of the Wall Street

La dottrina dell’avidità, evidenziata da Martin Scozzese nel film The Wolf of the Wall Street rappresenta l’emblema dell’economia di mercato, alla pari di quella dei sistemi finanziari, legali e politici in cui il principio dominante è rappresentato dall’interesse personale, che sostanzialmente oppone l’uno contro l’altro.

Cos’è The Wolf of Wall Street? 

È la rappresentazione del lato oscuro del sogno americano. La pellicola è un esempio di storia che racconta della più grande promessa fatta dalla cultura americana: l’idea che il lavoro sia l’essenza della vita umana, e se sei in gamba e non hai peli sullo stomaco, e sei pronto anche ad imbrogliare, nessun meta sarà irraggiungibile.

Pertanto, The Wolf of Wall Street è un film sul sogno americano portato alle estreme conseguenze ma purtroppo tale sogno ha invaso anche la nostra cultura.

Non a caso ancora oggi la gente comune ritiene in massima parte che l’uomo è per natura egoista e quindi la logica conseguenza è la selezione naturale. In sostanza sopravvive il più forte, chi meglio afferma il proprio individualismo all’interno delle logiche del mercato. Queste teoria, tutt’oggi è così radicata nella nostra cultura capitalistica che molte persone non ne sono neppure consapevoli.

Di conseguenza si vive per competere e battersi per essere il numero uno, ogni performance del singolo oggi è anche opportunamente celebrata sui social e non importa il suo valore etico conta esclusivamente il ritorno economico: fatto di followers, sponsorizzazioni, marketing e visualizzazioni.

Questo senso di competizione così esasperato crea uno stato di anomia all’interno della nostra società e molte persone hanno paura di esprimere le proprie fragilità per paura di essere giudicate o rifiutate. E questa paura, riduce molte rapporti in relazioni superficiali.

Qual è la reazione della gente quando si sente in qualche modo a disagio o in ansia? La reazione più comune è alienarsi.

Nel film The Wolf of Wall Street i suoi bizzarri protagonisti, privi di ogni empatia per il genere umano, preoccupati dal fare soldi e spenderli nel più breve tempo possibile, ossessionati dal consumo, a partire da Jordan Belfort interpretato da Leonardo di Caprio, diventano completamente privi di controllo e schiavi di droga e alcol. Fatte le debite proporzioni con il film di Scozzese, mi sembra che tutti abbiano a portata di mano una scatola di questi palliativi.

Il cibo, la televisione, le compere, le medicine, i farmaci, e l’alcol sono una serie di rimedi facilmente reperibili che ci fanno sentire bene in quel momento ma presto ci richiedono un conto salatissimo compresi gli interessi.

Se non buttiamo dalla finestra quella maledetta scatola di palliativi o almeno non tentiamo di ridurne i consumi rischiamo di non capirci e non capire gli altri, per intenderci rischiamo di disperdere la nostra empatia, è solo grazie a questa energia invisibile l’essere umano è sopravvissuto fino ai giorni nostri, empatia produce comunicazione e collaborazione elementi decisivi per costruire un futuro non violento basato sulla pacifica convivenza.

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Francesco Sassano

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