Ci salverà nostra “Madre” Yin: il nuovo libro di Franco Casoni tra Yin e Yang, passività felice e lavoro moderato
Quando il “fare” diventa troppo
Avevo già incontrato Franco Casoni attraverso il suo Decalogo per non morire, un libro nel quale il tema della salute fisica e mentale si intreccia con una riflessione più ampia sulla qualità della vita.
La domanda che emergeva da quell’opera era, in fondo, semplice ma tutt’altro che scontata: vivere più a lungo significa necessariamente vivere meglio?
Con Ci salverà nostra “Madre” Yin. Inno alla passività felice e al lavoro moderato, Casoni prosegue questa riflessione spostando lo sguardo verso una delle grandi questioni del nostro tempo: il disequilibrio tra il fare e l’essere.
È qui che entra in gioco il concetto di Yin e Yang.
Yin e Yang: due opposti che hanno bisogno l’uno dell’altro
Nella filosofia cinese Yin e Yang non rappresentano semplicemente due forze contrarie. Sono due principi differenti, ma complementari, destinati a convivere all’interno di un equilibrio dinamico.
Lo Yang richiama l’attività, l’energia, la trasformazione, il movimento.
Lo Yin richiama invece la quiete, la ricettività, l’ascolto, la dimensione interiore e il rapporto con i ritmi naturali.
Il problema, secondo Casoni, nasce quando uno dei due prende il sopravvento.
E nella società contemporanea sembra essere proprio lo Yang ad aver occupato quasi tutto lo spazio: lavorare di più, produrre di più, consumare di più, essere sempre disponibili, sempre connessi, sempre proiettati verso un obiettivo successivo.
Ma cosa accade quando l’attività diventa permanente?
L’autore pone al lettore una domanda che sintetizza perfettamente il cuore della sua riflessione:
“Siamo certi di conoscere i diversi modi di riequilibrare il nostro eccesso di yang?”
La passività felice contro la cultura della prestazione
Uno dei concetti più interessanti del libro è quello di “passività felice”.
La parola passività potrebbe inizialmente trarre in inganno. Non significa rinunciare, arrendersi o smettere di vivere. Al contrario, Casoni propone di recuperare uno spazio nel quale non tutto debba necessariamente tradursi in azione, produttività o risultato.
La passività felice diventa così una forma di consapevolezza.
Fermarsi. Ascoltare. Rallentare. Accettare che esistano momenti nei quali non è necessario fare qualcosa.
In una società nella quale persino il tempo libero rischia di diventare una prestazione, questa prospettiva assume un significato particolarmente attuale.
Accanto alla passività felice compare un altro concetto centrale: il lavoro moderato.
Non si tratta di negare il valore del lavoro, ma di interrogarsi su cosa accade quando il lavoro invade ogni spazio dell’esistenza.
Dalla salute individuale alla salute della società
Il ragionamento di Casoni non rimane confinato al benessere personale.
L’eccesso di Yang viene infatti collegato a questioni molto più ampie: l’alienazione sociale, l’iperproduttività, il consumo compulsivo, l’inquinamento e la crisi ecologica.
Da questa prospettiva il libro diventa anche una riflessione sociologica.
Una società che considera valore soltanto ciò che produce rischia di svalutare tutto ciò che non produce immediatamente un risultato: la relazione, l’ascolto, la cura, la lentezza, la contemplazione, il tempo trascorso con gli altri.
Ed è proprio qui che la riflessione sullo Yin assume una dimensione collettiva.
Casoni individua quelli che definisce “semi di Yin”: la riduzione dell’orario di lavoro, lo smart working, gli orti urbani, le città più verdi e pedonali, la decrescita felice, l’agricoltura rigenerativa, le energie rinnovabili, gli ecovillaggi e la riscoperta della lentezza.
Sono esperienze differenti, ma accomunate da una stessa esigenza: ridurre la distanza tra l’essere umano, i suoi ritmi naturali e l’ambiente nel quale vive.
Franco Casoni e Erich Fromm: l’equilibrio come liberazione
Uno degli aspetti che ho trovato particolarmente interessanti è il riferimento a Erich Fromm, autore che Casoni utilizza per ampliare la propria riflessione.
Fromm aveva analizzato le forme di alienazione prodotte dalla società moderna e aveva indicato nella libertà, nell’amore, nell’amicizia, nella ragione e nella cooperazione alcuni possibili antidoti alla perdita dell’identità e al conformismo.
Il collegamento con Yin e Yang diventa allora particolarmente interessante.
Due tradizioni culturali differenti sembrano incontrarsi attorno a una stessa esigenza: ritrovare un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che la società ci chiede di essere.
Un libro antico per comprendere un problema moderno
Per comprendere meglio la prospettiva di Casoni, il confronto con il Tao Te Ching di Lao Tzu è quasi inevitabile.
Scritto nell’antica Cina e considerato uno dei testi fondamentali del taoismo, il Tao Te Ching riflette sul rapporto tra azione e non-azione, equilibrio, natura e armonia.
Il concetto taoista del wu wei, spesso tradotto come “non agire”, non coincide con l’inerzia. Indica piuttosto un agire senza forzatura, rispettando il corso naturale delle cose.
È una prospettiva che dialoga sorprendentemente bene con la “passività felice” proposta da Casoni.
A distanza di secoli, la domanda sembra essere ancora attuale: dobbiamo davvero intervenire continuamente sulla realtà per sentirci vivi e realizzati?
Perché leggere Ci salverà nostra “Madre” Yin
Credo che questo libro possa interessare soprattutto chi sente che il modello dell’efficienza permanente non è più sufficiente per spiegare cosa significhi stare bene.
È indicato a chi si interroga sul rapporto tra lavoro e vita privata, a chi è interessato alla filosofia orientale, alla sociologia, all’ecologia e ai temi della salute fisica e mentale, ma anche a chi semplicemente avverte il bisogno di rallentare.
Non è necessario condividere tutte le tesi dell’autore per trovare stimoli nella lettura.
Anzi, il valore del libro sta proprio nella capacità di provocare domande.
Quanto tempo dedichiamo al fare e quanto all’essere?
Quanto della nostra vita è realmente scelto e quanto, invece, è imposto dalla cultura della prestazione?
E soprattutto: che cosa abbiamo sacrificato nella nostra continua ricerca di efficienza?
Una riflessione che parte dall’individuo e arriva alla società
Con Ci salverà nostra “Madre” Yin, Franco Casoni propone dunque una riflessione che attraversa filosofia, sociologia, ambiente e benessere.
Il messaggio centrale non sembra essere quello di scegliere Yin contro Yang.
Sarebbe una contraddizione rispetto alla stessa filosofia degli opposti complementari.
La questione è piuttosto ricostruire l’equilibrio.
Perché Yin e Yang non possono esistere l’uno senza l’altro.
Forse il problema della nostra epoca non è che abbiamo dimenticato come fare.
È che abbiamo dimenticato quando smettere di fare.
Ed è proprio da questa domanda che parte la nuova conversazione con Franco Casoni.
Franco Casoni: una formazione tra psicologia, psicoanalisi e ricerca
Franco Casoni è nato a Roma, dove si è laureato in Psicologia Clinica. Nel corso della sua formazione ha approfondito diversi ambiti attraverso corsi di specializzazione in psicoanalisi, ipnosi e tecniche cognitivo-comportamentali.
Personalità curiosa e poliedrica, ha sviluppato nel tempo interessi che attraversano la psicologia, la filosofia, la salute, la società e il rapporto tra individuo e ambiente. È autore di numerosi libri, nei quali porta avanti una ricerca personale caratterizzata dal desiderio di osservare l’essere umano da prospettive differenti.

Nel tuo libro il rapporto tra Yin e Yang diventa una chiave per leggere la società contemporanea. Qual è, secondo te, il principale squilibrio prodotto dal predominio dello Yang e come si manifesta concretamente nella nostra vita quotidiana?
Il problema non è lo Yang in sé, che è una componente indispensabile della vita, ma il suo predominio sull’altra dimensione, quella Yin. Lo Yang rappresenta l’azione, la conquista, la velocità, la competizione, la produzione, il controllo; quando però queste caratteristiche diventano il modello quasi esclusivo della nostra esistenza, perdiamo qualcosa di essenziale: la capacità di fermarci, ascoltare, accogliere, riflettere e semplicemente essere. Lo vediamo continuamente nella vita quotidiana: dobbiamo essere efficienti, produttivi, sempre connessi, sempre impegnati in qualcosa. Anche il tempo libero rischia di diventare una prestazione. Persino il riposo deve essere “utile”: dobbiamo fare sport per mantenerci efficienti, leggere per migliorare noi stessi, viaggiare per fare esperienze, comunicare continuamente attraverso i social. Il paradosso è che abbiamo conquistato una quantità enorme di possibilità, ma rischiamo di non avere più il tempo di vivere davvero ciò che abbiamo conquistato. È questo, secondo me, uno dei grandi squilibri dell’uomo contemporaneo.
Parli di “passività felice”, un’espressione che può sembrare quasi provocatoria in una società che associa il valore personale alla produttività. Che cosa significa realmente essere passivi in modo felice e perché questa condizione non deve essere confusa con l’inerzia o la rinuncia?
La “passività felice” è forse uno dei concetti che più facilmente possono essere fraintesi. Non significa diventare persone inerti, rinunciare agli obiettivi o smettere di agire. Significa recuperare la capacità di non dover fare sempre qualcosa per sentirci vivi e importanti. C’è una passività che è invece una forma altissima di attività interiore: contemplare, ascoltare, stare nella natura, leggere, pensare, osservare, lasciarsi attraversare dalle emozioni. Sono momenti nei quali apparentemente “non facciamo nulla”, ma dentro di noi può accadere moltissimo. La nostra società ci ha insegnato che chi si ferma perde tempo. Io credo invece che chi non sa fermarsi rischia di perdere se stesso. La passività Yin non è dunque rinuncia alla vita, ma una diversa maniera di viverla: meno orientata al possesso e alla conquista e più capace di accogliere ciò che la vita ci offre.
Il concetto di “lavoro moderato” mette in discussione uno dei pilastri della società contemporanea: lavorare, produrre e performare sempre di più. È possibile oggi immaginare un modello professionale nel quale il lavoro torni a essere una parte della vita e non il centro dell’esistenza?
Credo che sia non soltanto possibile, ma necessario. Il lavoro è una componente fondamentale della vita: ci dà dignità, autonomia, relazioni, soddisfazione e spesso anche un senso di identità. Il problema nasce quando da strumento diventa fine, quando non lavoriamo più per vivere, ma finiamo per vivere per lavorare. Il “lavoro moderato” non significa lavorare poco o male. Significa recuperare una proporzione. Significa domandarsi quanto del nostro tempo, delle nostre energie e della nostra attenzione siamo disposti a sacrificare al lavoro. Una società equilibrata dovrebbe lasciare spazio anche alla famiglia, agli amici, alla cultura, alla spiritualità, alla natura, al gioco e persino alla noia. Forse dovremmo smettere di considerare il tempo non produttivo come tempo perso. Un essere umano non è una macchina produttiva e il valore di una giornata non può essere misurato soltanto da ciò che abbiamo prodotto.
Nel libro il pensiero orientale dialoga con quello occidentale, in particolare con Erich Fromm. Che cosa hai trovato in Fromm che potesse entrare in dialogo con la filosofia dello Yin e dello Yang e con la tua ricerca sull’equilibrio umano e sociale?
Fromm è stato per me un autore particolarmente importante perché, pur appartenendo alla cultura occidentale, ha messo radicalmente in discussione una società fondata sull’avere, sul possesso, sulla competizione e sull’apparire. La sua distinzione tra “avere” ed “essere” entra quasi naturalmente in dialogo con Yin e Yang. L’uomo dell’avere tende ad accumulare, possedere, controllare e conquistare; l’uomo dell’essere recupera invece una dimensione più profonda dell’esistenza, fatta di relazione, creatività, amore e partecipazione. In Fromm ho trovato quindi una sorta di ponte tra due mondi apparentemente lontani. La filosofia cinese mi offre il linguaggio dell’equilibrio Yin-Yang; Fromm mi aiuta a tradurre questo equilibrio nella critica alla società occidentale contemporanea. In fondo, la domanda è la stessa: vogliamo essere qualcosa o vogliamo soltanto avere qualcosa?
Colleghi l’eccesso di Yang non soltanto allo stress individuale, ma anche all’alienazione sociale e alla crisi ecologica. Possiamo davvero considerare la riscoperta dello Yin una possibile risposta collettiva alle grandi trasformazioni del nostro tempo?
Sì, anche se non penso che lo Yin sia una soluzione miracolosa ai problemi del mondo. Lo considero piuttosto un principio correttivo indispensabile. Se la nostra civiltà continua a basarsi soltanto sulla crescita quantitativa, sul consumo, sulla velocità e sul dominio della natura, rischiamo di produrre sempre più ricchezza materiale e contemporaneamente impoverire le condizioni che rendono possibile la nostra vita. La dimensione Yin ci ricorda che non tutto ciò che esiste deve essere conquistato, sfruttato o trasformato. Esistono il limite, l’attesa, la reciprocità, la cura, la conservazione e il rispetto. E qui lo Yin può incontrare anche la sensibilità ecologica. La Terra non è semplicemente una riserva di materie prime a nostra disposizione: è l’ambiente del quale facciamo parte. Per questo la riscoperta dello Yin non riguarda soltanto il benessere individuale. Può diventare una diversa idea di civiltà: una civiltà capace di passare dal dominio alla relazione e dal consumo alla cura.
Se dovessi lasciare al lettore una sola domanda dopo la conclusione di Ci salverà nostra “Madre” Yin, quale vorresti che continuasse ad accompagnarlo nella sua vita quotidiana?
Gli lascerei una domanda molto semplice: “Sto vivendo secondo ciò che sono veramente, oppure sto soltanto cercando di corrispondere a ciò che il mondo pretende da me?” Credo che questa domanda contenga gran parte del senso del libro. Ogni giorno possiamo domandarci se stiamo correndo troppo, se stiamo producendo troppo, consumando troppo, controllando troppo. Ma possiamo anche chiederci se sappiamo ancora fermarci, ascoltare, amare, contemplare, prenderci cura degli altri e della natura. In definitiva, Ci salverà nostra “Madre” Yin non vuole proporre un mondo dominato dallo Yin al posto di quello dominato dallo Yang. Non dobbiamo sostituire un eccesso con un altro eccesso: dobbiamo ritrovare l’equilibrio. Forse la vera domanda da portarsi dietro è allora ancora più semplice: “Nella mia giornata c’è abbastanza Yin?“E credo che, per molti di noi, la risposta possa essere un invito a cambiare qualcosa.