“Come ho dipinto la mia vita. L’arte di affrontare” di Alessandra Cantù: quando l’arte diventa forza interiore

 

Da quel momento Alessandra sceglie di ripensare se stessa, il proprio tempo, le priorità, e soprattutto il modo di affrontare le sfide quotidiane. È una testimonianza diretta, senza filtri, in cui il coraggio non è mai spettacolarizzato ma raccontato nella forma più umana possibile.

 

Una testimonianza sincera di trasformazione

Il cuore del libro è racchiuso in una frase che diventa faro per il lettore:

“La malattia può cambiare il nostro corpo, ma non può definire chi siamo. L’unica cosa che dipende veramente da noi è come scegliamo di vivere, come decidiamo di affrontare le sfide che si presentano giorno dopo giorno.”

Una riflessione potente, concreta, che emerge dall’esperienza e non dalla teoria.

 

Il ruolo dell’arte: dal dolore alla creazione

La pittura accompagna Alessandra da quando era bambina. Nei suoi studi artistici, nei corsi frequentati e nel rapporto con colori e tecniche, l’arte è sempre stata una compagna fedele.

Dopo la diagnosi, però, diventa una bussola.
Non più solo una passione, ma un modo per trasformare la sofferenza in un gesto creativo. Attraverso la pittura Alessandra riesce a riorganizzare emozioni, dare forma al caos e trasformare ciò che fa paura in qualcosa di osservabile, comprensibile, perfino bello.

 

Il viaggio della vita e la metafora del treno

Una delle immagini più efficaci del libro è quella del viaggio in treno. Alessandra descrive la vita come un percorso con una partenza e un arrivo, ma ricorda che la parte più importante è il tragitto intermedio, con tutte le sue fermate.

Le persone che entrano e che escono, le crisi familiari, le difficoltà lavorative, le sorprese, gli imprevisti: tutto diventa parte del viaggio, anche quando non si è pronti. Ed è proprio in questo movimento continuo che Alessandra impara a vivere nel qui e ora, accogliendo ciò che la vita toglie, ma anche ciò che restituisce.

Un’altra frase significativa del libro sintetizza questa nuova visione:

“Ho un obiettivo nella vita: essere felice e vivere ritmi il più umani possibile, dove il lavoro è un mezzo per vivere e non il contrario.”

Per molti lettori, un richiamo semplice quanto necessario.

 

Meditazione, natura, fotografia: un percorso che si amplia

Accanto alla pittura, altre pratiche diventano fondamentali: la meditazione, lo yoga, il contatto con la natura, le passeggiate, la fotografia. Strumenti diversi, ma tutti legati da un unico filo: imparare ad ascoltare la vita con più calma, presenza e autenticità.

Il libro diventa così un invito a vivere con maggiore delicatezza, senza forzare, senza correre, scegliendo ogni giorno la direzione più umana possibile.

 

Perché questo libro parla a tanti

“Come ho dipinto la mia vita. L’arte di affrontare” non offre soluzioni semplici o frasi ad effetto. Offre invece una testimonianza onesta, lucida e profondamente umana di cosa significa affrontare una malattia senza rinunciare alla propria creatività e alla possibilità di reinventarsi.

È un libro che parla a chi vive una condizione simile, ma anche a chi cerca un modo nuovo di guardare alla propria fragilità.
Un invito a scoprire la luce che può nascondersi anche nelle zone d’ombra.

 

 

Alessandra Cantù: arte, resilienza e progetti futuri

Alessandra Cantù, nata nel 1992 e cresciuta in Brianza, è un’artista che ha fatto del colore il suo linguaggio espressivo. Appassionata di pittura a olio, formata nelle Scuole d’Arte della provincia di Lecco, unisce alla sensibilità artistica l’interesse per la natura, la meditazione e la scrittura.

Nel 2023 riceve la diagnosi di una malattia genetica rara che la porta a riformulare il senso del suo tempo e delle sue priorità. Da questa esperienza nasce la sua autobiografia “Come ho dipinto la mia vita. L’arte di affrontare”, un racconto di rinascita attraverso l’arte, la consapevolezza e la presenza quotidiana.

 

Nel tuo libro racconti un punto di svolta molto forte: la diagnosi. Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che questa esperienza non avrebbe definito chi sei, ma avrebbe cambiato il modo in cui vivi la tua vita?

C’è stato un attimo molto preciso, muto. Ero seduta sul letto, la diagnosi ancora tra le mani, e sentivo la mia vita dividersi tra un “prima” inconsapevole ed un “dopo” consapevole. Poi, mi sono detta: “Non posso scegliere ciò che mi accade, ma posso   scegliere come voglio viverlo.”

In quel momento ho deciso che la malattia non avrebbe mai definito la mia identità.

Avrebbe cambiato sicuramente i miei ritmi, i miei confini, ma non il mio modo di guardare il mondo.

Avrebbe solo riscritto il passo, assecondando la mia nuova consapevolezza e le mie esigenze, ma MAI la meta.

 

La pittura è presente nella tua storia fin dall’infanzia, ma dopo la diagnosi sembra avere assunto un ruolo completamente nuovo. In che modo l’arte ti ha aiutata a trasformare la sofferenza in uno spazio creativo e di guarigione?

Dopo la diagnosi la pittura è diventata ancor di più il mio luogo sicuro.

Una stanza tutta mia in cui poter lasciar fluire ciò che non riuscivo a dire a parole: paura, rabbia, vulnerabilità, frustrazione.

Dipingere mi ricordava che, nonostante tutto, qualcosa in me sapeva ancora creare.

L’arte è la mia terapia silenziosa da sempre, accarezza le ferite, ma non quelle del corpo, quelle dell’anima. Ho capito che ogni emozione ha un suo colore, e che mescolandoli con pazienza possono dar vita ad opere uniche e soprattutto autentiche.

 

Parli spesso del “qui e ora”, di un ritmo più umano e della necessità di ascoltarsi. Quali pratiche – tra meditazione, passeggiate nella natura, fotografia – ti hanno aiutata maggiormente a ritrovare equilibrio nei momenti più complessi?

Tre pratiche mi hanno sostenuta più di tutte:

Le passeggiate leggere nella natura, perché il paesaggio ed i suoi silenzi, hanno il potere di rimettere ogni cosa al suo posto.

La meditazione, che mi ha restituito un ritmo più gentile, quello in cui non corro, ma mi accompagno.

Non risolvono tutto, ma riportano a casa. E per me è stato fondamentale.

Poi non meno importanti sono state le pratiche, come kundalini yoga e campane Tibetane, con una ragazza dolcissima, Marcella che conosco da tanti anni.

Da quest’anno invece ho iniziato il pilates con reformer presso un centro di Barzanò molto valido, con un insegnante davvero molto brava, una donna energica, preparata con cui è nata anche una bella intesa e amicizia. Miriam è una donna che sa guardare oltre, che fa tutto per passione e amore e non per il semplice scopo di guadagnarci, mi supporta con l’arte e con lei ho delle affinità che vanno oltre il pilates e le sono immensamente grata anche per il supporto morale che mi dà, ogni qualvolta ne ho bisogno.

 

Nel libro usi una metafora molto efficace, quella del viaggio in treno. Se guardi ora al tuo percorso, quali sono le “fermate” che più hanno contribuito a ridisegnare la tua vita?

Le fermate che hanno davvero ridisegnato il mio viaggio sono state tre.

Il primo arresto, che poi mi piace vederlo come un inizio, è stato uscire di casa molto giovane.

È lì che ho iniziato a guardare il mondo con occhi adulti, a capire cosa volesse dire cavarsela da sola e costruire la mia identità.

Non avere sempre chi ti mette “il dito in bocca” è spaventoso all’inizio, ma poi sviluppi una capacità di saperti gestire in ogni aspetto che non ha paragoni a confronto di chi, invece alla mia età ha sempre chi gli fa i promemoria o fa al posto suo. Credo che questo atteggiamento inizialmente benefico, si trasformi poi in una difficoltà maggiore mano a mano si cresce, a saper gestire imprevisti o più responsabilità insieme, come giusto che sia.

A nessuno piace lanciarsi nel vuoto, ma è un passo fondamentale per diventare adulti.

La seconda fermata – o forse sarebbe più corretto dire un vero e proprio arresto – è stato il divorzio.

Mi sono sposata a 23 anni. Ci ho creduto davvero altrimenti non avrei fatto quel passo per molti può essere stato avventato, per me no, diciamo che ho sopravvalutato chi avevo intorno a me. Alla fine ho attraversato un periodo nero in cui mi sentivo morta dentro, svuotata. Ho compreso quanto in fretta possano svanire le persone, e quanto sia complesso accettare che quel distacco arrivi dall’altro. È stata una frattura lunga e dolorosa, ma necessaria.

Da lì il mio treno è ripartito, lentamente ma con una direzione nuova e mi ha portato a dove sono oggi.

La terza fermata è stata la malattia.

Un passaggio intenso, fatto di paure, burocrazie e momenti psicologicamente duri.

Ma sorprendentemente è stata una fermata più breve di quanto immaginassi, perché grazie a una terapista ho iniziato a conoscere davvero chi sono.

Nella mia totalità: forte ma anche fragile, sensibile e resiliente.

Oggi ne parlo con il sorriso ma non tutti i giorni sono facili o senza pensieri.

Sono grata a tutte queste fermate. Senza di loro non sarei la donna che sono diventata.

 

Scrivere un’autobiografia richiede coraggio e sincerità. C’è qualcosa che temevi ti potesse “esporre troppo”, ma che hai comunque scelto di condividere per essere fedele alla tua esperienza?

La mia paura più grande era mostrare le mie fragilità emotive.

Decidere di raccontarlo è stato più difficile di quanto pensassi, ma necessario e molto bello. Volevo che questo libro fosse vero, non addolcito. Nascondere quella parte avrebbe significato tradire proprio la versione di me che più aveva bisogno di essere riconosciuta, la mia sincerità.

 

Guardando al futuro, quali sono i tuoi progetti: sia come artista sia come persona che continua ogni giorno a costruire la propria vita con consapevolezza e creatività? C’è qualcosa che sogni di realizzare e che oggi senti più vicino?

Come artista vorrei continuare a dipingere, magari arrivare a realizzare una mostra personale che racconti, attraverso i colori, il mio viaggio fino ad oggi.

Come persona, invece, desidero costruire una vita più gentile, fatta di sorrisi, gentilezza, ascolto e piccoli passi consapevoli.

Il sogno che oggi sento più vicino? Creare un progetto che unisca arte e consapevolezza, qualcosa che possa aiutare altre persone a trasformare il   dolore in un luogo sicuro.

Se c’è una cosa che ho imparato è che la mia storia può diventare una mano tesa verso chi si sente perso. E questo, più di tutto, ciò che vorrei lasciare.

 

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