“Conversazioni con Lilly: Dialoghi tra anime in universi paralleli” di Simona Caneglias
Simona Caneglias, vive in Sardegna ama la musica e gli animali e scrive romanzi. “Conversazioni con Lilly” prende spunto dal suo primo romanzo “L’Ammutinamento del nano carretto”.
Siris, Gianfry, Stella e Lilly: la voce ai protagonisti
In un universo parallelo, la vita scorre tranquilla fino a quando Gianfry riceve l’incarico di riunirsi con Lilly, la fedele cagnolina di Siris che vive da tempo insieme agli Dei dell’Olimpo. Intanto sulla Terra delle Fave, dove vivono Siris e Stella, sta accadendo un qualcosa di insolito. Lo scatenarsi della pandemia ha creato divisioni tra gli umani, generando incomprensioni, generalizzazioni e violenze.
Siris, è un’attenta osservatrice non si accontenta delle verità preconfezionate e con coraggio affronta una serie di avversità supportata da Gianfry, Lilly e Stella. Siris sa bene che su questa Terra ciascuno ha la sua missione con impegno e dedizione accetta la sua sfida senza avere paura di mostrare le proprie emozioni. Allo stesso tempo è anche consapevole del fatto che in un momento così delicato per il pianeta Terra non può allontanarsi dal suo cammino anche perchè farlo significherebbe soffrire ancora di più. Sospinta dai suoi amici riprende a scrivere per raggiungere la via dell’Amore.
Considerazioni:
Prima di lasciare la parola a Simona Caneglias, è importante sottolineare che dietro mondi paralleli e personaggi di fantasia l’autrice compie un’attenta e riuscita riflessione sociologica degli ultimi avvenimenti storici che hanno diviso la nostra società creando fazioni e spaccature difficili da rimarginare.
Simona Caneglias, ci racconta: “Conversazioni con Lilly”
Ciao Simona, ti ringrazio per aver accettato il mio invito. La frase di apertura del romanzo è: “C’era una volta…” aggiungi: “ma la Vita non è una fiaba, dove c’è un inizio e una fine. Tutto è mutamento, tutto è cambiamento”. Questo leitmotiv risuona nel tuo romanzo in più punti: trama, personaggi, idee e sentimenti che lo hanno ispirato. Ti andrebbe di approfondire questo concetto?
Ogni giorno abbiamo la dimostrazione di quanto la vita ci sorprende, talvolta lasciandoci senza fiato per un evento positivo tale per cui ci ritroviamo positivi, energici e felici. Altre volte invece arriva il fulmine a ciel sereno costringendoci a “vedere” sgretolare davanti ai nostri occhi progetti, speranze, legami e sogni. La prima emozione è sempre la rabbiadettata dalla perdita di qualcosa, o qualcuno, e dalla paura di andare verso l’ignoto. La nostra realtà è sconvolta; sembra quasi di dissolverci, di andare verso il fallimento, e siamo costretti a proseguire per la rassegnazione, anche se il termine esatto è “accettazione”. Ma accettare non è semplice, bisogna destrutturare le proprie certezze e andare incontro a mondi inesplorati all’interno di se stessi e non siamo preparati, se non dopo aver intrapreso un cammino di crescita personale. Proprio questa fase ci consente di trovare una via, per non rimanere fermi e ricadere nella rabbia. Trasformare questo periodo di crisi/difficoltà in crisi/opportunità attraverso la quale siamo liberi di andare oltre abbracciando anche l’ipotesi, un tempo remota, di cambiare idea, di rivedere le proprie posizioni, di guardare le cose con un’altra prospettiva per poter fiorire e rifiorire in tutti gli aspetti della nostra vita. All’inizio questo sembra un sogno, un ideale quasi irrealizzabile ma, man mano che le emozioni fluiscono, come un fiume in piena che scorre impetuoso calmandosi solo verso la foce, come scrive P. Coelho “L’impossibile diventa possibile”. Perché è provando a cambiare che arriva il cambiamento. Anche se talvolta è totalmente diverso da quello che ci saremmo aspettati all’inizio.
In conversazioni con Lilly, descrivi tre concetti: resistenza, resilienza e rinascita. Oggi giorno, quale dei tre senti più Tuo?
Dopo aver passato gran parte della mia vita a “resistere” agli eventi per paura di mostrarmi fragile ho appreso l’arte della “resilienza” per adattarmi ai vari cambiamenti che la vita mi ha posto davanti fino a che, un bel giorno, è scattato qualcosa che mi ha fatto riflettere. Forse non basta limitarsi a resistere e adattarsi a cambiamenti che arrivano dall’esterno. E’ giunto il momento di essere io a scegliere di cambiare. E così, dopo aver pensato che la resilienza fosse l’unica soluzione ottimale, ho iniziato il mio percorso di “rinascita”, accettando i cambiamenti imposti dalla vita come base per attuare un cambiamento voluto da me, attraverso il processo descritto nella risposta alla domanda precedente: evento, rabbia, accettazione, crisi- difficoltà, crisi-opportunità e trasformazione.
Scrivi: “La curiosità è la chiave che apre le porte”. Siris, è una donna curiosa. Ci puoi delineare il personaggio di Siris?
Il personaggio di Siris, può sembrare un semplice alter ego dell’autrice ma in realtà rappresenta tutte le donne che si sentono quasi estranee in questo mondo. Hanno idee che la maggior parte delle persone non solo non condivide, ma neppure arriva a immaginarle, e questo fa si che le varie Siris, nel mondo, si tengano a distanza per paura di essere allontanate. Cosa le salva? Il non fermarsi all’apparenza e accontentarsi delle risposte ai perché date da terzi. Siris, come tante altri, si interroga e si fa mille domande come una bambina curiosa che spesso si sente sbagliata e non ascoltata. Si rifugia nella scrittura e immagina un dialogo con se stessa, attraverso la forma diario. Nello stesso tempo ma in un’altra dimensione, altri personaggi, Gianfry e la cagnolina Lilly, dopo aver subito il cambiamento più radicale, ovvero il passaggio dalla vita alla morte terrena, sono “rinati a nuova vita”, e seppur abbiano acquisito una consapevolezza e una saggezza superiore anch’essi si interrogano, scrutando il passato per capire il presente, tentando di trovare un modo per supportare Siris e gli abitanti della Terra delle Fave. Lo fanno attraverso comunicazioni particolari con la mediazione di un “agente” incarnato nella cagnolina Stella che invia comunicazioni telepatiche dalla Terra all’aldilà e segue le direttive per svolgere la sua missione: permettere a Siris di percepire e “sentire” la presenza dei suoi maestri, ora invisibili, e il loro supporto. Questa “percezione” diventa consapevolezza e permette la trasformazione, il cambiamento di prospettiva di Siris, che viene invitata dalle forze superiori a veicolare un messaggio ai lettori. Perché l’esperienza può essere e deve essere condivisa, non imposta, ma comunque messa a disposizione per chi dovesse averne necessità.
La tua riflessione sul periodo Covid non fa sconti, lo hai definito come “il tempo di carenza d’amore”. Nel tuo romanzo, attraverso i tuoi personaggi analizzi e critichi i provvedimenti intrapresi per combattere il virus. Scrivi: “Neppure questa esperienza ha insegnato a essere comprensivi, uniti e solidali, anzi il distanziamento sociale fisico imposto per prevenire i contagi sta diventando occasione per distanziamenti emotivi senza precedenti. Quanta sofferenza ti ha causato? Quali sono le ferite che ancora porti dentro di te? Cosa ti ha insegnato?
Il periodo cosiddetto Covid mi ha letteralmente stravolto la vita. Non ho mai avuto timore di quello che veniva narrato perché una sorta di sesto senso aveva acceso un campanello d’allarme e mi aveva fatto ricordare ciò che mi era stato rivelato pochi anni prima da un amico. Sapevo quindi che avremmo vissuto un periodo particolare ma non sapevo come si sarebbe presentato.
A parte le sofferenze comuni a milioni di persone dovute alla mancata libertà di movimento, all’isolamento e alle difficoltà di interazione con le persone che erano veramente impaurite, mi sono sentita catapultata in un mondo estraneo, assurdo, quasi surreale. Salvo poi rendermi conto che la difficoltà stava diventando opportunità di vedere cadere le maschere, sia internamente sia esternamente. Vedendo il comportamento degli altri ho potuto osservare me stessa e trovare la mia zona d’ombra. E per poterlo fare ho dovuto “perdere” il lavoro che avevo desiderato da tanto (insegnavo flauto traverso nell’indirizzo musicale) e interrotto alcuni progetti che avevo avviato. Le ferite e le cicatrici bruciano ancora ma ho imparato a guardarle e ad accettarle per poterle superare, o in alternativa, per impedire che possano prendere il controllo e generare paralisi. Così come ho imparato a non sentirmi in colpa per le emozioni e le sensazioni di impotenza e fallimento davanti alle difficoltà. Dopo aver cercato invano per troppo tempo di essere perfetta, non criticabile, tentando di accontentare gli altri, ho preso coscienza di aver scontentato me stessa, il mio giudice più implacabile e col quale stiamo trattando un cambio di paradigma, per riprendere i progetti interrotti.
C’è un passo del tuo romanzo in cui scrivi: “Ogni persona che incrocia il nostro cammino sta combattendo una propria battaglia personale”. Qual è il tuo IKIGAI, la ragione per cui ti alzi al mattino?
Il mio IKIGAI attuale può essere paragonato ad uno sconosciuto che si affaccia in una stanza portando una luce per invitarlo a seguirlo. Niente a che fare con l’IKIGAI che pensavo di aver individuato: contribuire alla salvezza del mondo. Pensavo di poter fare la mia parte per aiutare il prossimo in ogni ambito. Poi rileggendo i miei stessi scritti, ho capito che la mia “battaglia personale” era ancora in corso ovvero il conflitto tra ciò che ho sempre pensato di dover essere e quello che in realtà sono. Quindi il mio IKIGAI ora è questo: seguire la Luce, che apparentemente sembra indicare l’ignoto ma che in realtà mi sta guidando verso una via. Una via che per troppo tempo ho creduto di non poter percorrere ma che ho sempre sentito quella giusta. Una via che non è fatta di pianificazione e resistenza ai cambiamenti ma di accettazione e propensione a nuove idee. Non per salvare il mondo ma per attivare la mia essenza. Se poi servirà a qualcuno bene, ciò che conta però è che mi consenta di vivere la mia vita in modo diverso.
In Conversazioni con Lilly, hai dato voce a Siris, Gianfry, Lilly e Stella. La scelta dei personaggi non è casuale ma autobiografica. Potremmo affermare che nella stesura del tuo romanzo hai compiuto un esercizio di scrittura terapia?
Confermo, una buona parte del libro è autobiografica e ha avuto, forse lo ha tuttora, anche una valenza di scrittura terapia. Tuttavia, quando ho scritto ho sentito la sensazione di farlo anche per tante altre persone che stavano vivendo il mio sconcerto. La forma diario, usata da Siris, in alcuni punti dà voce alle tante persone che non riuscivano a capire cosa stava accadendo e continuavano ad affidarsi a ciò che si pensava fosse vero. E qui traspare il bisogno impellente di giustizia, di aiuto verso il prossimo di cui parlavo prima, che mi ha contraddistinto sin da bambina e che è diventata pure la colpa: “Sei troppo sensibile!”. La troppa sensibilità diventa quindi eccesso di empatia, con conseguente aumento di sofferenza, tale per cui, non potendo avere sempre supporto all’esterno, o non riuscire a trovare quello giusto, l’unica soluzione è stata la “scrittura” per cercare di tirare fuori ciò che bolliva dentro rischiando di esplodere.
Ho dato voce a me stessa affrontando le mie paure, e nello stesso tempo, a chi “sente” ciò che ho sentito e sento io.
Poi ho dato voce a mio padre, perché volevo che venisse conosciuta la sua parte più intima, la sua sofferenza che non aveva mai svelato del tutto, ma che io avevo percepito standogli accanto durante la sua malattia, attraverso la comunicazione quasi telepatica quando, per effetto collaterale delle cure, aveva problemi di linguaggio e usava parole incomprensibili che, solo io, per intuito, traducevo.
Infine, ma non in ordine di importanza, ho dato voce agli animali, che con il linguaggio non verbale, ci invitano (anche se siamo sordi) a riscoprire quella parte di noi, perduta, che va oltre i cinque sensi, e che ci consente di superare le barriere, come l’intuito (il fiuto), e la percezione del “sentire” ciò che l’altro non esprime, attraverso le emozioni, che nel libro ho ritenuto utile personificare facendole diventare cooprotagoniste, soprattutto Coraggio, Paura, Speranza e Amore.
Hai un Blog, che si chiama “Gli ammutinati col carretto”. Ti va di spiegarci questo curioso nome?
Il blog prende spunto dal mio primo libro intitolato “L’Ammutinamento del nano col carretto” che riassume la ribellione della propria anima davanti ad un eccesso di carico da trasportare sulle proprie spalle.
Attualmente il blog è in stand bye per mancanza di tempo, ovvero perché mi sto dedicando alla semina di qualcosa di profondo che porterà frutto anche nel blog, al momento opportuno. Tuttavia ho un gruppo privato omonimo dove pubblico qualcosa di interessante anche se un po’ fuori dagli schemi, per chi è curioso di andare “oltre”, senza essere forzato o disturbato dalla pubblicazione nel profilo pubblico.
Nella vita di tutti i giorni sei un’insegnante. Quanto i tuoi studi musicali sono mescolati e influenzano la tua scrittura?
La musica e la scrittura sono affini, in quanto entrambe mettono in moto gli stessi meccanismi di apprendimento. La comprensione della musica e del linguaggio utilizzano le stesse funzioni e le stesse aree cerebrali e come, per la musica, che ci permette di penetrare dentro noi stessi e provare emozioni intense, anche la scrittura ci catapulta dentro un mondo dove la realtà diventa sogno e viceversa. Le parole sono suoni, vibrazioni, frequenze, quindi possono essere musica che accarezza o rumore che graffia. Questo accade quando le pronunciamo, le sentiamo oppure le leggiamo e le scriviamo. Influenzano il corpo e la mente, ma soprattutto il cuore. Ecco perché cerco di scegliere con cura le parole da mettere in “viaggio” nelle mie pagine, consapevole però, che non a tutti arrivano allo stesso modo.
La stessa cosa cerco di fare nel mio lavoro. Attualmente faccio la docente di sostegno ma ho la possibilità ancora di essere anche insegnante di flauto in altri contesti, ad esempio le bande musicali, dove sono nata e cresciuta, apprendendo l’amore per la musica. Sia con i ragazzi a scuola, sia con gli allievi di flauto cerco di mettere in pratica ciò che ho appreso: ognuno di noi, i ragazzi per primi, ha bisogno di essere ascoltato e accettato, per credere di più in se stesso. Non posso indicare a tutti la strada dello studio approfondito ma cerco di usare la musica come metafora della vita: “Siamo tutti parte della stessa orchestra”. Se è vero che nessuno di noi può cambiare il mondo, è però vero che può cercare di cambiare nella versione migliore di se stesso, per poi gettare dei piccoli semi intorno a sé, sperando in un “contagio” di emozioni e vibrazioni positive, che per legge fisica generano rispetto reciproco.
Prima di salutarci: hai in mente di scrivere un nuovo romanzo? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho già iniziato a lavorare da tempo su diversi filoni narrativi: uno riguarda la musica, e un altro, come promesso, è dedicato a Stella e al meraviglioso rapporto con gli animali, maestri sinceri e genuini che non entrano nella nostra vita per caso ma per una Forza superiore che ha uno scopo primario: insegnarci cosa è l’Amore, come si sperimenta l’Amore e come si espande l’Amore dentro e fuori di noi.
