Cosa farò da grande? Sono un multipotenziale

Tutti abbiamo sentito del calciatore che sin da piccolo ha deciso di fare il calciatore o del medico che giocava all’ “Allegro chirurgo” e da lì è nata la sua idea d’indossare il camice bianco e lo stetoscopio legato al collo.

A tal riguardo Emile Wapnick, nel suo saggio “Diventa chi sei” compie una giusta osservazione e a tal proposito, scrive: “Si dà il caso, però, che molti di noi non rientrano in quel modello, benchè siamo tutti felici che esistano persone del genere. Le suggestioni e i condizionamenti della società ci insegnano a credere nella nozione romantica di unUnica Vocazione: l’idea che ognuno abbia una sola grande cosa da fare nella vita – IL NOSTRO DESTINO -.

Il problema è che il più delle volte la spinta esterna è più forte di quella interna e così rischiamo di credere che una vita senza una vocazione è una vita senza uno scopo. Quanti di voi hanno più curiosità nella vita? Non per questo sono persone sbagliate, se rifiutano il modello di un’etichetta che prevede una sola carriera. 

Emile Wapnick, ha vissuto in prima persona questo disagio, nel suo libro raccontata di aver compiuto diversi percorsi di vita dall’essere stata una cantante punk per poi spostare la sua attenzione agli studi giuridici fino ad occuparsi di web designer per poi confluire le sue idee nel suo Blog. Una serie di esperienze nate dalle sue più svariate curiosità. Allo stesso tempo essere curiosi di tanti argomenti diversi e voler fare più cose rischia all’interno della nostra società di essere una colpa.

Da qui nasce la definizione della Wapnick che definisce multipotenziali tutti coloro che hanno più interessi e capacità creative. Esistono diversi tipi di persone multipotenziali alcuni si dedicano nello stesso tempo ad una dozzina di progetti, altri ne scelgono uno al quale dedicarsi con una determinata cadenza temporale, prima di abbandonarlo e passare ad altro.

Gli interessi di un multipotenziale, possono essere simultanei, sequenziali oppure manifestarsi in una forma intermedia. C’è da dire che riconoscersi in questa particolare configurazione psicologica comporta numerose sfide.

Il rifiuto di una singola vocazione: i multipotenziali

I multipotenziali tendono ad avere difficoltà in tre campi: lavoro, produttività e autostima. La nostra società altamente specializzata e gerarchizzata induce a rintracciare quanto prima una strada e di conseguenza non è molto accogliente verso i multipotenziali. Ecco perché tante volte incrociamo tanti giovani depressi, delusi e ansiosi incapaci di rispondere ai dilemmi esistenziali che nascono anche da un senso di colpa nel non essere capaci di scegliere una direzione o di assecondare il desiderio di cambiare una strada intrapresa. Queste problematiche possono protrarsi anche in età adulta provocando dolore e frustrazione. Un multipotenziale avrebbe vita più facile sull’Isola immaginata da Huxley, in cui tutti gli abitanti sono impegnati nel corso della loro vita a specializzarsi in più attività lavorative, un modo unico per favorire la creatività dell’individuo ed evitare la noia di ricoprire per tutta la vita un unico ruolo sociale.

Nell’essere un multipotenziale all’interno della nostra società ci si può sentire soli, o peggio sentirsi sbagliati. Un multipotenziale è semplicemente una persona con molti interessi e occupazioni, è un creativo.

Questa concentrazione ossessiva sul talento e questa richiesta continua di risposte ci creano uno stato di ansia che spesso ci portiamo dentro e che diventa la costante della nostra vita, di cui magari ci rendiamo conto solo in età adulta.

Anch’io ritengo che la strada della specializzazione non è sempre la più valida per raggiungere lo stato di fioritura personale. Abbiamo bisogno della giusta dose di pazienza nell’ascoltare la nostra sensazione che non sempre corrisponde alle esigenze del mercato o alle aspettative del nostro gruppo di pari.

Forse ognuno di noi dovrebbe imparare ad ascoltarsi di più, solo attraverso il lavoro con noi stessi si è capaci di far emergere quello che sentiamo e desideriamo, la fioritura sarà un percorso faticoso ma vivo, un movimento percepibile, senza senso di colpa, senso del dovere, performance perfette da eseguire. La nostra vita non può essere solo una corsa competitiva ed affannosa per imporsi e farsi spazio all’interno della nostra società sventolando le nostre competenze per sentirsi migliori o peggio superiori rispetto all’altro/a. Impariamo anche a pensare che non “essere il migliore” non significa essere un mediocre.

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Francesco Sassano

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