“Crollare bene illuminarsi meglio”: il libro di Jasmina von Büren sulla gentilezza verso se stessi
Ci sono momenti in cui il corpo comincia a parlare prima ancora che noi siamo disposti ad ascoltarlo. Nausea, tremori, malessere, stanchezza. Segnali difficili da ignorare, soprattutto quando arrivano dopo mesi trascorsi a cercare di tenere tutto insieme.
È da qui che comincia la storia di Crollare bene illuminarsi meglio (senza meditare alle 4) di Jasmina von Büren.
Non da una teoria sulla crescita personale, ma da un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Da un crollo che, prima di diventare un libro, è stato un momento nel quale Jasmina ha dovuto fermarsi e trovare un modo diverso per stare con se stessa.
Ha cominciato a scrivere.
Non per pubblicare. Non per insegnare qualcosa agli altri. Semplicemente per stare meglio.
“Scrivere per stare bene. Con l’intenzione di guarirmi. Non di grandi cose. Frasi semplici, affermazioni essenziali. Parole che mi facessero bene, che mi aiutassero a ricordare chi ero.”
Quelle parole, una dopo l’altra, hanno cominciato a diventare una forma di appoggio. Fino a quando Jasmina si è accorta che quelle frasi, nate per aiutare lei a rialzarsi, forse potevano essere utili anche a qualcun altro.
“Mi hanno fatto rialzare.”
E da lì è arrivata la domanda che ha trasformato un esercizio privato in un libro:
“E se potessero fare bene anche a qualcun altro?”
Dalla sofferenza alla scrittura: quando le parole diventano uno spazio
Crollare bene per illuminarsi meglio è un’opera d’esordio che raccoglie oltre cento affermazioni e ventitré riflessioni esperienziali, organizzate in quattro sezioni: Sopravvivenza e pace, Ricostruzione e autostima, Fioritura e fiducia, Espansione e sovranità.
Quattro passaggi che non sembrano essere soltanto una scelta editoriale.
Il libro segue un movimento.
Prima bisogna sopravvivere. Poi ricostruire.
Successivamente ritrovare fiducia. Infine, forse, tornare ad espandersi.
È interessante anche il modo in cui questo percorso viene accompagnato dalle immagini. Le illustrazioni cambiano progressivamente, seguendo l’evoluzione del testo. Anche graficamente il libro sembra quindi voler accompagnare il lettore da una condizione di maggiore chiusura verso una progressiva apertura.
Nulla sembra essere lasciato completamente al caso: parole, immagini e ritmo della lettura concorrono a costruire un’esperienza unica.
Le affermazioni non servono a convincersi che va tutto bene
Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti riguarda proprio le affermazioni.
Sono scritte in prima persona e al presente.
Potrebbe sembrare una scelta semplice, ma cambia il rapporto tra il lettore e il testo. Quelle parole possono diventare, per qualche istante, la sua voce interiore.
Ma attenzione: Jasmina non propone la solita retorica del pensiero positivo.
Non ci chiede di ripeterci che siamo felici quando dentro di noi stiamo vivendo tutt’altro.
Perché se una persona attraversa un periodo difficile e continua a dirsi “Sono felice”, “Va tutto bene”, quando sa perfettamente che non è così, il rischio è quello di creare una distanza ancora maggiore tra ciò che vive e ciò che dovrebbe sentire.
Le affermazioni proposte da Jasmina seguono una strada diversa.
“Una buona affermazione non ti chiede di essere diverso. Ti aiuta a fare pace con il punto da cui stai partendo.”
È una frase che racchiude molto del senso del libro.
L’affermazione non come formula magica, ma come allenamento.
Un esercizio attraverso il quale possiamo imparare, lentamente, a cambiare il modo in cui ci parliamo.
Non si tratta di “positivizzarsi” a tutti i costi.
Si tratta di scegliere, giorno dopo giorno, quale voce alimentare dentro di noi.
La gentilezza contro la società della performance
C’è una parola che attraversa tutto il libro: gentilezza.
Gentilezza verso i propri pensieri, verso il corpo, verso le proprie ferite, verso la propria storia.
Jasmina scrive:
“Sono gentile con i miei pensieri. Sono gentile con le mie ferite. Con il mio corpo. Con la mia storia.”
Da sociologo, questo è uno degli aspetti che mi ha maggiormente interessato.
Perché essere gentili con noi stessi, oggi, non è così semplice.
Viviamo dentro una società che ci chiede continuamente di performare. Essere produttivi. Essere efficienti. Fare più cose contemporaneamente. Raggiungere obiettivi.
Migliorarci.
Anche il riposo, qualche volta, sembra dover essere produttivo.
E persino la crescita personale rischia di diventare una nuova forma di performance: dobbiamo diventare la versione migliore di noi stessi, lavorare sulle nostre fragilità, raggiungere nuovi obiettivi, essere sempre più consapevoli.
Ma migliori per chi?
È questa la domanda che il libro, indirettamente, porta con sé.
Jasmina sembra suggerire un’altra possibilità: forse crescere non significa necessariamente aggiungere qualcosa a noi stessi.
A volte significa togliere.
Togliere il giudizio.
Togliere l’obbligo di essere sempre forti.
Togliere quella voce che ci ricorda continuamente ciò che non stiamo facendo abbastanza bene.
“Questa persona sta facendo del suo meglio”
Un altro passaggio che mi ha colpito riguarda il non giudizio.
Jasmina scrive:
“Questa persona sta facendo del suo meglio. Forse non capisco i suoi modi o le sue scelte, ma dentro di lei c’è un mondo di esperienze, di lotte, di desideri nascosti.”
È un’affermazione rivolta agli altri, ma potrebbe essere rivolta anche a noi stessi.
Siamo spesso i primi giudici delle nostre azioni.
Abbiamo interiorizzato aspettative, confronti, sguardi, silenzi e giudizi. La società entra dentro di noi e, a un certo punto, non abbiamo più bisogno che qualcuno ci dica che dobbiamo fare di più: siamo noi stessi a farlo.
È uno dei meccanismi più interessanti della società della performance.
Non serve più un controllore esterno quando il controllo è diventato interiore.
Per questo l’imperfezione raccontata da Jasmina assume un significato che va oltre la crescita personale.
L’imperfezione non è qualcosa da correggere immediatamente.
È parte dell’essere umani.
E imparare a riconoscerla senza trasformarla in una colpa può diventare una forma di libertà.
Jasmina von Büren tra Eckhart Tolle e Russ Harris
Il libro può essere accostato ad alcuni testi importanti della crescita personale, pur mantenendo una propria identità.
In Il potere di adesso, Eckhart Tolle invita il lettore a interrompere l’identificazione continua con il pensiero e a tornare al presente. Anche nel lavoro di Jasmina emerge la necessità di interrompere, almeno per qualche momento, il dialogo automatico che abbiamo con noi stessi.
Ma l’approccio di Jasmina è più intimo e quotidiano: la scrittura e le affermazioni diventano strumenti concreti attraverso i quali costruire un dialogo interiore differente.
Un altro confronto interessante è con La trappola della felicità di Russ Harris, che mette in discussione l’idea secondo cui per stare bene dovremmo liberarci dei pensieri e delle emozioni negative.
Anche qui emerge una convergenza: non dobbiamo necessariamente combattere ciò che proviamo.
Possiamo imparare a stare diversamente dentro ciò che proviamo.
Jasmina lo fa attraverso una scrittura semplice, personale, spesso molto diretta.
Non promette di eliminare il dolore.
Propone un modo diverso di attraversarlo.
Non è il solito libro di crescita personale
Sono sempre piuttosto scettico quando mi trovo davanti a un nuovo libro di crescita personale.
Ne ho letti molti e, inevitabilmente, capita di incontrare concetti già ascoltati, slogan motivazionali e frasi che sembrano costruite più per essere condivise sui social che per essere realmente vissute.
In Jasmina ho trovato qualcosa di diverso.
Non perché abbia inventato un nuovo modo di parlare di crescita personale, ma perché ha scelto di partire da sé.
Dal proprio malessere.
Dal proprio crollo.
Dalle parole che ha utilizzato per rialzarsi.
E questo rende il libro credibile.
Non c’è la promessa di una trasformazione immediata. Non c’è il tentativo di impressionare il lettore con formule complesse.
C’è un linguaggio semplice, curato, diretto.
E soprattutto c’è l’idea della crescita come viaggio.
Jasmina scrive:
“Questo libro è il tuo compagno di viaggio. Usalo quando vuoi.”
Mi sembra una frase perfettamente coerente con il senso dell’opera.
Un compagno di viaggio non decide dove devi arrivare.
Cammina accanto a te.
Crollare bene significa forse smettere di vergognarsi della propria fragilità
Il titolo del libro potrebbe far pensare a una provocazione.
In realtà contiene una delle idee più interessanti dell’intero progetto.
Crollare bene non significa non soffrire.
Non significa trasformare una crisi in una bella esperienza.
Significa forse imparare ad attraversare il crollo senza aggiungere alla sofferenza anche il giudizio verso noi stessi.
E illuminarsi meglio non significa diventare improvvisamente felici, perfetti o invulnerabili.
Potrebbe significare semplicemente tornare a vedersi.
Con meno durezza.
Con maggiore consapevolezza.
Con una voce interiore più gentile.
La crescita personale, allora, cambia prospettiva.
Non è più una gara per diventare qualcuno.
Diventa un percorso per tornare a casa dentro di sé.
Ed è forse questo il regalo più interessante che Jasmina von Büren consegna al lettore: la possibilità di ricordarsi che non dobbiamo essere sempre forti, produttivi, performanti.
A volte possiamo semplicemente fermarci.
Respirare.
Scrivere una frase.
E provare, ancora una volta, a parlarci con gentilezza.
Jasmina von Büren: una storia di scrittura, consapevolezza e rinascita
Jasmina von Büren è nata nel 1978 nel Canton Ticino, in Svizzera. Dopo gli studi in design, lavora come montatrice audio-video presso la televisione svizzera, un lavoro che la porta ogni giorno a confrontarsi con immagini difficili e realtà complesse. Da qui nasce anche il desiderio di creare spazi più leggeri, nei quali le parole possano diventare respiro, cura e possibilità.
Jasmina non è una coach né una psicologa. È una persona che ha scelto di condividere, con autenticità, la propria esperienza di crescita e rinascita.
Nel corso della sua vita, anche attraverso momenti personali intensi, ha imparato l’importanza di trovare luoghi interiori nei quali potersi ritrovare e ricominciare.
Da sempre coltiva una profonda passione per la scrittura interiore, i percorsi alternativi di consapevolezza e tutto ciò che riguarda la vita e l’essere umano, temi che esplora con entusiasmo e sensibilità.
Da oltre vent’anni scrive affermazioni per se stessa. Dopo un periodo particolarmente difficile, ha iniziato a raccoglierle e a trasformarle in un percorso strutturato, inizialmente per sostenersi e, successivamente, per condividere con gli altri uno strumento che aveva sperimentato personalmente.
Da questa esperienza nasce Crollare bene illuminarsi meglio (senza meditare alle 4), il suo primo libro: un progetto nato dal desiderio di dare forma alle parole affinché possano diventare strumenti di guarigione e speranza, per se stessa e per chi sceglierà di accompagnarla in questo viaggio alla scoperta di nuove possibilità.

Il libro nasce da un momento di forte sofferenza personale. Qual è stata la prima frase che hai scritto e che, ancora oggi, senti profondamente tua?
La prima frase è stata: “Mi do il permesso di stare come sto.”
È nata mentre ero a letto, durante il secondo mese del mio terzo esaurimento. Avevo deciso di smettere, almeno per un po’, di scrivere testi che mi mettevano pressione e di fare una cosa completamente diversa: scrivere soltanto per farmi bene.
Mi sono chiesta: “Se voglio rimettermi in piedi, da dove parto?” E quella frase è uscita quasi da sola. Ricordo che mi ha sorpresa e commossa, perché ho capito immediatamente quanto ne avessi bisogno e, allo stesso tempo, che non me l’ero mai detta davvero.
Non devo stare meglio, non devo reagire: mi do il permesso di stare come sto.
È stata una liberazione. E trovo bellissimo che un libro che parla di trasformazione sia iniziato proprio dal permesso di non dover cambiare nulla, almeno per un momento.
Hai utilizzato le affermazioni per molti anni prima di trasformarle in un libro. Quando hai capito che quelle parole potevano diventare qualcosa di più di uno strumento personale?
Scrivo affermazioni per me stessa da più di vent’anni, soprattutto nei momenti difficili. Durante il mio terzo esaurimento ho sentito nuovamente il bisogno di usarle, ma questa volta non mi bastavano più delle frasi qua e là: volevo un percorso intero che mi aiutasse a rimettermi in piedi.
Così ho iniziato a organizzarle in una progressione molto graduale, pensata per rispettare la mia sensibilità. So per esperienza che, per noi persone sensibili, un passo troppo grande può ottenere l’effetto opposto: invece di farci avanzare, può bloccarci. Per questo ogni affermazione nasce da quella precedente, ne amplia lentamente lo spazio e prepara alla successiva. Volevo che il cambiamento avvenisse un passo alla volta, senza forzature.
All’inizio non pensavo affatto a un libro. Lo stavo facendo per me. Ma quando ho visto che quel percorso cominciava realmente a farmi bene, è arrivato un pensiero molto semplice: se sta aiutando me, forse potrebbe accompagnare anche qualcun altro.
È stato lì che qualcosa di molto personale ha iniziato a diventare condivisibile.
Viviamo in una società che ci chiede continuamente di essere produttivi, performanti e “la versione migliore di noi stessi”. Quanto è difficile, oggi, imparare semplicemente ad accettarsi?
Credo sia difficilissimo, anche perché ormai rischiamo di trasformare persino l’accettazione nell’ennesima cosa da fare bene. Dobbiamo essere produttivi, performanti, consapevoli, possibilmente felici… e magari anche perfettamente capaci di accettarci. È estenuante.
Siamo talmente abituati a misurarci che finiamo per considerarci un progetto da ottimizzare. Io stessa per anni mi sono chiesta: “Come posso diventare una versione migliore di me?” Oggi mi interessa molto di più chiedermi: “Come posso smettere di darmi addosso?”
Accettarsi, per me, non significa smettere di crescere. Significa non credere più di dover cambiare per meritare amore, rispetto o riposo.
E paradossalmente ho scoperto che, quando smettiamo di forzarci a diventare altro, spesso iniziamo davvero a cambiare.
Nel libro parli molto di gentilezza verso se stessi. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che dovevi smettere di chiederti di essere forte e iniziare ad ascoltarti?
Sì, il mio terzo esaurimento.
Per anni avevo confuso la forza con la capacità di resistere: andare avanti, adattarmi, funzionare comunque. Quando il corpo cedeva, lo vivevo quasi come un tradimento.
Questa volta ho iniziato a guardarlo diversamente. Ho capito che il mio corpo non mi aveva tradita: mi aveva fermata quando io non ero stata capace di farlo.
È cambiato anche il mio concetto di forza. Oggi non penso che essere forti significhi sopportare tutto. A volte la vera forza è accorgersi che qualcosa è troppo, fermarsi e avere abbastanza rispetto per sé stessi da ascoltarlo.
Per una persona come me, imparare questo è stato quasi rivoluzionario.
Se potessi incontrare oggi la Jasmina che stava attraversando quel periodo di sofferenza da cui è nato il libro, cosa le diresti?
Prima di tutto le direi: “Sono fiera di te.”
Poi le direi: “Fidati. Non devi capire tutto adesso. Non devi dimostrare niente. E non devi essere forte per forza. Puoi anche essere stanca, spaventata, confusa. E il resto viene da sé.”
E forse le direi anche grazie. Perché proprio in uno dei momenti in cui si sentiva meno capace di fare qualsiasi cosa, quella Jasmina ha iniziato, forse per la prima volta, a scrivere con un unico obiettivo: farsi profondamente bene.
Non sapeva che quelle parole sarebbero diventate un libro. Stava semplicemente cercando la sua strada per rialzarsi.
Oggi vorrei dirle che ce l’ha fatta. Non tornando quella di prima, ma imparando finalmente a diventare la propria alleata.
Crollare bene illuminarsi meglio è il tuo esordio. Qual è il prossimo capitolo? C’è già un nuovo progetto, un nuovo libro o una direzione che senti di voler esplorare?
Sì, il prossimo capitolo c’è già. Anzi, ce ne sono diversi.
Fin dall’estate scorsa ho in mente quattro percorsi di affermazioni, quindi quattro libri. Sono libri che avrei voluto avere prima di tutto per me e che, proprio per questo, sto scrivendo pensando anche a tutte noi persone sensibili.
Il secondo è già in lavorazione e affronta la paura del giudizio degli altri, un tema che mi ha accompagnata e messa in difficoltà per molto tempo. Anche questa volta parto da me: voglio conoscerla più a fondo, capire quali parole possono aiutarmi ad allentarne la presa e allenare la mia voce interiore a non dipendere così tanto da quella esterna.
E la cosa più bella è che sta già succedendo. Mentre scrivo, sento che qualcosa dentro di me si sta spostando e che certe paure stanno perdendo un po’ della loro forza. È esattamente così che voglio continuare a scrivere: partire da qualcosa su cui desidero lavorare io per prima e, se mi fa bene, trasformarlo in qualcosa da condividere.
Ho già in mente anche gli altri due libri e c’è un altro progetto a cui tengo moltissimo: vorrei far uscire Crollare bene, illuminarsi meglio in inglese il prossimo anno.
Ma al di là di tutto quello che voglio realizzare, c’è una cosa per me ancora più importante: voglio divertirmi mentre lo faccio. Sto vivendo la scrittura e tutto ciò che le ruota intorno senza la solita ansia da prestazione. Mi diverto a scrivere, a creare contenuti per i social, a curare la grafica, a inventare. E mi concedo anche molta imperfezione, soprattutto sui social. Per me è una conquista enorme.
Faccio tutto con calma, con i miei tempi e nel modo che sento mio. Se un progetto nato per farmi bene diventasse un’altra fonte di pressione, avrei decisamente sbagliato qualcosa.
Quindi sì, ho tanti progetti. Ma, sorprendentemente, non ho fretta. E forse la conquista più grande è proprio questa: mi sto godendo il percorso.