“Crossdresser: Stefano e Stefania, le due parti di me” di Stefano Ferri

La storia di Stefano, un PR di successo a Milano, si snoda tra il desiderio di esprimere la propria autenticità e le pressioni che la società esercita su di lui. Quando, all’apice della carriera, un incarico in California viene compromesso da fanatici religiosi che contestano il suo outfit femminile, Ferri si trova costretto a confrontarsi con la sua vera essenza.

 

 

Intervista a Stefano Ferri

 

 

 
Per te, che significato ha il crossdressing?

 

Né più né meno che vivere. Indossare i miei abiti mi è indispensabile quanto respirare. Un concetto che non viene capito, perché nessuno o quasi ha coi vestiti lo stesso rapporto che ho io, e per spiegarlo ho appunto scritto il mio memoir. Lì si chiarisce, fra i vari aspetti, anche il motivo per cui, così come un gay non può andare con una donna o un trans non può restare nel suo sesso di nascita, anche io non posso indossare gli abiti a me destinati dalle convenzioni.

 

Hai mai sentito che il termine “crossdressing” e “travestitismo” vengano usati in modo intercambiabile? Cosa ne pensi?

Che è un orrore. Dare del travestito significa insultare, e la dice lunga di chi insulta. Significa negare la legittimità dell’identità altrui. Travestirsi è assumere un’identità diversa dalla propria. Si traveste il bambino che a carnevale di maschera da Zorro o a Halloween da zombie. Dunque cosa si dovrebbe dire di me? Che sono una macchietta? È davvero inaccettabile – e infatti l’uso del termine “travestito” avviene sempre in malafede da parte di uomini repressi, donne invidiose, gente profondamente frustrata che così prova a vendicarsi di una vita ingenerosa.

 

Il crossdressing ha radici che affondano nella storia. Quali aspetti di questa tradizione ti colpiscono di più?

Che solo negli ultimi due secoli è diventato scandalo, e ciò dovrebbe far riflettere. Personalmente ritengo che il crossdressing oggi abbia un valore molto diverso rispetto a quello che poteva avere nel medioevo o nel rinascimento, cioè quando gli uomini si scoprivano molto di più delle donne, giravano con tuniche al ginocchio o in minigonna, calzamaglia e scarpe scollate. Oggi è un’istanza di emancipazione da parte di un genere – quello maschile – che da 250 anni è prigioniero di una controcultura che gli impedisce di lasciarsi andare. È il fenomeno che gli storici del costume e i politologi chiamano “la grande rinuncia maschile” o “il grande baratto” bellezza-carriera, con cui gli uomini, agli albori dell’era industriale, scelsero di rinunciare a tutti i vezzi della moda (parrucche, ciprie, tacchi ecc) e lasciarli in esclusiva alle donne per dedicarsi unicamente a lavorare e portare a casa i soldi. È dunque da appena due secoli e mezzo che gli uomini si auto-condannano a reprimere il proprio aspetto, non avendo il coraggio di recuperare il culto della bellezza. Oggi tutto ciò sta diventando pesante, perché le donne, al contrario, il loro lato della barricata l’hanno giustamente scavalcato, entrando nel mondo del lavoro e spesso superando anche gli uomini. Per cui il crossdressing è uno degli aspetti dell’emancipazione maschile (ce ne sono parecchi altri, la rinuncia alla bellezza fu totale, coinvolse anche gli aspetti interiori, per cui oggi per un uomo è difficile persino farsi vedere piangere in pubblico, figuriamoci indossare un tubino!).

 

Cosa ti ha ispirato a scrivere “CROSSDRESSER”? Quale messaggio volevi condividere con i lettori attraverso la tua esperienza?

Una sola cosa: l’obbligo morale di rispondere alla domanda che mi si faceva – e ancora mi si fa – da tantissime parti, ossia, semplicemente, perché? E voglio sottolineare che la risposta in sé non sarebbe lunga né difficile, consiste appena in una frasetta da nove parole. Ma se la dico, faccio ridere. Come sempre capita quando si esprimono cose davvero intime. Roberto Vecchioni cantava “non sarebbero lettere d’amore se non facessero ridere” e aveva ragione. Esclusi mittente e destinatario, le lettere d’amore sono ridicole, in quanto affondano nell’intimo, nel viscerale, in tutto ciò insomma che non può essere capito se non da chi lo vive. Per questo ho ritenuto opportuno condurre il lettore nei tratti salienti della mia vita, fargli vivere quasi in prima persona i drammi che ho vissuto a causa del mio modo d’essere, cosicché, quando alla fine arriva la famosa frase di nove parole, non ride più.

 

Nel tuo libro parli di una crisi esistenziale legata alla tua identità. Come sei riuscito a integrare le diverse parti di te, Stefano e Stefania?

Attraverso i vestiti. E attenzione: ognuno di noi uomini ha una parte femminile, così come ogni donna ne ha una maschile. A tutti e a ciascuno è dato in capo di integrare queste due parti, pena il mancato sviluppo della personalità. Ammetto che la mia integrazione è alquanto originale, ma di contro sono pure convinto che sia sempre più comune a tanti uomini, nell’era, come dicevo prima, delle donne manager, di cui noi crossdresser siamo fra i principali contraltari.

 

Qual è il messaggio che speri di far arrivare a chi si sente solo o in cerca di accettazione, magari in una situazione simile alla tua?

Di lasciarsi andare. Meglio vivere combattendo che morire arrendendosi. Oltretutto oggi è più facile di quando iniziai io. Siamo o non siamo nell’epoca della fluidità?

 

Guardando al futuro, quali passi pensi si possano intraprendere per rendere la nostra società più aperta e accogliente verso le diversità?

Una società è aperta quando è contenta, e la nostra, dopo trentatré anni di crescita zero, non lo è. Dobbiamo rimetterci in marcia e cercare nuove motivazioni al lavoro, avendo completamente abdicato alle vecchie. Solo a meta raggiunta le discriminazioni e i sessismi cesseranno. Intanto però abbiamo un buon punto di partenza: la diffusa consapevolezza che discriminare è inaccettabile. Questi ultimi anni hanno accelerato molto il processo di comprensione e di empatia, per cui, anche se oggi si parla meno di Diversity & Inclusion, indietro non si torna. Tempo al tempo.

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