“Da Carosello a TikTok” di Marianna Iandolo: un libro per bambini che parla a tutta la famiglia

Illustrato con delicatezza da Silvia Allegra, questo libro non è solo un racconto di innovazione e progresso tecnologico, ma un ponte generazionale. È pensato per essere letto insieme ai figli e ai nipoti, offrendo spunti di riflessione tanto ai bambini quanto agli adulti, perché il digitale non è solo una “questione da ragazzi”: è un terreno comune, in cui tutti noi ci muoviamo, impariamo e cresciamo, ogni giorno.

 

Comunicare è un atto sociale: cosa ci insegnano Carosello e TikTok

Se un tempo bastavano dieci minuti per conquistare l’attenzione di un pubblico intergenerazionale, oggi le soglie di attenzione si sono ridotte, ma la necessità di raccontarsi, connettersi, emozionarsi, è rimasta immutata. E in questo passaggio, la comunicazione non ha solo seguito la tecnologia: l’ha anche plasmata, arricchita, e talvolta complicata.

 

Tecnologia e infanzia: la necessità di una responsabilità condivisa

Il valore del libro di Iandolo sta nel modo in cui affronta il tema del rapporto tra bambini e media digitali, con delicatezza e chiarezza. L’autrice non assume mai un tono allarmista, ma neanche ingenuo: riconosce i rischi, li nomina, ma soprattutto propone una strada educativa che coinvolge bambini e adulti insieme. Perché l’alfabetizzazione digitale non è una competenza da delegare alla scuola o alle app “a misura di bambino”, ma un percorso relazionale, dove la presenza attiva degli adulti è fondamentale.

Questo messaggio emerge con forza anche in uno dei passaggi chiave del libro:

 “E anche oggi, che i mezzi sono cambiati tanto, l’amore per le storie è rimasto sempre lo stesso. Da Carosello ai video su TikTok, la voglia di connettersi e di condividere emozioni, esperienze e risate è rimasta sempre quella. È proprio questa la cosa speciale: stare insieme, raccontare qualcosa di noi e ascoltare le storie degli altri.”

Dal consumo al significato: la comunicazione come costruzione di senso

Iandolo, attraverso un linguaggio accessibile ai bambini, riesce a rendere questi concetti percepibili, trasformandoli in stimoli per l’ascolto, la curiosità, la scoperta condivisa. È proprio in questa dimensione di racconto intergenerazionale che il libro trova la sua forza più autentica: non spiega la tecnologia, ma ci aiuta a leggerla come parte della nostra storia sociale.

 

Conclusione: educare al digitale è una forma di cittadinanza

In un tempo in cui i bambini crescono tra schermi, suoni e notifiche, offrire loro strumenti per comprendere ciò che vedono, per interpretare e scegliere, è una delle sfide educative più urgenti. E questa sfida non riguarda solo la scuola, ma ogni contesto familiare e sociale.

Da Carosello a TikTok non è solo un libro per bambini: è un invito per tutti — genitori, educatori, nonni — a fermarsi un momento, a raccontare, ad ascoltare. Perché educare al digitale non significa solo insegnare a “usare bene” uno strumento, ma trasmettere senso, valori, responsabilità.

E allora forse possiamo davvero dire che, anche in un mondo digitale, le storie continuano a tenerci insieme. Basta avere il coraggio di raccontarle. Insieme.

 

 

Crescere nell’era digitale: dialogo con Marianna Iandolo sul potere delle storie, ieri e oggi

 

Il tuo libro “Da Carosello a TikTok” accompagna i bambini in un viaggio attraverso la storia dei media, ma è evidente che parla anche agli adulti. Com’è nata l’idea di scrivere un libro che fosse al tempo stesso divulgativo, educativo e intergenerazionale?

 

Carosello, nella sua epoca, ha rappresentato una forma di rito collettivo. Oggi i social media sono luoghi molto più frammentati, ma altrettanto pervasivi. Cosa pensi sia cambiato, dal punto di vista sociologico, nel nostro modo di comunicare e di costruire legami attraverso i media?

Mi sarebbe piaciuto vivere la mia infanzia, quando Carosello passava in TV, un momento magico per tutta la famiglia. La società di allora era forse più protettiva nei confronti dei bambini. Ho vissuto la mia infanzia nel periodo di mezzo, in televisione davano Bim Bum Bam in un momento della giornata in cui i genitori avevano altro da fare. Oggi, in un’epoca in cui si parla di maggiore attenzione nei confronti dei bimbi, paradossalmente si tende a lasciarli esplorare da soli spazi comunicativi, che a volte lasciano basiti anche gli adulti. Trovo che i social media possano essere strumenti di conoscenza per i più piccoli se ben utilizzati, e mi riferisco alla loro parte creativa e didattica, ma richiedono supervisione da parte dei genitori, che devono vigilare sull’uso di questi mezzi, perché basta poco ad un bambino per leggere certe forme di comunicazione nel modo sbagliato. Per non parlare dei pericoli che corrono in rete, dove non sai mai se dall’altra parte c’è davvero un coetaneo o un adulto con cattive intenzioni. Non è un granchè bello il mondo in cui oggi i bambini fanno le loro scoperte, siano esse nello spazio reale o in quello digitale. Non condivido la scelta delle maggiori rete televisive di cancellare programmi per i più piccoli che erano divertenti ed educativi. Ce ne sarebbe ancora un gran bisogno. A volte si pensa di fare passi in avanti, snobbando ciò che di buono c’era prima.

 

Nel libro racconti il passaggio dalla televisione a Internet e ai social con parole semplici e chiare, ma non mancano i riferimenti a temi importanti come la velocità, l’attenzione, il bisogno di appartenenza. Come hai lavorato per rendere questi concetti accessibili ai bambini, senza perdere la complessità che li caratterizza?

Il mestiere di giornalista ti insegna prima di tutto la necessità di scrivere in modo semplice e chiaro per tutti. Allo scrivere erudito ho comunque sempre preferito uno stile comprensibile e attrattivo nella sua scorrevolezza. Scrivere per pochi è un privilegio, ma scrivere per tutti è un progetto che trovo più ambizioso. Per quanto i miei libri siano pensati per i bambini, scrivo di ciò che possa essere letto con piacere, anche dai genitori in un momento fondamentale di condivisione. Un adulto può aver bisogno di leggerezza quanto un bambino. Un po’ come andare al cinema a vedere un film che alleggerisca l’anima pur trasmettendo qualcosa su cui riflettere. Se con i miei libri riuscissi a fare questo, ne sarei felice. Tradurre la complessità della vita in qualcosa di più facile da digerire è un esercizio che ai bambini viene spontaneo, mentre agli adulti meno.

 

Il digitale è ormai parte integrante dell’infanzia, ma non sempre siamo pronti, come adulti, a filtrare o accompagnare i più piccoli in questo percorso. Qual è, secondo te, la responsabilità educativa degli adulti oggi, in una società così iperconnessa?

Come accennavo prima, la vigilanza sui più piccoli è indispensabile nel momento in cui si delega al mondo digitale di intrattenerli durante la loro giornata. Stimo quei genitori che riescono ancora a trasmettere ai loro figli l’importanza di vivere soprattutto momenti con i loro coetanei così come facevamo noi da bambini. È certamente più impegnativo, e da vari punti di vista, che abbandonarli davanti a uno schermo. Non sono mamma ma sono ziissima e, amando profondamente i bimbi, la loro spontaneità e la loro capacità di accogliere senza protezioni, credo vada insegnato loro a vivere in una società tecnologicamente più avanzata, proteggendoli dai suoi rischi, in modo che non restino indietro ma che siano sempre al sicuro.

 

Un aspetto molto toccante del tuo messaggio è che, al di là dei mezzi, resta centrale il bisogno di raccontare ed essere ascoltati. In un tempo dove l’attenzione è spesso breve, come possiamo recuperare – in famiglia, a scuola, nella società – quello spazio per lo “stare insieme” attraverso le storie?

Mi fa domande più adatte a una terapeuta che a un’autrice, ma da persona spero più attenta possibile agli altri, e che è stata una bambina con i suoi bisogni affettivi come tutti, penso che la comunicazione sia l’unica arma che abbiamo in una società che corre veloce e non sempre sa dove sta andando. Siamo animali sociali, stare insieme ci tiene vivi. Stare bene insieme ci fa vivere meglio e si può fare soltanto raccontandosi e ascoltando le storie degli altri. Quelle dei bambini poi possono insegnare molto, lo so perché mi sono dedicata a loro anche nel mondo del volontariato. Di frequente, mi capita di intraprendere un discorso con bimbi che non conosco, anche in mezzo alla strada. Scambi che mi regalano un senso di spensieratezza impagabile e allo stesso tempo un po’ di ricchezza in più. E spero a loro la considerazione che meritano.

 

Il tuo lavoro come giornalista e autrice dimostra un grande equilibrio tra informazione e sensibilità educativa. Quali sono i tuoi prossimi progetti, e cosa ti auguri che resti ai lettori – piccoli e grandi – dopo aver letto “Da Carosello a TikTok”?

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