“Decalogo per non morire” di Franco Casoni: possiamo imparare a vivere meglio?

 

Che cosa significa davvero vivere più a lungo? E, soprattutto, che cosa significa vivere meglio?

 

Sono domande apparentemente semplici, ma diventano molto più complesse se osserviamo la società contemporanea.

 

Abbiamo a disposizione una quantità enorme di informazioni sulla salute, sulla prevenzione, sull’alimentazione, sulla psicologia e sul benessere. Siamo continuamente invitati a prenderci cura del corpo, a controllare ciò che mangiamo, a fare attività fisica, a gestire lo stress, a migliorare noi stessi.

 

Eppure continuiamo a vivere spesso dentro una condizione di accelerazione, sovraccarico, solitudine, ansia, ripetizione e disconnessione da noi stessi.

 

È proprio dentro questa contraddizione che si colloca Decalogo per non morire. Dieci principi per corpo, mente, spirito: vivere meglio e più a lungo di Franco Casoni.

 

Un titolo provocatorio, volutamente paradossale, perché nessuno può realmente sottrarsi alla morte.

 

Ma forse possiamo fare qualcosa di diverso: evitare di sprecare la vita prima ancora che finisca.

 

Non è un libro sulla morte, ma sulla vita

Il primo equivoco da evitare riguarda proprio il titolo.

 

“Decalogo per non morire” non promette l’impossibile. Non propone una formula capace di garantire l’immortalità e non vende illusioni.

 

Il “non morire” diventa piuttosto una metafora.

 

Significa imparare a rallentare, prevenire, ascoltare il corpo, comprendere i meccanismi della mente, interrompere comportamenti che ci danneggiano, costruire relazioni e trovare un significato al proprio percorso.

 

In altre parole, prolungare la vita non significa soltanto aggiungere anni agli anni, ma provare ad aggiungere qualità alla nostra esperienza del tempo.

 

Ed è proprio qui che il libro di Casoni diventa interessante anche da un punto di vista sociologico.

 

Perché la domanda non riguarda soltanto il singolo individuo.

 

Riguarda il modo in cui la società contemporanea ci insegna a vivere.

 

Una società nella quale siamo spesso invitati a correre, produrre, consumare, essere efficienti, rimanere connessi e rispondere continuamente agli stimoli rischia di farci perdere una capacità fondamentale: ascoltarci.

 

Il corpo che parla e una società che corre troppo

La prima parte del libro affronta la dimensione medica e corporea.

 

Prevenzione, nutrizione, sonno, ritmi biologici, analisi e controlli costituiscono alcune delle basi attraverso le quali Casoni invita il lettore a sviluppare un rapporto più consapevole con il proprio organismo.

 

Ma il concetto più interessante è forse quello dell’ascolto.

 

Il corpo non è soltanto qualcosa da mantenere efficiente. È anche qualcosa che comunica.

 

Casoni scrive:

“Il corpo e la mente ci avvertono e ci inviano segnali significativi, dobbiamo affinare la nostra sensibilità ad ascoltarli e a prenderli in considerazione.”

È una frase che merita di essere letta anche al di fuori della dimensione strettamente sanitaria.

 

Quanto siamo ancora capaci di ascoltare ciò che ci accade?

 

Questa domanda riguarda il corpo, ma riguarda anche la nostra organizzazione sociale.

 

Siamo immersi in una cultura della velocità. Il tempo deve essere ottimizzato, riempito, utilizzato.

 

Fermarsi può quasi sembrare una perdita di tempo.

 

E allora il corpo può diventare l’ultimo luogo nel quale ciò che abbiamo ignorato cerca di farsi sentire.

 

Casoni invita invece a non ignorare quei segnali, perché, come scrive, lasciarli passare può significare perdere “un’opportunità preziosa d’intervenire in tempo”.

 

La prevenzione, quindi, diventa anche una forma di responsabilità.

 

Quando la mente diventa la nostra prigione

Se il corpo parla, anche la mente costruisce continuamente la nostra esperienza della realtà.

 

La seconda sezione del libro si concentra proprio su questo territorio.

 

Casoni affronta la coazione a ripetere di Freud, l’autodistruttività, l’immobilismo e quei meccanismi attraverso i quali possiamo continuare a ripetere comportamenti che sappiamo essere dannosi.

 

È uno dei passaggi nei quali il libro pone una domanda particolarmente scomoda:

 

perché continuiamo a fare ciò che sappiamo non esserci utile?

 

L’autore scrive:

“La nostra mente si crea dei meccanismi difensivi basati su rimozioni, falsi ragionamenti, difficoltà fisiche e impedimenti per non portare avanti i nostri desideri e obiettivi.”

Il problema, quindi, non è sempre rappresentato da un ostacolo esterno.

 

A volte l’ostacolo viene costruito dentro di noi.

 

Ma cambiare non è semplice.

 

Casoni lo riconosce esplicitamente:

“Il cambiamento, come abbiamo visto, non è una cosa facile! Non è mai un sentiero spianato e leggero.”

Cambiare significa spesso separarsi da qualcosa che conosciamo.

 

Anche quando quella cosa ci fa male.

 

È uno dei grandi paradossi della condizione umana: possiamo rimanere legati a ciò che ci danneggia semplicemente perché ci è familiare.

 

Da questo punto di vista, il libro non propone una retorica semplicistica del “cambia vita”.

 

Propone invece di interrogarsi sui meccanismi che rendono il cambiamento difficile.

 

A.A.R.: la “muraglia” contro le avversità

Tra le idee più caratterizzanti del libro troviamo l’A.A.R.:

 

Accettazione. Adattamento. Resilienza.

 

Tre parole che Casoni mette in relazione per costruire una risposta alle difficoltà dell’esistenza.

 

L’autore parla di una vera e propria “muraglia”.

 

“Praticare l’AAR: accettazione, adattamento e resilienza (la forza interiore), si tratta di tre termini che si somigliano tra di loro, ma messi insieme costituiscono una ‘muraglia’ contro le avversità della vita.”

 

È importante il modo in cui Casoni interpreta questi tre passaggi.

 

L’accettazione non coincide con la rassegnazione.

 

Significa confrontarsi con ciò che è accaduto.

 

L’adattamento significa imparare a convivere con una realtà che magari non possiamo modificare.

 

La resilienza significa invece attivare risorse interiori per trovare una strada attraverso la difficoltà.

 

Casoni utilizza un’immagine particolarmente concreta:

 

“Con l’accettazione si masticano, s’ingoiano e si assimilano le amarezze e i dolori dell’esistenza.”

Non è una cancellazione del dolore.

 

È un tentativo di attraversarlo.

 

Ed è proprio questa una delle idee che considero più interessanti del libro: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo interrogarci sul modo in cui costruire una risposta a ciò che ci accade.

 

L’acqua che trasporta il battello può anche affondarlo

C’è un’immagine contenuta nel libro che, a mio avviso, sintetizza molto bene la riflessione di Casoni.

 

È un proverbio arabo:

“L’acqua che trasporta il battello è la stessa che l’inghiottisce.”

 

L’acqua diventa la metafora dei nostri pensieri.

 

Può essere calma e accompagnare il battello.

 

Oppure può diventare tempestosa, creare vortici e provocarne l’affondamento.

 

La metafora è potente perché introduce una questione centrale: la mente può essere contemporaneamente una risorsa e un ostacolo.

 

Possiamo soffermarci troppo su un fatto negativo.

 

Possiamo ingigantire un episodio.

 

Possiamo investire tutta la nostra emotività in un’unica direzione.

 

Possiamo costruire conflitti interiori nei quali parti diverse della nostra mente sembrano muoversi una contro l’altra.

 

Il problema non è quindi soltanto ciò che accade.

 

È anche il filtro attraverso il quale interpretiamo ciò che accade.

 

E questo tema assume un significato particolare in una società nella quale siamo continuamente esposti a informazioni, immagini, giudizi, confronti e sollecitazioni.

 

La nostra mente è immersa in un’enorme quantità di “acqua”.

 

La questione diventa allora capire come navigare.

 

Tessere socialmente: nessuno vive davvero da solo

Uno degli aspetti che maggiormente arricchiscono il libro è il passaggio dalla dimensione individuale a quella sociale.

 

Casoni parla di “tessere socialmente”.

 

Lavorare.

 

Amare.

 

Costruire relazioni.

 

Allargare la propria rete.

 

Recuperare il “Bambino” che vive dentro di noi, quello curioso, vivace, allegro.

 

Non sono elementi marginali.

 

Sono parte della qualità della vita.

 

Ed è qui che emerge con particolare evidenza l’interesse dell’autore per Erich Fromm e per una lettura dell’individuo inserito all’interno della società.

 

L’uomo non vive nel vuoto.

 

Esiste dentro gruppi, relazioni, reti sociali, gerarchie, sistemi di appartenenza.

 

Casoni osserva che maggiore è la rete sociale di una persona, maggiori sono le possibilità di incontro.

 

Questo elemento merita una riflessione sociologica.

 

Quando parliamo di benessere, siamo spesso portati a pensare esclusivamente all’individuo: io devo stare bene, io devo migliorare, io devo essere resiliente.

 

Ma possiamo davvero pensare al benessere individuale senza pensare alla qualità delle relazioni?

 

Possiamo chiedere a una persona di essere forte senza chiederci quale rete sociale abbia intorno?

 

Possiamo parlare di salute senza parlare di solitudine?

 

Il libro di Casoni, almeno in questa parte, apre una porta importante: la persona non è separabile dal mondo relazionale nel quale vive.

 

Yin e Yang: l’equilibrio non nasce dall’assenza di conflitto

La terza sezione del libro entra nella dimensione filosofica e spirituale.

 

Casoni sceglie alcuni elementi della filosofia cinese per affrontare il tema dell’armonia degli opposti.

 

Yin e Yang rappresentano polarità differenti: notte e giorno, immobilità e attività, accoglienza e forza.

 

Ma l’obiettivo non è eliminare uno dei due poli.

 

È imparare a convivere con entrambi.

 

La vita, in questa prospettiva, non è equilibrio perché tutto è sempre tranquillo.

 

È equilibrio perché sappiamo alternare e integrare dimensioni differenti.

 

Attività e riposo.

 

Forza e fragilità.

 

Gioia e dolore.

 

Azione e quiete.

 

È un’idea che Casoni collega anche alla filosofia occidentale attraverso Eraclito e la sua affermazione secondo cui:

 

“Il conflitto è padre di tutte le cose.”

 

Anche qui il libro propone una prospettiva interessante.

 

Siamo spesso educati a considerare il conflitto come qualcosa da eliminare.

 

Casoni suggerisce invece che l’armonia possa nascere proprio dalla tensione tra poli differenti.

 

Non cancellare la contraddizione.

 

Imparare ad abitarla.

 

Fede, speranza e carità: quando la vita cerca un significato

L’ultimo passaggio conduce verso la dimensione spirituale.

 

Fede, speranza e carità rappresentano le tre virtù teologali sulle quali Casoni costruisce l’ultimo decalogo.

 

È qui che il significato del titolo raggiunge la sua dimensione più profonda.

 

Se il corpo riguarda la durata della vita e la mente riguarda il modo in cui la attraversiamo, la spiritualità introduce una domanda ulteriore:

 

che senso ha vivere?

 

È una domanda diversa da “quanto vivremo?”.

 

E forse anche più difficile.

 

Il libro, attraverso questo percorso, sposta progressivamente l’attenzione dalla sopravvivenza al significato.

 

Il “non morire” non è più soltanto una questione biologica.

 

Diventa anche una riflessione su ciò che può dare alla vita una dimensione che vada oltre la semplice durata.

 

Perché “Decalogo per non morire” è diverso dagli altri manuali

Il panorama dei libri dedicati al benessere è enorme.

 

Esistono manuali sulla salute fisica, sull’alimentazione, sulla psicologia, sulla crescita personale, sulla gestione dello stress e sulla spiritualità.

 

Il libro di Casoni si colloca in una posizione differente perché prova a mettere in relazione questi territori.

 

Non è soltanto un manuale medico.

 

Non è esclusivamente un libro di psicologia.

 

Non è un semplice testo motivazionale.

 

Non è neppure soltanto un libro spirituale.

 

Il suo tratto distintivo è il tentativo di costruire una visione integrata dell’essere umano attraverso corpo, mente, relazioni, società e spirito.

 

Ed è proprio questa, a mio avviso, la principale forza dell’opera.

 

Casoni non propone una sola chiave per interpretare la vita.

 

Ne mette diverse in dialogo.

 

Il risultato è un libro che può essere letto come una guida, ma anche come un invito alla riflessione.

 

Una mappa per abitare la complessità

Se dovessi dare una mia definizione di Decalogo per non morire, non lo definirei semplicemente un manuale di benessere.

 

Lo definirei una mappa per attraversare la complessità dell’esistenza senza ridurre l’essere umano a una sola delle sue dimensioni.

 

È un libro che prova a ricomporre ciò che spesso viene separato.

 

Corpo e mente.

 

Individuo e società.

 

Forza e fragilità.

 

Azione e quiete.

 

Ragione e dimensione spirituale.

 

In questo senso, il titolo è quasi un paradosso pedagogico.

 

Ci invita a pensare alla morte per tornare a occuparci della vita.

 

E forse questa è la domanda più importante che il libro lascia al lettore:

 

non quanto a lungo riusciremo a vivere, ma che cosa faremo del tempo che abbiamo.

 

Chi è Franco Casoni, autore di “Decalogo per non morire”

Franco Casoni è nato a Roma e si è laureato in Psicologia Clinica, discutendo una tesi con il professor Adriano Ossicini.

 

Ha successivamente approfondito la formazione in psicoanalisi, ipnosi e tecniche cognitivo-comportamentali. Possiede inoltre un diploma per laici in teologia.

 

Nel corso degli anni ha sviluppato una personale riflessione sul rapporto tra corpo, mente, spiritualità e società contemporanea, approfondendo in particolare il tema della “verticalità” dell’uomo in contrapposizione alla dispersione del mondo moderno.

 

La sua produzione comprende Guida al rapporto di coppia (1987), Tecniche moderne per dimagrire (1990), Il Padre Nostro con immagini gestuali (2012), Psicologi di voi stessi (2017), L’Italia tra i gioielli del mondo in italiano e cinese (2019-2020), Spiritualità e corporeità nella preghiera del Padre Nostro (2020), Nati per offendere (2021), L’omelia che salva (2022), Il cane psicoterapeuta del suo padrone (2023), Ci salverà nostra “madre” yin. Inno alla passività felice e al lavoro moderato (2025) e Decalogo per non morire. Dieci principi per corpo, mente, spirito: vivere meglio e più a lungo (2026).

 

Sui suoi ultimi libri è stato intervistato dalla Rai, da Radio Fizz Show, Radio Unitelma, Radio Passaparola e Giornale Radio FM. Radio Libertà ha dedicato un intero commento al volume Decalogo per non morire.

 

Le sue opere hanno inoltre ricevuto recensioni su giornali cartacei, tra cui Identità e Gazzetta di Modena, e su testate e siti online come Class Travel, Reh Magazine, Mescalina News, La Folla del XXI Secolo, Solamente e Corriere Nazionale.

 

Il suo ultimo libro è stato definito una bussola, una guida da seguire e un manuale quasi salvavita.

 

 

 

Sei domande a Franco Casoni

 

 

“Decalogo per non morire” è un titolo volutamente provocatorio. Sappiamo che la morte è inevitabile, eppure la nostra società sembra ossessionata dal tentativo di allontanarla, attraverso la medicina, la tecnologia, la ricerca della performance e l’idea di un corpo sempre più controllabile. Che cosa ci dice questa ossessione sul nostro rapporto con la morte e, soprattutto, con la vita?

Il titolo del libro è volutamente provocatorio perché il mio obiettivo non è promettere l’immortalità, ma aiutare le persone a vivere meglio e, possibilmente, più a lungo. Oggi assistiamo a una sorta di rimozione della morte: cerchiamo di controllare tutto, dal corpo all’invecchiamento, affidandoci sempre di più alla medicina e alla tecnologia. Sono strumenti preziosi, ma da soli non bastano. L’ossessione di non morire rischia di farci dimenticare “l’arte di vivere”. Credo che una vita piena di significato, di relazioni autentiche, di equilibrio tra corpo, mente e spirito sia la migliore risposta alla paura della morte. Quando impariamo a vivere bene, anche la morte perde parte del suo potere di intimidirci. Erick Fromm ha sostenuto che la paura della morte si ha quando la persona “non sta in rapporto   ovvero quando non partecipa interiormente a tutto ciò che lo circonda.

 

Nel tuo libro inviti ad ascoltare i messaggi che arrivano dal corpo e dalla mente. Viviamo però in una società dell’accelerazione, nella quale fermarsi, rallentare e ascoltarsi sembra quasi diventato un lusso. Secondo te, abbiamo perso la capacità di ascoltare noi stessi oppure non abbiamo più il tempo per farlo?

Credo che siano vere entrambe le cose. La società contemporanea ci abitua alla velocità, alla produttività, alla continua distrazione, alla tirannia del fare… Siamo sempre collegati con il mondo esterno e sempre meno con il nostro mondo interiore. Il corpo, però, continua a parlarci attraverso la stanchezza, la sofferenza, il dolore, le emozioni e persino attraverso i piccoli segnali che spesso ignoriamo. Ascoltarsi non significa rallentare per rinunciare alla vita, ma fermarsi quel tanto che basta per orientarla meglio. È un investimento presente e futuro sulla salute, non una perdita di tempo.

 

Affronti la coazione a ripetere, l’immobilismo e quei meccanismi attraverso i quali possiamo continuare a riproporre comportamenti che sappiamo essere dannosi. Ti pongo una domanda scomoda: quanto siamo realmente responsabili delle nostre scelte e quanto, invece, le nostre decisioni sono condizionate dalla famiglia, dalla cultura, dalle relazioni e dalla società nella quale siamo cresciuti?

Nessuno nasce in un ambiente sterile. Tutti siamo il risultato dell’incontro tra predisposizioni personali, ereditarietà, educazione familiare, cultura, traumi, esperienze e relazioni. Questi fattori ci condizionano profondamente, ma non determinano completamente il nostro destino. La consapevolezza di sè rappresenta il punto di svolta. Più comprendiamo i nostri automatismi e le nostre “coazioni a ripetere”, più aumentiamo il margine di libertà nelle nostre decisioni. La responsabilità non consiste nell’essere totalmente liberi dai condizionamenti, ma nel cercare ogni giorno di superarli in maniera consapevole.

 

Nel libro proponi l’A.A.R. Accettazione, Adattamento e Resilienza come una “muraglia” contro le avversità. Oggi, però, la parola resilienza viene utilizzata continuamente e rischia quasi di diventare un imperativo: devi essere forte, devi reagire, devi farcela. Secondo te, quando la resilienza smette di essere una risorsa e diventa una nuova forma di pressione sull’individuo?

Quando essa viene trasformata in uno slogan o in un obbligo morale o coercitivo. Nessuno può essere sempre forte! Nel mio libro, infatti, preferisco parlare di A.A.R.: Accettazione, Adattamento e Resilienza. Prima bisogna accettare la realtà, poi adattarsi con intelligenza alle situazioni e solo dopo sviluppare la capacità di reagire e resistere. La resilienza autentica non impone di sorridere davanti al dolore o di nascondere la sofferenza; significa trovare, con i propri tempi, un nuovo equilibrio. Diventa tossica quando la società pretende che ogni persona reagisca immediatamente e senza mostrare alcuna fragilità. In un certo senso dobbiamo masticare le avversità, trovare delle strategie di adattamento e cercare di assimilarle. 

 

Dedichi grande attenzione al “tessere socialmente”, al lavoro, all’amore e alla necessità di mantenere vivo il “Bambino” che è dentro di noi. In una società nella quale possiamo essere continuamente connessi e, nello stesso tempo, profondamente soli, che cosa significa oggi costruire una relazione autentica con gli altri? E quanto la qualità delle nostre relazioni può incidere sulla qualità della nostra vita?

Le relazioni rappresentano uno dei più potenti fattori di salute e di benessere. Possiamo avere migliaia di contatti digitali e sentirci comunque profondamente soli. Una relazione autentica nasce dall’ascolto, dalla fiducia, dal rispetto reciproco, dall’accettazione dell’altro, e dalla disponibilità a mettersi in gioco senza maschere. Nel libro sottolineo anche l’importanza di mantenere vivo il nostro “Bambino”, cioè quella parte capace di stupirsi, giocare, amare e creare. Una società che perde questa dimensione diventa più efficiente, ma anche più fredda e povera… La qualità della nostra vita dipende in larga misura dalla gioia di vivere e dalla nostra energia creativa: aspetti e risorse che sono proprie del nostro “Bambino interno” il quale ci orienta anche verso le persone che amiamo e che ci amano.

 

Il tuo percorso attraversa psicologia, psicoanalisi, tecniche cognitivo-comportamentali, spiritualità, filosofia e riflessione sulla società contemporanea. Se dovessi mettere da parte per un momento tutti i tuoi libri e scegliere una sola domanda alla quale vorresti continuare a cercare una risposta nel prossimo futuro, quale sarebbe?

La domanda che continua ad accompagnarmi è questa: come possiamo aiutare l’essere umano a ritrovare un’armonia tra corpo, mente, spirito e ambiente in un mondo sempre più veloce, tecnologico e frammentato? È una domanda che non riguarda solo la psicologia, ma anche la filosofia, la spiritualità, la medicina e il futuro della nostra civiltà. Credo che il vero progresso non consista soltanto nell’allungare la vita, ma nel renderla più consapevole, più umana e più ricca di significato. È questa ricerca che continua a ispirare i miei libri e che, probabilmente, dovrebbe accompagnarci e orientarci, tutti, al fine di migliorare e rendere più ricca e felice la nostra esistenza.

 

La vera domanda non è come non morire

Forse il merito maggiore di Decalogo per non morire è proprio quello di partire da una domanda impossibile per arrivare a una domanda molto concreta.

 

Nessuno può non morire.

 

Ma possiamo interrogarci su come stiamo vivendo.

 

Possiamo ascoltare il corpo prima di ignorarne i segnali.

 

Possiamo riconoscere i meccanismi mentali che ci tengono immobili.

 

Possiamo imparare ad attraversare il dolore.

 

Possiamo cambiare.

 

Possiamo costruire relazioni.

 

Possiamo recuperare la curiosità.

 

Possiamo provare a conciliare gli opposti.

 

Possiamo interrogarci sul significato della nostra esistenza.

 

In una società che sembra aver trasformato il tempo in una risorsa da consumare rapidamente, fermarsi a chiedersi come stiamo vivendo è già una forma di resistenza.

 

Ed è forse questo il messaggio più interessante che possiamo ricavare dal libro di Franco Casoni.

 

La vera sfida non è vivere per sempre.

 

È fare in modo che il tempo che abbiamo non ci passi semplicemente accanto.

 

Perché vivere più a lungo può essere importante.

 

Ma imparare ad abitare la vita, finché la vita c’è, lo è ancora di più.

 

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