Il diritto alla sessualità in carcere in italia non è previsto

Da più anni il tema sul diritto all’affettività e alla sessualità all’interno degli istituti penitenziari italiani è oggetto di dibattito dentro e fuori il Parlamento italiano. Quanto è stato fatto in tal senso? Non c’è da stupirsi – poco o nulla

Di conseguenza l’unica opportunità per esercitare l’affettività resta il cosiddetto permesso premio, che consente alle persone detenute di tornare a casa per brevi periodi. Per ovvie ragioni, i permessi premio sono rari. Essendo l’argomento di per sé scomodo da trattare e difficile da digerire per alcuni strati dell’opinione pubblica, le forze politiche da ambi i lati hanno preferito smarcarsi dalle richieste dell’Europa di fornire anche ai detenuti spazi e tempi utili a coltivare il legittimo diritto all’affettività.

Quali sono le indicazioni dell’Europa?

Procediamo con ordine, la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo tramite articolo 8 prevede: “il diritto di stabilire relazioni diverse con altre persone, comprese le relazioni sessuali“. Il Consiglio dei Ministri europeo ha raccomandato agli Stati membri di permettere ai detenuti di incontrare il/la proprio/a partner senza sorveglianza visiva durante la visita. Anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha raccomandato di mettere a disposizione dei detenuti dei luoghi per coltivare i propri affetti [Raccomandazione 1340(1997) relativa agli effetti della detenzione sui piani familiari e sociali]. In più, è stato normato che questi luoghi per la vita familiare debbano essere accessibili a tutte le persone detenute e per tutti i tipi di visite: coniuge, figli e tutte le persone con permesso di visita, senza alcuna discriminazione. (Consiglio d’Europa: Raccomandazione R(98)7 relativa agli aspetti etici e organizzativi nei luoghi di detenzione Consiglio dei Ministri).

Com’è garantito in Europa il diritto all’affettività?

Esattamente 31 paesi dei 47 appartenenti al Consiglio d’Europa, autorizzano seppur con soluzioni diverse le visite intime ai detenuti. A partire dal colloquio prolungato non sorvegliato in Romania, Croazia e Albania, lì dove gli istituti di pena concedono incontri non controllati della durata di quattro ore.

In Spagna più precisamente in Catalogna dove la legge autorizza due visite al mese senza sorveglianza, una con la famiglia o con amici, l’altra, definita intima, col coniuge o il partner, oppure come in Norvegia, Danimarca e Olanda dove ci sono dei veri e propri appartamenti dotati di ogni confort, dove il detenuto può incontrare la propria famiglia, amici e figli anche il proprio partner. In Francia all’interno dei penitenziari ci sono delle sezioni in cui i detenuti hanno diritto a vivere le loro relazioni affettive con i propri cari. Nel Canton Ticino è concesso il congedo interno per incontrare il partner, familiari e amici in una casetta, la cosiddetta “Silva”, o il colloquio gastronomico, un pasto in compagnia di parenti e amici.

Affettività e carcere in Italia

La legge italiana vieta la possibilità di concedere pause di intimità ai detenuti italiani difatti il regolamento carcerario impone che i colloqui del recluso con il o la partner, devono sempre avvenire tramite vigile sorveglianza del personale. Il carcere non concede spazi privati.

Il legislatore dimentica che la pena detentiva viene spesso espiata da persone che hanno una propria vita al di fuori di quelle mura. Per potersi definire umano, civile e rieducativo, il carcere non può permettersi di soffocare e reprimere tutto ciò che attiene alla sfera affettiva ed emotiva dei ristretti. In qualche modo sarebbe il caso di ripensare il dispositivo proibizionista con riferimento alla loro sessualità.

Da Spoleto, pochi giorni fa il giudice di sorveglianza Gianfilippi, forse ha dato inizio ad un nuovo corso, ha accolto il ricorso di un detenuto ad esercitare il proprio diritto all’affettività. Il giudice ha rivolto alla Consulta un appello ad intervenire in tal senso, adducendo quanto segue: “Il riconoscimento del diritto alla sessualità dei detenuti non solo favorirebbe la loro crescita personale, ma andrebbe a beneficio dell’intera istituzione carceraria perché migliorerebbe i rapporti con gli agenti di polizia penitenziaria e aiuterebbe il clima generale della vita in carcere”.

Secondo il giudice Fabio Gianfilippi la negazione della sessualità a chi sta dietro le sbarre: “si volge in mera vessazione, umiliante e degradante, peraltro non soltanto per il condannato, ma per la persona con lui convivente, cui pure viene interdetto l’accesso a quella sessualità e genitorialità che potrebbe, ove lo si volesse, derivarne”.

Per concludere, il giudice di Spoleto rivolge alla suprema corte un quesito che è insieme giuridico ed etico: con il vietare i rapporti sessuali, non si contravviene allo spirito costituzionale sulla protezione della famiglia, anche quella di un condannato?

Forse i tempi sono maturi per comprendere che la sfera della sessualità e dell’affettività, è una componente inalienabile dell’essere umano, continuare a negarla equivale ad un’orrenda amputazione di un suo elemento caratterizzante.

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Francesco Sassano

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