Diventa esperto di te stesso. Come sopravvivere al quotidiano? Ne parliamo con Francesca Dantes, mental coach

Il cuore della sua proposta è la consapevolezza funzionale, uno stato interiore che ci permette di restare calmi, lucidi e flessibili anche quando la vita ci mette alla prova. Non è un altro metodo per essere più performanti, ma piuttosto un modo per smettere di rincorrere ideali imposti e tornare a sentirci bene dentro la nostra pelle. Come spiega lei stessa:

“Non siamo mai soddisfatti di chi siamo e di cosa facciamo, e così aumentiamo la pressione sul nostro io. Dobbiamo finirla. Non significa che diventeremo ottimi genitori, splendidi colleghi o fantastici amanti, ma ci accorgeremo delle risorse che possediamo e la smetteremo di massacrarci tentando di essere qualcun altro”.

Parleremo con Francesca di emozioni, di come riconoscerle e viverle senza esserne travolti. Di intelligenza emotiva, di come allenarla ogni giorno, anche nei piccoli gesti. Di come allenarsi all’imprevisto non significhi prevedere tutto, ma imparare a starci dentro senza perdere sé stessi. E di come osservare le nostre regole interiori e le eccezioni che ci concediamo può restituirci un’immagine più autentica – e più gentile – di chi siamo.

Questa non è una chiamata alla perfezione, ma alla libertà.

È un invito ad ascoltare, comprendere, scegliere, anziché reagire in automatico.

È la possibilità concreta di cambiare non solo il modo in cui viviamo…

…ma soprattutto il modo in cui ci trattiamo.

Con Francesca Dantes, iniziamo un viaggio per tornare compagni di noi stessi, con meno giudizio e più consapevolezza. Perché la vera trasgressione, oggi, potrebbe essere proprio questa: smettere di inseguire e iniziare a sentire.

L’unica corsa che conta è verso noi stessi. Un dialogo con Francesca Dantes sulla consapevolezza, le emozioni e l’arte di non perdersi nel quotidiano

 

Francesca, viviamo in un tempo in cui sembra che valiamo solo se produciamo, se performiamo, se non sbagliamo mai. Da mental coach e sociologa, come spieghi questa corsa alla perfezione che sembra aver colonizzato anche le nostre vite più intime? E che impatto ha sul nostro equilibrio emotivo?

Hai ragione, ormai fin da piccoli ci preoccupiamo di dover gestire la percezione che noi stessi e gli altri hanno di noi, misuriamo tutti gli ingredienti nel tentativo di capire se la ricetta che abbiamo scelto produca la bellissima torta che desideriamo. Oggi chiunque con cellulare può accedere a mezzi e conoscenze che consentono di performare ad un buon livello anche senza una reale esigenza di base. E questo è un aspetto culturale e sociale non da poco. Le “misure” nel nostro mondo sono diventate il criterio grazie al quale capire se stiamo facendo bene. È come se lavoro e vita privata dovessero essere verificati attraverso indicatori, così come facciamo in altri ambiti, allo stesso modo cerchiamo attraverso indizi certi per calcolare il nostro valore.

A livello emotivo questa supposta “oggettività”, data dal misurare i risultati, porta ad avere la sensazione di un maggiore controllo abbassando l’ansia. Il problema è che spesso si rivela un boomerang per l’autostima, proprio perché costringe le persone ad auto-valutarsi costantemente. Alla fine ci sentiamo sempre sotto esame e subentra lo stress. In breve il metodo con il quale volevamo tenere sotto controllo il mondo e la nostra ansia crea lo stress che poi mina la nostra visione di noi come capaci e meritevoli. Un cane che si morde la coda.

Cosa significa per te “diventare esperti di sé stessi”? E perché, oggi, questa competenza interiore è diventata una forma di sopravvivenza più che un lusso?

Diventare esperti di se stessi significa conoscersi non solo nei gusti o nei desideri, ma osservare le proprie dinamiche interiori con praticità e sulla base di questa competenza orientarsi nel mondo. Molti cercano un esperto che possa guidarli, ma gli unici esperti di noi stessi siamo solo noi. La vera bussola in grado di dirci dove siamo e dove vogliamo andare siamo noi. Nessun altro potrà mai vivere al posto nostro. Ti faccio un esempio, tutti hanno un colore preferito e sono in grado di descriversi in cinque aggettivi, pochi, invece, sanno spiegare con precisione e dettagliatamente cosa c’è dietro quel colore e in quegli aggettivi, quali sono le sensazioni nel corpo, le emozioni e i pensieri che si muovono dentro quelle parole. In un mondo, come il nostro, fatto principalmente di velocità, misurazioni dei risultati e relazioni umane mediate dalla tecnologia essere esperti di se stessi diventa fondamentale per limitare i danni della frustrazione costante a cui siamo sottoposti. È solo conoscendoci in profondità che possiamo sapere come intervenire in modo efficace contro le più disparate avventure quotidiane. Non farlo porta inevitabilmente al ciclo di ansia-stress-frustrazione dato dal tentativo di realizzare un’idea di vita che non sappiamo neppure se sia nostra davvero e di cosa sia fatta. Arrivare a fine giornata non è uno scherzo, è tremendamente difficile. Ed è difficile perché ogni giorno in ballo c’è la misura di quanto siamo buoni e bravi ad essere qualcosa. C’è la propria vita in palio, ecco perché diventare esperti di se stessi è fondamentale.

Parli di emozioni e della necessità di riconoscerle, viverle, senza farci travolgere. Ma in un contesto sociale dove l’emotività è spesso considerata debolezza, soprattutto in ambito lavorativo o relazionale, come possiamo legittimare ciò che proviamo senza sentirci inadeguati?

In questa società della misurazione, come abbiamo detto prima, è facile che faccia paura quello che non può essere controllato, come le emozioni. Gira tutto intorno al controllo. Ci sentiamo inadeguati pensando che gli altri sappiano fare qualcosa che a noi non riesce, ma se gli esperti fossimo noi? Ci sentiremmo lo stesso inadeguati?  No. Spesso ragioniamo in termini di accettazione rispetto alle emozioni, ma se, ad esempio, socialmente la rabbia è considerata negativamente, il nostro sistema persona farà fatica ad accettare la sua esistenza. Spesso il giudizio sociale e personale scatta condizionando la nostra reazione all’emozione. Non è questione di accettare, è questione di prendere atto. L’emozione c’è, punto. Possiamo sperimentarlo ogni giorno, l’emozione non chiede il permesso a nessuno per esistere, esiste come esistono le sensazioni corporee ed i pensieri. È così per tutti, nessuno escluso. Se abbiamo bisogno di legittimare un’emozione puoi stare sicuro che c’è un giudice, interiore o esteriore, da qualche parte che si sta mettendo nel mezzo. Un esperto di se stesso se ne rende subito conto e può intervenire. Diventando esperti di noi stessi non abbiamo bisogno di legittimazione, osserviamo le nostre emozioni come parte di noi, come un dato di fatto, fanno parte del nostro sistema persona. Non c’è niente da “accettare”, le emozioni non sono un regalo di qualcuno, siamo noi. Esistono con noi. Impariamo a conoscerle, così come sappiamo se il caffè ci piace più corto o macchiato.

L’intelligenza emotiva viene spesso trattata come una “soft skill” utile solo in ambito lavorativo. Tu invece la riporti nel quotidiano, nei piccoli gesti. Come possiamo svilupparla nella vita di tutti i giorni, anche mentre cuciniamo, litighiamo, lavoriamo?

L’intelligenza emotiva è un’abilità da esercitare e sviluppare, è una bicicletta sempre in movimento da cui non scendiamo mai. Non è che ad un certo punto rientriamo dal lavoro e smettiamo di essere noi stessi o andiamo a lavoro smettendo di essere quelli che siamo nella vita privata. Sempre quelli siamo, tutto il giorno, ogni giorno, solo che esistono condizioni che contribuiscono a fare emergere un’emozione piuttosto che un’altra, ma la rabbia è la rabbia che sia perché litighiamo con un familiare o un collega. Le emozioni sono percepite identiche anche se i motivi per cui si manifestano sono diversi, dentro di noi i tasti che va a toccare sono i medesimi perché hanno a che fare con la nostra identità. Il cuore ci batte anche guardando la scena di un film. Stessa cosa per la paura. Se qualcuno ci delude e siamo tristi è perché qualche valore importante per noi è stato disatteso, se ci hanno mentito (onestà) a lavoro o tradito (lealtà) nel privato diventa secondario. Siamo delusi. Ci sentiamo colpiti. Sicuramente con intensità diverse, ma colpiti. Il punto è: dove? Che sia una freccia o un proiettile è importante capire cosa esattamente è stato ferito e come curarlo. Ecco perché la quotidianità diventa il luogo privilegiato per esercitare la nostra intelligenza emotiva. Ogni attività della nostra giornata può essere utilizzata a questo scopo. Abbiamo una palestra a disposizione h24, gratuitamente, con la quale esercitarci. Non viviamo separati da noi stessi, lavoro/vita privata, ogni esperienza senza distinzioni fa parte della nostra vita.

Allenarsi all’imprevisto, nel tuo approccio, non significa prevedere tutto, ma imparare a starci dentro. In un mondo dove il controllo è spesso confuso con la sicurezza, come possiamo rieducarci alla flessibilità senza sentirci vulnerabili o impreparati?

Nessuno è al riparo da imprevisti, anzi, raramente le nostre giornate vanno come ce le immaginiamo al mattino. Ecco, partiamo da qui. Nessuno è padrone della maggior parte di ciò che vorrebbe controllare. La vita accade, noi siamo costantemente dentro agli imprevisti. E poi imprevisti rispetto a cosa? Ci sentiamo vulnerabili perché misuriamo, ancora una volta, il nostro agire con il metro della performance e delle aspettative. L’imprevisto è visto come un ostacolo, quindi se lo supero sono bravo, se non lo supero non sono bravo. A volte ci diamo pure la colpa di non essere stati chiaroveggenti (“eh potevo saperlo)!  Tutto questo è figlio dell’idea che abbiamo di noi. Possiamo coltivare la flessibilità iniziando a disattivare questo meccanismo. Ci identifichiamo totalmente con le nostre abitudini, ad esempio “sono una persona puntuale”, “sono una persona ordinata”, e, lo sappiamo, le abitudini si infastidiscono davanti ad un cambiamento improvviso. Possiamo darci la possibilità di essere anche qualcosa di diverso? Più siamo attaccati all’immagine che abbiamo di noi e più gli imprevisti nel corso della giornata saranno spine che pungono la nostra identità. Ripeto, nessuno è escluso, gli altri non se la passano meglio di noi. Essere flessibili vuol dire utilizzare altre capacità che abbiamo per vivere il momento, capacità diverse da quelle che utilizziamo più di frequente. Come quando si mettono le scarpe da cerimonia, non siamo abituati e a volte fanno un po’ male, ma camminiamo lo stesso e ci vediamo pure più belli.

 Nel tuo lavoro parli spesso di “consapevolezza funzionale” come chiave per affrontare la complessità del quotidiano. In una società che ci vuole sempre multitasking e reattivi, cosa significa davvero essere “consapevoli” e come possiamo distinguere questa consapevolezza da una nuova forma di controllo su noi stessi?

Sapere dove siamo e stare nel presente non basta, essere consapevoli di avere un corpo, delle emozioni e dei pensieri è sicuramente il fondamento di ogni consapevolezza, ma per vivere nel caos che abbiamo intorno dobbiamo sfruttare maggiormente quello che il nostro sistema persona ci fornisce spontaneamente. Noi umani abbiamo un sistema interno ricco di risorse. Sappiamo analizzare e agire di conseguenza. La consapevolezza mindful, per intenderci, può essere sviluppata e diventare “consapevolezza funzionale” nel momento in cui riesce a tirare fuori da noi quello che ci serve per stare in quello che viviamo. Uno stato interiore adattivo che ci consente, come ha detto molto bene una ragazza alla fine del percorso con me, di passare dal “sentirsi in un frullatore al saper stare in piedi sul tagadà”. La consapevolezza non è statica, se la ragioniamo in termini di acquisizione, di possesso di qualcosa cadiamo di nuovo nel tranello del controllo. Non esisterà mai una vita che è come un lungo rettilineo sgombro. Siamo sul tagadà dalla mattina alla sera, la consapevolezza funzionale ci permette non solo di stare in piedi, ma anche di farlo con soddisfazione e di divertirci nel mentre. Consapevolezza non è certezza di qualcosa, ma accesso alle proprie risorse. Non controllo su noi e l’ambiente ma  vedere ed utilizzare soluzioni alternative.

Si può partire dall’attività che si preferisce, quella che ci piace di più, mangiare, dormire, lavarsi, parlare, va bene tutto, ascoltare la musica, fare sport, lavorare. Ogni attività può diventare presenza mentale. Io sono una grande fan dei cosiddetti tempi morti. Non c’è niente di meglio dei tempi morti per osservarsi dentro, anche perché è qualcosa che iniziamo a fare di default, approfittiamone! Sei in fila alla cassa? La mente viaggia. Bloccato nel traffico? La mente viaggia. Ti fai la doccia? La mente viaggia. Prima di dormire? La mente viaggia. Ecco, iniziamo volontariamente ad osservare dove vanno i nostri pensieri in quei momenti. Iniziamo a diventare esperti di noi stessi partendo da lì. Partite da dove siete. Le nostre giornate sono più che sufficienti per esercitarci così come sono. Primo passo: fare l’inventario dei pensieri; sai, di preciso, a cosa pensi per fuggire dalla realtà quando ti opprime? Prova ad elencare almeno tre pensieri più frequenti. Cosa dicono di te?

Se potessi lasciare un messaggio a chi si sente oggi sopraffatto dal quotidiano, quale sarebbe?

Primo: tieni ben presente che è difficile per tutti, anche se sembra che gli altri se la cavino meglio. Nessuno può evitare di soffrire, arrabbiarsi, piangere. Accade per motivi diversi certo, ma accade. Non sei solo ad affrontare questa realtà. Secondo: è possibile non sentirsi sopraffatti, esiste questa possibilità. Si può fare. Conosciti meglio, diventa esperto di te stesso e sfrutta queste consapevolezze per orientarti e affrontare il caos delle giornate. Usa le tue passioni per trovare la tua modalità alternativa di affrontare la quotidianità. Terzo: parti da dove sei, non cambiare nulla, inizia solo ad osservati e a studiarti. Va bene tutto, anche se ora sei in bagno, va bene qualunque cosa ti passi per la testa, anche in questo preciso momento. Lascia che sia la base di partenza per conoscerti meglio.

 

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