Empatia: perchè è importante?

Brené Brown, una delle maggiori ricercatrici che studiano la fragilità, afferma che le persone hanno paura di mostrarsi fragili perché in realtà hanno paura della disconnessione sociale, nel senso mostrare le proprie debolezze all’interno della società dei consumi potrebbe significare l’isolamento da parte del proprio gruppo di appartenenza. Per tenere viva la connessione sociale molte volte si preferisce assecondare l’Altro oppure non mostrare la propria fragilità per paura di sentirsi disprezzati.

Secondo questa logica la fragilità rischia di essere un disvalore da celare al mondo esterno.  Invece, empatia ci aiuta ad avvicinarci gli uni agli altri, questo passaggio è decisivo altrimenti rischiamo di applicare logiche giudicanti ed invece di usare l’immedesimazione nell’Altro per comprendere il perché una persona fa certe scelte le disprezziamo. Vi faccio degli esempi pratici: “Come fa a lavorare tutto il giorno senza badare alla casa? Io, non potrei mai farlo”. “Come fa a essere così indulgente nei confronti del marito? Non ci riuscirei mai!”. “Come fa a sopportare la suocera? Secondo me, è anche lei una malata mentale!”. E via dicendo.

Quanti giudizi approssimativi e fuori luogo siamo costretti ad ascoltare non a caso le scelte migliori le fa sempre chi giudica, ovviamente si sente più bravo come marito, come genitore, come lavoratore rispetto all’Altro, e questo lo fa stare tremendamente bene. Lo sapete: sentirsi i più bravi degli altri è una qualità che apprezziamo molto in noi stessi.

Triste ironia anche perché ci sentiremmo molto meglio se ci fosse una rete sociale capace di sostenerci invece di giudicarci.

L’isolamento soffoca i più fragili

All’interno della nostra società isolamento è una vera e propria piaga sociale.

Come ha avuto modo di scrivere Massimo Recalcati: “Il circo della società dello spettacolo e dei consumi, dell’individualismo e del profitto, tende ad isolare tutti coloro che non sono in grado di sostenere un livello adeguato di prestazione”.

Chi sono le maggiori vittime? In primis gli anziani ed i giovani ai margini del circolo produttivo ma anche chi vive solo e soltanto per il lavoro escludendo tutto il resto dalla sua vita come ogni forma di legame sociale.

L’isolamento per queste categorie sociali, resta unica via d’uscita, una sorta di prigione dorata dove nascondersi. Eppure siamo inseriti all’interno di una società interconnessa, dove la moltiplicazione dei contatti virtuali rende possibile mascherare questa condizione ma non è capace di lenire il dolore. Anzi lo amplifica. Per dirla in altre parole viviamo un isolamento ipermoderno all’ interno di una iperconnessione tecnologica. È la triste verità che accompagna la cosiddetta società dei consumi. Le cose hanno preso il posto delle persone, dei legami affettivi. I contatti si sono moltiplicati attraverso il web ma le persone si sentono sempre più sole.

Essere empatici

Essere più empatici dovrebbe essere un progetto da promuovere su larga scala anche perché come ha osservato la Brown, in una conferenza dedicata al tema dell’infelicità: “Siamo la società più indebitata, obesa, afflitta da dipendenze e medicalizzata al mondo”.

Il punto di domanda a questo punto è il seguente: cosa succederebbe se mostrassimo le nostre fragilità invece di criticare l’Altro? Cosa accadrebbe se ci fosse una maggiore coesione sociale, un maggiore senso di comunità e apertura verso chi soffre?

Matthew Lieberman, noto studioso di neuroscienze sociali e cognitive ha compiuto un importante scoperta il “cervello sociale”. Si tratta di un’area del cervello che si attiva quando siamo coinvolti in interazioni sociali. Per dare conferma alla teoria che gli esseri umani hanno innato sia l’interesse per il proprio ego che la preoccupazione per gli altri, Lieberman valutò il flusso sanguigno nelle varie parti del cervello durante lo svolgimento di un test psicologico chiamato “il dilemma del prigioniero”.

Il dilemma del prigioniero

In questo “dilemma”, ci sono due giocatori e un premio di dieci dollari da dividersi tra loro. Quel che ciascuno guadagna dipende dal fatto che l’altro decida o meno di cooperare oppure no. Se entrambi i giocatori scelgono di cooperare, ciascuno prenderà cinque dollari. Se uno coopera ma l’altro sceglie di “defezionare”, cioè di non dividere la posta in gioco in modo equo, il giocatore che coopera non prenderà nulla, mentre il giocatore che defeziona prenderà tutti e dieci i dollari. Se defezionano entrambi, ciascuno prenderà un dollaro. La sfida è decidere cosa fare senza conoscere la decisione del proprio compagno. In questo caso si può scegliere se massimizzare il proprio interesse oppure decidere di cooperare. Se si defeziona si potrà prendere almeno un dollaro o potenzialmente dieci. Se invece si assume un atteggiamento cooperativo il rischio è di finire senza un soldo se l’altro giocatore defeziona. Cosa dimostrarono i risultati? I dati mostrarono, che i giocatori sceglievano spesso di cooperare piuttosto che applicare la scelta egoistica della defezione.

Inoltre, i risultati della fmri mostrarono che l’attività nello striato ventrale (il centro principale del sistema di riconoscimento delle emozioni nel cervello) si intensificava quanto più i due soggetti cooperavano. Inoltre questo centro di riconoscimento era più stimolato dalla somma totale guadagnata da entrambi i partecipanti anziché dal risultato personale raggiunto dal singolo. Ciò significa che le persone ricevevano più piacere dalla felicità altrui che dalla propria!

Empatia è una necessità sociale

Da un punto di vista evoluzionistico l’empatia è un istinto prezioso che ci ha permesso di sopravvivere. Senza empatia e solidarietà gli esseri umani non sarebbero arrivati ad oggi.

Come scrive la psicologa e giornalista Jessica Joelle Alexander: “A differenza di quel che si pensa comunemente, la maggior parte di noi si preoccupa del benessere altrui. Questo istinto è rimasto sopito solo per mancanza di focalizzazione. In genere si pensava che i bambini nascessero privi di empatia. Ma ciò non è affatto vero. L’empatia è innata in tutti; dobbiamo solo imparare a collegare i fili per farla funzionare”.

In sostanza, l’empatia facilita la nostra connessione con gli altri, il pensiero umano è impressionante, e se non viene condiviso e non si creano legami di solidarietà e fratellanza, rischiamo di autodistruggerci. Ciò avviene ogni qual volta mostriamo poca empatia per il diverso, per chi non appartiene al nostro gruppo d’appartenenza, e trasformiamo la nostra defezione in disprezzo per l’altro attraverso i conflitti familiari, quelli con i vicini per non parlare di quando siamo capaci di scatenare conflitti bellici capaci di autodistruggerci con un semplice click.

Concludo la mia riflessione prendendo in prestito le parole del professor Daniel Siegel, ordinario della cattedra di psicologia presso la UCLA, quando dice: “L’empatia non è un lusso per gli esseri umani, è una necessità. Non sopravviviamo perché abbiamo gli artigli o perché abbiamo delle grosse zanne. Sopravviviamo perché siamo in grado di comunicare e di collaborare”.

Dovremmo essere consapevoli del fatto che nessuno possiede tutte le conoscenze per costruire una casa, un treno o una bomba nucleare. Non è stata la razionalità a fornire un enorme vantaggio evolutivo all’Homo Sapiens rispetto agli altri animali a renderlo il padrone del pianeta, è stata la nostra capacità di pensare collettivamente in gruppi estesi e nell’aver utilizzato efficacemente l’empatia.

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Francesco Sassano

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