“Eppure sono lieve” di Bruna Colacicco: quando l’amore diventa controllo e l’amicizia salva
Ci sono romanzi che non cercano il colpo di scena, ma la verità. Eppure sono lieve è uno di questi: un libro che racconta una storia reale con delicatezza e precisione, senza mai indulgere nel sensazionalismo. È un romanzo sulla violenza psicologica, sulle relazioni tossiche, ma anche sull’amicizia come spazio di salvezza e sulla possibilità di tornare a sé stessi quando tutto sembra perduto.
Due amiche, una seconda possibilità
Bianca e Giovanna si conoscono al liceo. Poi la vita le allontana, come spesso accade: scelte diverse, carriere, famiglie, esistenze che prendono direzioni opposte. Quando si ritrovano, anni dopo, sono due donne adulte, professionalmente affermate, immerse in una Milano contemporanea, operosa e benestante.
Bianca è una pediatra separata, solida, concreta. Giovanna è una commercialista sposata, madre di due figli, apparentemente realizzata. L’incipit del romanzo suggerisce subito un tema universale: anche le amicizie più profonde possono perdersi, ma talvolta il destino concede un incontro, una seconda possibilità. Ed è proprio da qui che prende forma la narrazione.
Due diari, due punti di vista
La scelta narrativa di Bruna Colacicco è uno dei punti di forza del romanzo: due diari che si alternano e si intrecciano. Da un lato la voce di Giovanna, immersa nel dubbio, nella colpa, nella paura; dall’altro quella di Bianca, che osserva, ascolta, ricostruisce.
Bianca ricorda l’amica di un tempo e non riconosce la donna fragile che ha davanti:
“La mia Giovanna. Bella, anticonformista, sensibile e coraggiosa. Intelligente, simpatica, attraente… com’è possibile che dubiti delle sue capacità?”
Questa domanda è il cuore del romanzo. Come può una donna competente, autonoma, stimata, arrivare a non credere più in sé stessa?
Filippo e la violenza che non lascia lividi
La risposta passa attraverso Filippo, il marito di Giovanna. Un uomo che non urla, non colpisce, non si mostra mai apertamente violento. E proprio per questo è pericoloso. Filippo è un narcisista, un manipolatore, un uomo incapace di empatia che mina lentamente l’identità della moglie.
Colacicco descrive con lucidità quello che oggi viene definito abuso psicologico: svalutazione costante, sarcasmo, isolamento, controllo, ridicolizzazione. Tutto ciò avviene dietro la maschera dell’uomo perfetto, socialmente irreprensibile.
La terapeuta del romanzo lo definisce con precisione clinica:
“La prima azione è quella della seduzione. Il perverso cerca l’oggetto di cui è realmente affascinato, cioè l’immagine di sé. Di questo oggetto la vittima deve venire derubata senza accorgersene. La menzogna, il sarcasmo, la derisione e il disprezzo sono le armi che usa per soggiogare la vittima.”
Qui sta uno dei meriti più importanti del libro: dare un nome alle cose. Non si tratta di incomprensioni di coppia o di fragilità personali. È violenza psicologica. E nominarla è il primo atto di consapevolezza.
Il falso sé e la perdita di identità
Giovanna non è più innamorata, ma è spaventata. Cerca di sopravvivere. I figli, il giudizio sociale, la paura di “fallire” la tengono intrappolata. Come molte donne in situazioni simili, interiorizza la colpa e smarrisce il contatto con sé stessa.
Il percorso terapeutico segna un passaggio decisivo. Dopo una seduta, Giovanna scrive:
“Ho scritto dei versi. È venuto fuori che parlano della costruzione del mio falso sé. Di come ho perso il contatto con me stessa per il desiderio di compiacere le aspettative degli altri.”
È un passaggio profondamente sociologico: il romanzo mostra come l’annientamento non sia solo individuale, ma culturale. Donne educate a resistere, adattarsi, giustificare, fino a scomparire.
Un romanzo che dialoga con altri testi
Per temi e profondità, Eppure sono lieve dialoga con L’amore molesto, dove il rapporto tra identità femminile e violenza è centrale, e con Non ti muovere, che esplora le dinamiche di potere e dipendenza emotiva. Tuttavia, Colacicco sceglie una strada diversa: meno tragica, più analitica, capace di illuminare senza mai sopraffare il lettore.
Amicizia, rete, possibilità di uscita
Accanto al dolore, il romanzo racconta ciò che salva. La presenza costante di Bianca, lo spazio protetto della terapia, il supporto di figure competenti. Eppure sono lieve rifiuta l’idea dell’eroina solitaria: uscire dalla violenza è un processo lungo, collettivo, fatto di relazioni sane e aiuto reciproco.
È anche un libro che invita a non restare soli, a rivolgersi a specialisti, avvocati, associazioni antiviolenza. Senza proclami, ma con responsabilità.
Perché leggere Eppure sono lieve
Perché è un romanzo necessario.
Perché aiuta a riconoscere ciò che spesso viene normalizzato.
Perché racconta la violenza psicologica con rispetto e lucidità.
Perché mostra che l’amicizia può diventare uno spazio di salvezza.
E perché dimostra che, anche dopo l’annientamento, è possibile tornare a essere sé stessi.
Un libro che non si limita a raccontare una storia, ma offre strumenti per leggere la realtà. E, forse, per cambiarla.
Dialogo con Bruna Colacicco
Intervista all’autrice di Eppure sono lieve
Bruna Colacicco è nata a Milano, città in cui vive e lavora, dividendosi tra la professione di pediatra e l’attività culturale. Da quasi vent’anni si occupa di pari opportunità e di sensibilizzazione sul tema della violenza contro le donne, collaborando a numerose iniziative con il Municipio 6 del Comune di Milano.
È stata cofondatrice e presidente dell’associazione che gestisce la Casa Museo di Alda Merini e ha ideato e anima gli incontri poetici milanesi della Cantina della Poesia.
La sua scrittura unisce rigore, attenzione alla dimensione emotiva e una profonda consapevolezza sociale.
Nel tuo romanzo racconti una storia vera, molto intima, legata alla violenza psicologica. Come hai vissuto il processo di scrittura, sapendo che ogni parola avrebbe restituito il dolore reale di una persona? C’è stato un momento in cui hai sentito il bisogno di fermarti, o di andare oltre?
Il romanzo racconta una storia che ho vissuto, in cui sono stata profondamente coinvolta. Sono l’amica fraterna della protagonista, ho partecipato ai suoi stati d’animo, alle sue emozioni. Dal punto di vista tecnico scrivere questo libro è stato relativamente semplice perché avevamo tutta la storia fissata nei nostri due diari.
Dal punto di vista emotivo invece è stato complicato, siamo state diverse volte sul punto di interrompere la riscrittura. È stato difficile rivivere il dolore, la rabbia, la paura, affrontare e superare il pudore che ci suggeriva di censurare alcuni fatti, alcuni sentimenti molto duri. Ma erano tutti elementi essenziali, che dovevamo per forza raccontare, consapevoli che avrebbero potuto essere dolorosi anche per i lettori. Ma qualche volta la sofferenza è un passaggio obbligato, così siamo arrivate fino in fondo.
Fortunatamente ci siamo accorte di avere a nostra disposizione l’arma dell’autoironia e qualche volta l’abbiamo usata.
L’umorismo è un’ottima risorsa, un presidio utilissimo, ti suggerisce altre prospettive, ridimensiona le cose.
In Eppure sono lieve la violenza è silenziosa, invisibile agli occhi degli altri ma profondamente reale. Quanto è importante, dal tuo punto di vista, far emergere questo lato “nascosto” dell’abuso e dare strumenti di comprensione a chi legge?
È molto importante che la violenza psicologica non rimanga in secondo piano: è invisibile ma è altrettanto distruttiva, oltre al fatto che spesso è solo l’anticamera della violenza fisica, nella forma più brutale, fino al femminicidio. Perciò bisogna avere gli strumenti per riconoscerla e allontanarsene finché è possibile.
L’abuso psicologico è qualcosa di molto preciso, fatto di meccanismi sottilmente violenti e svalutanti, che si ripetono in modo sistematico, per molto tempo e con lo scopo di indebolire e sottomettere la vittima.
Sono necessarie almeno due condizioni perché si manifesti la violenza di genere. Da un lato la cultura centrata sulla predominanza del maschile: un modo di sentire ancestrale, quasi un archetipo, presente da tempo immemorabile e per questo difficile da superare davvero. La cultura maschilista intrappola gli uomini nello stereotipo del maschio forte, che non deve mai essere “perdente” nella coppia. La maggior parte degli uomini – sani e centrati, per quanto disorientati dai repentini cambiamenti di equilibrio fra i generi – riescono in qualche modo a superare la frustrazione nel caso in cui si accorgano di essere, all’ interno di una relazione, la parte debole. Perché prenda forma la violenza, psicologica o fisica, occorre un altro elemento, ossia che il partner sia portatore di una patologia della personalità. Si parla di Cluster B dentro cui il disturbo più noto, quello di cui si parla più spesso e forse il più comune, è il narcisismo grave, nella sua forma perversa.
Bianca e Giovanna mostrano due modi diversi di vivere la femminilità e la forza interiore. Credi che oggi, nella vita reale, le donne abbiano ancora spazi sicuri per sostenersi a vicenda e per riconoscere ciò che sta loro accadendo senza giudizio?
Credo che oggi ci sia uno spazio crescente per l’amicizia fra le donne e che ci sia una grande necessità di confronto senza giudizio e di solidarietà. Le reti sociali e di amicizia sono fondamentali per salvarsi da situazioni familiari di abuso come quella che viene raccontata in questo romanzo.
Però le protagoniste del romanzo, così diverse eppure così vicine, sono anche la metafora di due aspetti della personalità che coesistono in ognuna di noi. Una parte più tenera, oblativa, che ha uno sguardo ostinatamente benevolo sul mondo, un’attitudine all’intuizione e alla creatività e uno solidamente realista e pragmatico, tenace, capace di prendersi cura di sé e dei figli. Ecco, quando è necessario siamo capaci di trovare dentro di noi la nostra migliore alleata.
Giovanna parla del “falso sé” e di come la pressione sociale e le aspettative altrui possano farci perdere il contatto con la nostra identità. Dal tuo osservatorio, quanto questo fenomeno resta radicato e quanto è cambiato negli ultimi anni, soprattutto in contesti urbani e professionali come Milano?
Nella mia professione di pediatra vedo che in questo ambito le cose stanno peggiorando. A partire dalla generazione dei millennial i giovani sentono sempre più su di sé la pressione di alte aspettative da parte della società e dei genitori. D’altra parte c’ è un clima generalizzato di incertezza, di paura del futuro, di insicurezza. Semplificando molto, mi pare di capire che la malattia che affligge le ultime generazioni, un misto di ansia e di depressione, che si manifesta con il ritiro sociale (Ikikomori) e attacchi di panico, venga da questo conflitto: alte aspettative di riuscita in un ambiente e in un futuro ostile.
Forse la costruzione di un falso sé, che comunque fa terribilmente soffrire, è il modo di rispondere alle pressioni e alle aspettative sociali delle generazioni precedenti.
C’è un episodio, un passaggio del romanzo o un piccolo dettaglio che per te rappresenta davvero il cuore della storia? Qualcosa che senti particolarmente vicino alla tua esperienza personale o al tuo lavoro di sensibilizzazione?
Sì, tutta la parte che riguarda la psicoanalisi e la psicoterapia a cui si sottopone la protagonista.
Perché che senza consapevolezza di noi stessi non ci sono prospettive, non c’è libertà.
In un mondo ideale tutti dovremmo affrontare un percorso di analisi psicologica e caso mai di terapia.
Guardando al futuro, quali nuovi progetti letterari o culturali senti di voler esplorare? Continuerai a intrecciare racconto, impegno civile e riflessione sulle relazioni, o ti piacerebbe percorrere strade diverse?
Il romanzo è un ottimo strumento per affrontare problemi emergenti che vengono percepiti come “difficili”. Perché si può arrivare a chiunque e superare molte resistenze attraverso una lettura che viene considerata d’evasione.
Stiamo vivendo in un momento cruciale, dove si giocano delle partite importanti, come forse non è mai stato prima. Tutto questo intimorisce ma è anche entusiasmante. Abbiamo bisogno di ecologia tecnologica, sociale e ambientale, sono sfide enormi di cui sto affrontando qualche piccolo aspetto sempre attraverso il romanzo e la poesia.
