Eterna single: parità ed ansie sociali

Sempre più donne decidono di vivere da sole, alcune per indole altre per lavoro, chi per scelta, chi dopo un matrimonio fallito.

Nonostante sia trascorso mezzo secolo dalla rivoluzione sessuale degli anni Settanta, ancora oggi esiste uno stigma molto forte incentrato sulla donna single.

Anche se oggi nessuno direbbe che obbligatorio avere un partner le costruzioni simboliche sulla donna sono dure a morire.

E quindi può capitare di andare ad una festa e sentirsi appiccicata sulla pelle l’etichetta di eterna single e vivere la pressione esterna di genitori e parenti che senza troppi giri di parole, ti chiedono: Sei hai un ragazzo? Quanto ti sposi?

Idea comune, che, essere moglie e madre rappresenti un cammino di vita che completi una donna è ancora molto radicato all’interno della nostra società. Il matrimonio, rappresenta ancora per molte donne un’ansia sociale, dopo i trenta anni, l’attesa tacita di trovare un buon marito dopo il percorso di studi e lavoro si insinua nei desideri e comportamenti di molte donne. C’è poco da fare, all’interno di questa aspettativa si nasconde ancora oggi una logica patriarcale difficile da smontare. Se poi vivi immersa all’interno di una società interconnessa come la nostra, satura di immagini, in cui ognuno produce la propria performance attrattiva sui social. Ti ritrovi a scrollare foto e video sul tuo Iphone di coppie sorridenti alle Maldive, cene romantiche a lume di candela, gite in montagna e baci appassionati con tanto di sorrisi ritoccati. A quel punto finisci per credere che l’unica vita infelice sia la tua. Eppure sappiamo tutti che i social non rappresentano la realtà: siamo noi stessi a scegliere cosa mostrare, a stabilire quali porzioni della nostra vita consegnare ai social e quali condannare all’oblio della memoria del nostro smartphone. Nel profondo lo sai bene, che, quelle vite così spettacolari che affollano la tua bacheca talvolta si sentono sole ed insoddisfatte.  Nonostante ciò, la tua condizione di single ti fa sentire inadeguata ancora di più in un mondo in cui creare una coppia è ancora sinonimo di successo e una donna che non riesce a crearsene una, rischia di sentirsi una fallita.

Forse sarebbe più giusto rielaborare certi archetipi anche se le variabili sul campo sono infinite. A questo punto del discorso, mi soffermo e approvo, quanto scritto dalla giornalista Tamara Tenembaum, quando scrive: “Essere amata da un uomo, o almeno apparire come tale, è ancora la misura dello status sociale di una donna. Non solo: per molte di noi, per le eterosessuali almeno, è ancora difficile pensare che essere single non sia uno stato d’ansia, uno stato di carenza d’affetto da cui uscire il più presto possibile. Per un po’ te lo puoi godere, ma è sempre un conto alla rovescia, più passano gli anni e più diventa tangibile l’idea di diventare una “vecchia patetica”.

A rifletterci bene poco importa se questo pregiudizio non si fonda sulla realtà, e se nella vita quotidiana i tuoi giorni più felici li hai trascorsi senza un partner accanto. Continuiamo a pensare, nella nostra cultura secondo una matrice machista, in modo automatico, che la felicità è solo in due.

La cosa curiosa e che il linguaggio contemporaneo sull’amore ci dà infiniti strumenti per giustificare la vita di coppia come un percorso da fare per riconoscerti una donna vincente: scommettere sull’amore, lavorare sulla coppia, investire sulla coppia. Il capitalismo ha messo da parte idea cristiana intesa come sacrificio femminile, in cui la donna ne sopporta di ogni per amore della propria famiglia. La società del consumo, ci parla della coppia come di un lavoro, il fattore felicità è condizionato dalla tua capacità di saper investire, far funzionare una coppia nel XXI secolo è un merito, e la società postmoderna continua a far sentire migliori solo le donne che riescono a portare avanti questo compito con successo.

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Francesco Sassano

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