Faccio di tutto per non essere invisibile

La lotta per la visibilità per non risultare agli occhi degli altri un invisibile prevede tempo ed impegno, è una vera e propria attività, dedichiamo una parte consistente alla cura del nostro angolo social. Ne siamo consapevoli, tante volte, ma allo stesso tempo non riusciamo a sganciarci da questa insolita ossessione. Essere visibili, significa, per molti esistere. Il senso di gratificazione, di essere visualizzati dall’Altro, il ricevere un suo Like o apprezzamento, ingolosisce il nostro Ego. Ma così facendo siamo sempre più poveri d’animo, sempre più ansiosi, e in uno stato perenne di continua performance. La sociologia, ci può essere d’aiuto, per disvelare le cornici, i nostri schematismi e smontare anche parti del nostro Io Sociale. William James, definisce, l’Io Sociale, il riconoscimento che un individuo ottiene da parte dei propri simili. Le nuove tecnologie, rappresentano sotto tanti aspetti un vantaggio evolutivo ma sono riuscite anche a condizionare parti del nostro Io Sociale.

Il punto è questo, non basta informare su un fatto, una situazione sociale di questo tipo non va ignorata. Bisogna farla entrare nell’agenda politica, bisogna farla entrare nel dibattito, parlarne a più riprese. Fino a quanto il concetto, non è metabolizzato dalle coscienze.

Un conto è la lotta per la visibilità degli ultimi, degli operai che salgono sulle gru per scioperare e rivendicare i loro sacrosanti diritti sindacali, come chi scappa dalla guerra o vive condizioni d’indigenza e sfruttamento. In questi casi, dare visibilità alla condizione umana di certe situazioni al limite è l’unico modo per smuovere e condizionare il sistema politico. Di tutt’altro aspetto, è il cercare di essere visibile a tutti i costi, nessuno è immune alla droga della visibilità social.

Il mio messaggio è il seguente: bisogna vivere prima di rappresentare. Nel film Lisbon story, Wim Wenders ci mostra un mondo in cui tutti ossessivamente fotografano tutti.

Domanda: Secondo te siamo lontani da questo tipo di Mondo? Tante volte, ci capita, di non godere un paesaggio, di non degustare secondi i giusti tempi un buon vino, non ci rilassiamo a vivere momento per momento. Ti sei mai chiesto, il perché? Quel cammino, quel momento magico, quel buon vino perdono di significato perché tante volte siamo presi dal pensiero frettoloso di voler comunicare al web ciò che stiamo vivendo perdendo le sensazioni del momento presente. Il risultato, collezioniamo attimi, e postiamo foto ma la nostra mente non ha il tempo per memorizzarli. Deleghiamo la nostra vita al web, la memoria della nostra vita si trova sui social, sui file del nostro tablet, smartphone o pc.

Ed invece, vivere momento per momento, ricordare e raccontare la nostra vita è un esercizio di fondamentale importanza per nostra identità. Abbiamo bisogno di ritrovare quello spazio interiore che troppe volte deleghiamo al web nell’ostentata ricerca d’approvazione e consenso. Come i grandi profeti della Bibbia ritrovavano sé stessi nel deserto, così, l’uomo contemporaneo dovrebbe staccare la spina e riuscire a sopravvivere senza i confort della nostra civiltà. Ciò significa, imparare l’arte della disconnessione. Dobbiamo convincerci che è importante quello che seminiamo per il nostro Sé. Non a caso: un paesaggio, un tramonto, un monumento storico, hanno un valore intrinseco, ed hanno bisogno di essere interiorizzati e vissuti dal nostro Sé senziente, non possono essere continuamente sviliti alla ricerca dell’impatto mediatico.

Nei Paesi tecnologicamente, sviluppati, una miriade di persone sono disperatamente dipendenti della visibilità. Ce ne rendiamo conto, oppure no? Abbiamo bisogno di ricostruire un tessuto sociale, in cui conta di più ciò che sei indipendentemente da quanto tu sia visibile.

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Francesco Sassano

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