Fake news e social network: la società interconNessa

Secondo il dizionario Treccani, le fake news sono “notizie false, con particolare riferimento a quelle diffuse mediante la rete”. La loro distribuzione sul web ha come obiettivo di attirare l’attenzione del maggior numero di persone, al fine di perseguire uno scopo diffamatorio, politico o economico.

La giornalista Gabriella Jacomella, fondatrice del sito factcheckers.it a tal proposito riferisce: “L’espressione fake news è divenuta una specie di parolina magica utilizzata per zittire il nemico, o meglio un’arma da sfoderare quando non si sa come uscire vittoriosi da un dibattito”.

Purtroppo le fake news, sono molto diffuse, solo in Italia secondo uno studio realizzato da Human Higwhay, oltre 90 siti hanno come obiettivo editoriale di produrre fake news. La strutturazione delle informazioni distribuite da questi siti ha come fine quello di confezionare in modo distorto una serie di notizie così da sollevare emozionalmente i lettori, con questa tecnica malsana il più delle volte come vedremo in seguito si rinforzano anche pregiudizi e sentimenti di odio.

Perché creare fake news?

I motivi sono principalmente due: per guadagnare soldi o per generare consensi.  La maggior parte dei siti che si adoperano alla creazione di fake news utilizzano questa strategia comunicativa per guadagnare denaro derivante dai proventi pubblicitari. Le fake news sono delle vere e proprie esche da click capaci di arricchire i creatori. In più le fake news sono utilizzate da anni per alimentare lo scontro politico e condizionare l’atteggiamento degli elettori.

Le false notizie sono vecchie come il mondo

Le false notizie non appartengono solo alla storia recente, la tendenza a manipolare la realtà al fine di ottenere scopi politici o economici, è intrinseca all’uomo, così come la volontà di ricercare la verità. La storia è ricca di false notizie: da Pausania di Sparta, la donazione di Costantino, alla morte di Napoleone.

Nel secolo scorso, i totalitarismi hanno utilizzato i media come mezzo di propaganda per controllare e tenere sotto controllo enormi masse umane.

Il fascismo ed il comunismo, le due narrazioni predominanti agli inizi del XX secolo hanno generato enormi consensi attraverso uso sistematico di fake news per convincere all’odio razziale e alla guerra come strumento necessario alla risoluzione dei conflitti.

Negli ultimi dieci anni, la politica internazionale ha dovuto confrontarsi con il crescente impatto dei Media Digitali. La prima campagna elettorale di Barack Obama del 2008 è stata la prima a cambiare le regole del gioco della comunicazione politica. In sostanza tutti gli appuntamenti politici più importanti degli anni ‘10 del terzo millennio (elezioni presidenziali americane, Brexit, referendum) secondo i massimi esperti, si sono dovuti confrontare con la propaganda distribuita attraverso i Social Network, una vera e propria forza motrice capace di far prevalere un versante invece di un altro. Anche l’attuale Guerra in Ucraina, è condizionata da una battaglia parallela di false notizie.

Fake news e social network

Le fake news moderne sono espressione di un inteso lavoro di ingegneria comunicativa e sociale diverse rispetto al passato.

Sono capaci di influenzare e manipolare l’opinione di soggetti e gruppi sociali con una velocità e un coinvolgimento mai visto prima nella storia della disinformazione. L’efficacia delle fake news è data dalla loro natura mimetica il più delle volte si presentano in modo capzioso, e sono abili a catturare l’attenzione dei destinatari, facendo leva su stereotipi diffusi all’interno del gruppo sociale di riferimento, sfruttando la capacità di generare emozioni facili come l’ansia, la rabbia, il disprezzo. La loro diffusione può contare sulle logiche di funzionamento dei social network, il più delle volte le persone comunicano in ambienti digitali omogenei, orizzontali e non divergenti. La notizia anche se palesemente falsa non incontra alcun dubbio nei suoi consumatori in quanto rafforza i dogmi concettuali del gruppo d’interesse.

Disinformazione e post-verità

Il 16 novembre del 2016 Oxford Dictionary annunciò di aver decretato “post-truth” come parola dell’anno, per post- verità s’intende come la verità oggettiva nella formazione dell’opinione pubblica è divenuta irrilevante, i fatti determinano sempre meno le convinzioni personali sempre più condizionate da fattori emozionali. La filosofa Hanna Arendt, non a caso espresse: “Il suddito ideale del regno totalitario non è il nazista convinto nè il comunista convinto, ma l’uomo per cui la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più”.

I drammi del Novecento hanno portato a vedere la verità come autoritaria e violenta, lo sceneggiatore jugoslavo, Tesich scriveva: “noi, come popolo libero, abbiamo liberamente scelto di voler vivere in una specie di mondo post-verità”.

Negli ultimi anni con l’avvento della rivoluzione digitale, i social media hanno amplificato questo processo. Le fake news, vengono percepite e accettate come vere dall’opinione pubblica sulla sola base di emozioni e sensazioni, facilitate da diversi bias cognitivi, per cui l’individuo ritiene credibile qualsivoglia credenza contrapponibile alla realtà, senza un’effettiva analisi di credibilità di quanto raccontato.

In sostanza le post-verità, si propagano nella rete, e trovano un’ottima cassa di risonanza tramite i social network, all’interno della rete si creano le cosiddette bolle mediatiche in cui ognuno può scegliere cosa mettere all’interno della sua bolla ciò crea un’illusione di libertà.

Il meccanismo dei Like e dei Followers, non smonta la falsità della bolla, al contrario la rinforza e crea un vero e proprio stagno in cui non esiste uno spirito critico, difatti ad avere la meglio è il conformismo delle idee.

Chi può salvarci? Il pensiero critico può aiutarci a navigare sul web

I nuovi spazi informativi presenti online hanno bisogno di essere decodificati, è la differenza ancora una volta è nelle persone e negli utilizzi che si fanno delle nuove tecnologie. Per non cadere nella sterile polemica tra apocalittici e integrati, è necessario secondo il sociologo Piero Dominici investire in formazione. Attivare un processo educativo/formativo basato a diminuire: il divario culturale e il divario digitale.

Il divario culturale è una barriera virtuale causata da differenze culturali esistenti tra le varie comunità all’interno di una società, o tra società diverse. Maggiori sono le differenze culturali, sociali, economiche più difficili saranno i processi di dialogo tra culture lontane. Quando il divario culturale è elevato le diverse società o gruppi di persone possono essere scoraggiate dal venirsi incontro. Il bias cognitivo avverso, prodotto dal divario culturale si riflette in massima parte nel web spaziando nei social media rafforzando stereotipi negativi. Favorire lo sviluppo della rete è un processo sempre più necessario per interconnettere sempre più parti del mondo così da diminuire il divario digitale. A tal proposito il filosofo Pierre Lévy, definisce intelligenza collettiva, intesa come la condivisione del sapere più facilmente trasmissibile tramite utilizzo delle nuove tecnologie.

Per evitare di essere condizionati dalla post-verità, ci sono due strade complesse ma non impossibili da intraprendere: 1) non abbandonare le relazioni umane che ci permettono di confrontarci con un mondo plurale e diverso dal nostro modello di riferimento, e allo stesso tempo 2) coltivare una maggiore consapevolezza delle numerose informazioni con le quali entriamo in contatto elaborando il tutto con la saggezza del nostro spirito critico.

Picture of Francesco Sassano

Francesco Sassano

Tabella dei Contenuti