Fallire non significa essere un fallito

Fallire un progetto di vita non significa essere un fallito, anche se non sempre la società ci riconosce una seconda possibilità. Riconoscere i propri sbagli è un momento di crescita personale, di responsabilità, ma ogni volta che siamo vittime di un fallimento, la nostra vita subisce un cortocircuito interno ed esterno di non facile soluzione.

Siamo cresciuti secondo la logica del “chi sbaglia paga”, certo che sì, gli errori hanno per forza di cose un prezzo, il problema è quando il prezzo da pagare risulta essere troppo salato e in quel preciso istante rischi di sentirti: un fallito.

Elogio del fallimento

Il web e le librerie sono piene di manuali di Self-Help, che hanno un approccio al fallimento, un tantino superficiale. Lo definirei un vero e proprio elogio del fallimento. Sono numerosi i teorici del fallimento facile, di chi incita a fallire, per poi riprendere la propria strada con più forza e tenacia, di chi minimizza o non considera le conseguenze delle perdite, di chi snobba il trauma di chi cade e si fa male.

Questo approccio metodologico è utile a vendere libri e seminari ma rischioso per chi ha in mente di compiere un cammino di crescita personale.

Fare un tuffo nell’acqua bassa può essere molto doloroso, la teologia del fallimento facile, del fallimento come esperienza di vita, del fallimento come prova da superare ha i suoi costi.

A non tutti è concesso giocare una seconda partita del lavoro o della vita per questo motivo è necessario essere attenti e vigili. Fallire è un lusso per pochi.

Considerare un piano B, vestire i panni dell’esploratore all’interno della società in movimento è una condizione necessaria per minimizzare le perdite, per fronteggiare le avversità costruendo alternative. Per utilizzare due parole, utilizzate da Nassim Taleb: diventare antifragile.

Considerare il fallimento un’eventualità

Il fallimento potrebbe essere un’eventualità, con la quale ognuno di noi potrebbe correre il rischio di fare i conti prima o poi, a ragione di ciò è necessario intercettare delle alternative utili a impedirne la comparsa in modo preventivo.

L’analisi dei nostri obiettivi, il loro continuo aggiornamento, il darsi dei tempi precisi per verificarne il raggiungimento sono una serie di consigli utili ma come ben sappiamo il destino non è già scritto e un continuo divenire.

Considerare il fallimento come un’eventualità, è solo il punto d’inizio alla base del nostro cambiamento, così facendo avremo la possibilità di non sottovalutare gli eventi negativi. Azionando una forza anticipatoria capace di respingere in parte le avversità. È pur vero che non tutto può essere calcolabile il nostro percorso terreno è un lungo viaggio: ne dobbiamo giudicare la sua bellezza in ogni sua fase, non solo in base al punto d’arrivo.

Mettersi in gioco

Nessuno fallimento può essere giudicato come il fallimento di per sé, ma solo osservando il percorso che l’ha preceduto con la necessaria lucidità se ne acquisisce la consapevolezza.

Bisogna essere sempre fieri di noi stessi, ogni qual volta scegliamo di metterci in gioco, affrontando la partita della vita con i suoi alti e bassi. Senza scorciatoie o vie di fuga. Per dirla con le parole di Gianluca Gotto: “Fallire non significa essere falliti. Non vergognarti mai di aver fallito. Significa che hai provato a essere felice”.

Unica cosa che conta è la consapevolezza di non aver lasciato nulla di intentato. Bisogna essere orgogliosi di noi stessi ogni qual volta rispettiamo la logica del fare, il fallimento a quel punto, potrebbe essere un’eventualità non una sconfitta.

Non esiste crescita personale senza rischi e pericoli. La felicità sta nel superare gli ostacoli della vita senza la paura di essere giudicati. Non esistono ricette facili o scorciatoie, lo sanno bene tutti coloro che hanno vissuto la loro vita a pieno ritmo, senza lasciare spazio ai rimpianti.

Francesco Sassano

Francesco Sassano

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