Fioritura personale: conoscere se stessi

La società contemporanea sembra ossessionata dal mantra consumistico: “simili tra simili”. Uniformarsi agli altri non ci permette di conoscere noi stessi e di attivare alcun processo di fioritura personale. Procediamo con ordine e proviamo a concentrarci su cosa intendiamo per fioritura personale, secondo Aristotele la felicità è lo scopo fondamentale della vita. Pensiamo ai fiori che hanno fasi di fioritura non uguali, così ognuno di noi, ha un percorso evolutivo diverso anche se il più delle volte si trova costretto a rispondere ai canonici condizionamenti sociali che lo spingono ad essere performativo ed efficace all’ennesima potenza. Il processo di vetrinizzazione amplificato dall’avvento dei social in cui qualunque spazio privato o pubblico della propria vita diventa performante, ha generato un’ansia di prestazione con la quale è difficile convivere.

Il modello comunicativo della vetrina di se stessi, replica la competizione professionale e sociale alla quale siamo chiamati a rispondere all’interno delle rigide regole del mercato. A farne le spese sono le nostre emozioni condizionate da un presente veloce, complesso in cui il carico di rischi e possibilità ci impone di essere sempre alla moda e di rispettare le logiche del consumatore, affamato di nuovi prodotti da esporre in vetrina. L’uomo contemporaneo così facendo continua a soffocare la propria essenza, impedisce alla propria spontaneità di fiorire, la contentezza prende il posto della felicità. La logica del like sottesa all’appartenenza social ci regala una momentanea felicità, ci uniforma e asseconda a gli altri impedendo ogni tipo di fioritura personale. Gurdjieff, riferisce che uno degli insegnamenti più preziosi gli fu donato dalla nonna in punto di morte, ed è racchiuso nella frase “Nella vita, non fare mai quello che fanno gli altri”.

La rottura della routine, ci aiuta a guardare la vita sotto altre prospettive a volte lontane dal nostro gruppo di appartenenza o dalla nostra rete social. Non ci può essere fioritura personale senza un atteggiamento capace di mettere in discussione il nostro vivere comune. Solo l’analisi interiore molte volte permette di disattivare il pilota automatico delle nostre azioni che riflettono pregiudizi e condizionamenti oscuri che si ripetono da generazioni e rappresentano la fonte della nostra sofferenza.

Fioritura umana

Nella società contemporanea il mito della crescita rischia di invadere anche il campo più strettamente spirituale. Il processo di razionalizzazione, evidenziato a più riprese da Max Weber, ha prodotto il “disincanto del mondo” ossia ha sostituito idoli e superstizioni creando nuovi Dei, che parlano una lingua razionale e scientifica ma che non sono stati capaci in questi secoli di rispondere alle domande esistenziali dell’uomo moderno.

Aggiriamo disorientati all’interno delle nostre società alla ricerca della felicità, e il più delle volte confondiamo il concetto di felicità inteso come fioritura personale del proprio sé con la pratica della contentezza fugace.

Il mito della crescita infinita, ci ha convinto che per essere felici bisogna essere tanto, avere tanto, fare tanto. Non ci accorgiamo di vivere piccoli momenti di soddisfazione che poi generano devastanti e più lunghi attimi di insoddisfazione.

Quando si parla di crescita personale, rischiamo di pensare secondo logiche aziendali tipiche del nostro tempo, ossia la dottrina dominante ci spinge a crescere, dominare sull’Altro, accumulare e generare riconoscimento sociale.

Insomma il rischio è che la crescita personale, diventi un sottoprodotto del capitalismo con ricette facili e veloci da rivendere a buon prezzo.

Il problema maggiore è che non sappiamo chi siamo, e inquinamento emozionale presente dentro di noi si ripropone anche esternamente.

Il liberismo sfrenato ci costringe a vivere in concorrenza con l’Altro, il sistema ci induce al dominio dell’uomo/sull’uomo, a depotenziare il nostro competior a privarlo di ogni alternativa, così facendo nessun processo di fioritura umana è possibile. In Prendila con Filosofia, Maura Gancitano, osserva “Razzismo, xenofobia, sessismo, esclusione sono smog esistenziali che danneggiano ogni singolo membro della comunità inquinata, compreso chi inquina”.

Per sviluppare pratiche di crescita personale, è necessario rimuovere pregiudizi e paure che ci impediscono di conoscere l’Altro. Gli antichi filosofi greci da Seneca a Marco Aurelio ponevano molto interesse alla cura di sé, inteso come percorso in cui ogni persona fiorisce se e solo se segue i suoi desideri, le sue aspirazioni, ma per fare ciò non è possibile seguire un percorso unico, in cui tutti viaggiano alla stessa velocità. Secondo Maura Gancitano, “Prenderci cura di noi stessi significa fare attenzione e dare spazio a emozioni, desideri, talenti, progetti, eppure non si tratta di una cura dettata dalla vanità e della paura del giudizio, ma dal desiderio di agire bene”. A queste illuminante citazione, personalmente aggiungerei che il conoscere se stessi significa migliorarsi, volersi bene, riconoscere le proprie debolezze nella relazione con l’Altro, questo lavoro introspettivo è utile per sprigionare i nostri talenti e produrre energia positiva da rimettere in circolo in contatto con il mondo. In conclusione, affrontare un percorso di crescita personale significa imparare ad ascoltarsi, senza sensi di colpa o con obbligo di raggiungere a tutti i costi un obiettivo. Uscire dal complesso produttivistico, del lavoro su di me, che ricorda idea opprimente del fallimento e della competizione con gli altri tipica di certi ambienti lavorativi, per entrare nell’ottica dell’agisco su di me con il fine di riuscire a conoscere me stesso per vivere in sintonia con il mio sé più profondo e con il mondo circostante

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Francesco Sassano

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