“Gargoyle” di Alfredo Vassalluzzo: il carcere come specchio della società tra scuola, marginalità e identità
Ci sono luoghi che la società preferisce non guardare direttamente. Il carcere è uno di questi. Eppure è proprio lì, dentro quello spazio chiuso e regolato da un ordine rigido, che “Gargoyle” di Alfredo Vassalluzzo decide di ambientare la propria riflessione più profonda: non sul crimine, ma sull’essere umano.
Il romanzo si muove all’interno di un istituto penitenziario italiano, dove il protagonista Alfredo insegna Italiano e Storia nella scuola interna al carcere. È un ingresso che non ha nulla di neutro: è un attraversamento netto, quasi fisico, tra due mondi che si osservano ma non si toccano davvero.
Chi ha letto romanzi come Arancia Meccanica di Anthony Burgess o ha visto racconti come Educazione Siberiana, riconosce subito una dinamica simile: non è il carcere in sé il centro del racconto, ma ciò che il carcere rivela della natura umana quando ogni maschera sociale viene compressa o eliminata.
Alfredo entra in quell’universo con un’illusione molto comune: quella di poter osservare senza essere coinvolto. È un insegnante, non un detenuto. È “fuori”, anche se fisicamente è dentro. Ma il carcere, fin dalle prime pagine, smonta questa distinzione con una precisione quasi chirurgica.
Cancelli che si chiudono, chiavi che girano, corridoi che si restringono, rumori metallici che scandiscono il tempo: tutto contribuisce a costruire una percezione nuova della realtà. Non esiste più un “prima” e un “dopo”, ma soltanto un dentro che lentamente entra anche nella mente.
La scuola in carcere, inizialmente, sembra una zona di tregua. Un’area sospesa dove la logica della reclusione si attenua e lascia spazio alla parola, allo studio, alla possibilità di ricostruire un pensiero. Ma questa è solo la superficie.
Gli studenti detenuti sono un mosaico complesso e contraddittorio: persone segnate da percorsi di marginalità sociale, dipendenze, esclusione scolastica, violenza subita e restituita. Alcuni frequentano le lezioni per opportunità pratiche, altri per spezzare la routine, altri ancora per un bisogno più profondo e difficile da nominare: non essere cancellati.
Ed è proprio qui che il romanzo cambia tono. Perché dietro ogni comportamento si intravede sempre una domanda più radicale: cosa resta di una persona quando la società ha già deciso cosa rappresenta?
Damir e il nucleo simbolico del romanzo
Nel cuore di questa struttura narrativa si impone la figura di Damir. Non è semplicemente un detenuto, ma un punto di tensione costante, una presenza che destabilizza ogni equilibrio.
Damir è intelligente, lucido, imprevedibile. Sa usare le parole come strumenti affilati e, allo stesso tempo, lascia intravedere crepe profonde, zone di fragilità che emergono solo a intermittenza. È un personaggio che non si lascia mai ridurre a una definizione unica.
Nel rapporto con Alfredo si costruisce una dinamica che non appartiene più né alla didattica né alla semplice convivenza carceraria. È qualcosa di più instabile: un confronto continuo tra sguardi, intenzioni e paure reciproche. Alfredo osserva Damir, ma progressivamente si accorge di essere osservato a sua volta, messo in discussione, letto con una precisione che non aveva previsto.
La scuola in carcere come spazio simbolico
La scuola in carcere, in Gargoyle, non è un’istituzione salvifica né un semplice strumento educativo. È uno spazio ambiguo, fragile, attraversato da contraddizioni profonde.
Alcuni detenuti la vivono come opportunità, altri come strategia, altri ancora come parentesi. Nessuna di queste letture è completamente falsa. E proprio per questo la scuola non diventa mai un luogo idealizzato.
Eppure, dentro questa ambiguità, emerge una funzione essenziale: la possibilità della parola. In un contesto dove tutto tende a ridurre l’individuoal suo reato, alla sua scheda, alla sua condanna, la scuola restituisce qualcosa di minimo ma decisivo: il diritto di raccontarsi.
Significato sociologico del romanzo
Sul piano più ampio, Gargoyle si muove dentro una domanda che attraversa tutta la narrazione: il carcere è davvero un mondo separato dalla società?
La risposta che il romanzo suggerisce è tutt’altro che semplice. Il carcere appare piuttosto come il punto di arrivo di processi sociali già iniziati altrove: dispersione scolastica, povertà educativa, disgregazione familiare, mancanza di opportunità, normalizzazione della violenza.
In questa prospettiva, la distinzione tra “dentro” e “fuori” perde solidità. Il carcere non è un’anomalia, ma una lente d’ingrandimento delle stesse dinamiche che attraversano la società esterna.
Il titolo Gargoyle rafforza questa lettura: le gargolle medievali, figure poste ai margini delle cattedrali, erano considerate mostruose ma al tempo stesso necessarie alla struttura. Allo stesso modo, i detenuti diventano presenze marginali che la società espelle, ma che al tempo stesso contribuiscono a definirne i confini.
Chi è Alfredo Vassalluzzo
Alfredo Vassalluzzo è insegnante di Italiano e Storia e autore del romanzo Gargoyle, nato anche dall’esperienza diretta maturata negli istituti penitenziari italiani.
Nato in Germania nel 1970 e cresciuto nel Cilento, si è laureato in Letterature Moderne presso l’Università di Salerno e successivamente in Psicologia Clinica a Roma.
Dopo un’esperienza nel settore turistico, ha scelto di dedicarsi all’insegnamento, sviluppando parallelamente un percorso di scrittura centrato su marginalità, identità e dinamiche psicologiche.
Tra le sue opere figurano anche: La tela di Narciso, Quel pazzo di Freud, Leader per caso.

Oltre il carcere: cosa ci racconta davvero Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo
Come nasce Gargoyle e quale urgenza personale o professionale ti ha spinto a raccontare il mondo del carcere attraverso la letteratura?
Gargoyle nasce da un’esperienza concreta: il mio insegnamento all’interno del carcere. Non nasce, quindi, da un’idea astratta o dal desiderio di scrivere “un romanzo sul carcere”, ma da un contatto quotidiano con un luogo che mette continuamente in crisi le categorie con cui siamo abituati a giudicare le persone.
Entrare in carcere come insegnante significa attraversare una soglia fisica, ma anche morale e psicologica. Da una parte c’è la società esterna, con le sue regole, le sue sicurezze, i suoi pregiudizi; dall’altra c’è un mondo chiuso, separato, in cui le storie personali sembrano spesso ridotte a un fascicolo, a una condanna, a un reato. Io ho sentito il bisogno di raccontare proprio ciò che resta fuori da quella riduzione: la complessità degli individui, le contraddizioni, la paura, la rabbia, la vergogna, ma anche il desiderio di essere ancora visti.
L’urgenza personale è nata dal fatto che il carcere non mi ha lasciato indifferente. Mi ha costretto a interrogarmi sul mio ruolo di insegnante, sui limiti della scuola, sul significato della parola “rieducazione”, sulla distanza tra ciò che la Costituzione afferma e ciò che la realtà consente davvero. La letteratura, in questo senso, mi è sembrata lo strumento più onesto: non per offrire soluzioni, ma per restituire domande. Gargoyle nasce da lì, dal bisogno di raccontare un’esperienza che non poteva essere archiviata come semplice parentesi professionale.
La scuola in carcere può produrre un reale cambiamento o funziona soprattutto come spazio simbolico?
Credo che la scuola in carcere sia entrambe le cose: uno spazio simbolico e, in alcuni casi, anche un luogo di cambiamento reale. Sarebbe ingenuo pensare che basti una classe, un insegnante o un libro a trasformare automaticamente una vita segnata da marginalità, violenza, fallimenti familiari, povertà educativa o devianza. Però sarebbe altrettanto ingiusto ridurre la scuola in carcere a una pura finzione istituzionale.
La scuola, dentro il carcere, ha prima di tutto un valore simbolico fortissimo: dice al detenuto che non è soltanto il suo reato, che esiste ancora una possibilità di parola, di pensiero, di relazione. In un luogo costruito sulla privazione e sulla sorveglianza, la scuola introduce un tempo diverso. Non elimina le sbarre, ma apre una fessura.
Il cambiamento reale, quando avviene, non è quasi mai spettacolare. Non coincide necessariamente con la redenzione o con una conversione improvvisa. A volte è molto più fragile: un detenuto che comincia a scrivere, che legge un testo e vi riconosce qualcosa di sé, che impara a nominare la propria storia senza giustificarla, ma anche senza esserne schiacciato. La scuola può produrre cambiamento se non pretende di salvare, ma di riattivare possibilità. Il problema è che, da sola, non basta. Se fuori dal carcere non esistono percorsi seri di reinserimento, lavoro, sostegno psicologico e sociale, il rischio è che quello spazio resti una parentesi luminosa dentro un sistema che poi richiude tutto.
Il rapporto tra Alfredo e Damir è uno dei punti centrali del romanzo e non è mai semplice o lineare. Come hai costruito questa relazione così ambigua tra insegnante e detenuto, e cosa volevi raccontare attraverso questo continuo confronto?
Il rapporto tra Alfredo e Damir è costruito proprio sull’impossibilità di una relazione semplice. Non volevo rappresentare il classico incontro edificante tra il professore illuminato e il detenuto da salvare. Mi interessava molto di più raccontare una relazione disturbata, instabile, attraversata da diffidenza, attrazione, paura, curiosità e senso di colpa.
Alfredo entra in carcere con i suoi pregiudizi, anche se forse non vuole ammetterlo. È un insegnante, quindi porta con sé l’idea della parola, della cultura, della possibilità educativa. Ma il carcere gli mostra subito che quelle categorie non bastano. Damir, invece, non è un personaggio disposto a farsi addomesticare dallo sguardo dell’altro. Non è semplicemente una vittima, non è semplicemente un colpevole, non è semplicemente un ragazzo difficile. È una presenza che costringe Alfredo a misurarsi con ciò che non riesce a capire.
Attraverso il loro confronto volevo raccontare il fallimento di ogni lettura troppo rassicurante. L’insegnante vorrebbe comprendere Damir, forse anche aiutarlo, ma ogni volta si accorge che qualcosa gli sfugge. Damir diventa così uno specchio deformante: mette Alfredo davanti ai suoi limiti, alle sue paure, alla sua idea di giustizia, al bisogno forse narcisistico di attribuire un senso alla propria funzione.
L’ambiguità della relazione nasce da questo: non c’è mai una piena trasparenza tra i due. C’è un continuo avvicinamento e allontanamento. E in questo movimento si gioca una domanda centrale del romanzo: possiamo davvero conoscere l’altro, oppure finiamo sempre per costruirlo attraverso i nostri bisogni, le nostre paure e le nostre proiezioni?
Quanto incidono i fattori sociali e strutturali nei percorsi che portano alla marginalità?
Incidono moltissimo. Naturalmente ogni individuo resta responsabile delle proprie azioni, e un romanzo come Gargoyle non intende mai cancellare la responsabilità personale. Però la responsabilità individuale non nasce nel vuoto. Esistono contesti familiari, economici, culturali e sociali che possono restringere in modo drammatico il campo delle possibilità.
La marginalità non è quasi mai un evento improvviso. È spesso un processo lungo, fatto di esclusioni progressive: povertà educativa, famiglie fragili o assenti, quartieri privi di opportunità, dispersione scolastica, lavoro irregolare, dipendenze, violenza, mancanza di modelli positivi. A un certo punto, per alcune persone, la devianza diventa non tanto una scelta libera in senso pieno, quanto una forma distorta di sopravvivenza, di appartenenza o di riconoscimento.
Questo non significa giustificare il reato. Significa però rifiutare una lettura comoda, secondo cui chi sbaglia è semplicemente “cattivo” e chi non sbaglia è semplicemente “migliore”. La letteratura serve anche a questo: a mostrare le zone intermedie, le responsabilità collettive, le occasioni mancate. In Gargoyle mi interessava far emergere proprio questa tensione: il detenuto non è innocente, ma non è nemmeno spiegabile soltanto attraverso la sua colpa.
È possibile comprendere una persona senza ridurla al suo errore o al suo reato?
Credo che sia non solo possibile, ma necessario. Comprendere non significa assolvere. Questa distinzione è fondamentale. Si può guardare una persona nella sua interezza senza negare la gravità di ciò che ha fatto. Anzi, forse solo quando una persona non viene ridotta al proprio reato può essere davvero chiamata a confrontarsi con esso.
Ridurre qualcuno al suo errore è una forma di semplificazione. È rassicurante per chi guarda dall’esterno, perché consente di stabilire una distanza netta: io sono da questa parte, lui è dall’altra. Ma la realtà umana è più inquietante. Chi ha commesso un reato resta una persona fatta di passato, desideri, ferite, paure, affetti, contraddizioni. Questo non cancella la vittima, non cancella il dolore prodotto, non cancella la necessità della pena. Però impedisce che la pena diventi pura cancellazione dell’identità.
In Gargoyle questa domanda attraversa tutto il romanzo. Alfredo cerca di capire Damir, ma teme continuamente che comprendere significhi giustificare. È una paura molto umana. Eppure il compito della letteratura è proprio abitare questa zona scomoda: non emettere sentenze, ma restituire complessità. Una società matura dovrebbe essere capace di punire senza disumanizzare.
Dopo Gargoyle, su quali progetti di scrittura ti stai concentrando? Hai già in cantiere un nuovo romanzo o un percorso narrativo che continui ad approfondire i temi della marginalità, dell’identità e delle dinamiche sociali che attraversano il tuo lavoro?
Credo che Gargoyle rappresenti un’esperienza narrativa conclusa, almeno nella forma in cui è stata vissuta e raccontata. È stato un libro molto legato a un periodo preciso della mia vita e della mia esperienza professionale, e sento che quel percorso si è compiuto. Non ho l’idea di trasformarlo in una formula o di restare imprigionato dentro quel mondo soltanto perché ha rappresentato qualcosa di importante.
Detto questo, è inevitabile che ciò che ho vissuto continui a lasciare tracce nella mia scrittura. Quando si attraversano certe esperienze, cambia inevitabilmente anche il modo di guardare le persone, i rapporti umani, le fragilità sociali. Credo che la letteratura, almeno per come la intendo io, sia sempre il risultato di ciò che ci ha attraversati profondamente.
Sto lavorando a progetti diversi, non necessariamente ambientati nel carcere, ma che risentono di quello sguardo maturato in quegli anni: l’attenzione verso i margini, verso identità irrisolte, verso personaggi che faticano a trovare un posto dentro le strutture sociali tradizionali. Mi interessa raccontare individui in crisi, persone che si muovono in zone intermedie, spesso sospese tra ciò che sono stati e ciò che vorrebbero diventare.
Più che continuare Gargoyle, direi quindi che sto cercando di portare avanti alcune domande che quel libro ha aperto. Non tanto il carcere come luogo fisico, ma le forme di esclusione, di solitudine e di disorientamento che attraversano anche la società esterna. In questo senso, l’esperienza di Gargoyle resta alle spalle come esperienza narrativa conclusa, ma continua a vivere sottotraccia nel mio modo di scrivere e di osservare il mondo.