“Gente di laguna” di Isabella Lanzafame
Un viaggio d’amore tra acque, silenzi e memorie
C’è un modo diverso di conoscere la laguna di Venezia. Non quello dei turisti frettolosi, dei vaporetti affollati o delle fotografie fugaci, ma quello lento e rispettoso di chi la vive davvero, di chi sa leggere il vento, ascoltare le maree e riconoscere i suoni della notte. È questo lo sguardo che Isabella Lanzafame – maestra, scrittrice e madre di Adam, un ragazzo “speciale” – offre nel suo libro “Gente di laguna”: un’opera che è insieme diario di viaggio, testimonianza antropologica e dichiarazione d’amore verso un mondo fragile e sacro.
La voce della laguna
Isabella solca le acque dal 2016 con tre imbarcazioni tradizionali veneziane – un sandolo, una sanpierota e il suo amato topo “Nuovo Fisolo”, che porta il nome di una piccola isola disabitata e di un uccellino nero e schivo, capace di scomparire al sopraggiungere delle barche. In questa immagine c’è tutta la filosofia dell’autrice: un modo di vivere in ascolto, discreto, quasi in punta di remi.
“Eppure io non mi rassegno proprio a vedere la ‘mia’ laguna letteralmente smembrata ogni giorno, per ignoranza o per voglia di incassare più denaro possibile spremendo i turisti”, scrive Lanzafame. “Non mi ci abituerò mai.”
Parole che rivelano non solo indignazione, ma un dolore autentico, quello di chi ama profondamente un luogo e lo vede violentato dall’avidità e dalla superficialità.
Tra Venezia e Grado: un viaggio dentro l’anima
“Gente di laguna” racconta un viaggio di ventidue giorni da Venezia a Grado, attraverso canali, isole dimenticate e approdi nascosti. Ma più che un percorso geografico, è un viaggio interiore: navigare tra le difficoltà, lasciarsi sospingere dagli eventi, imparare dall’imprevisto.
Accanto a lei c’è Adam, compagno di rotta e simbolo di un modo “altro” di guardare il mondo. Insieme incontrano pescatori, custodi di un sapere antico, uomini e donne che vivono la laguna non come uno sfondo pittoresco, ma come una madre da rispettare.
Isabella ne raccoglie le storie, le parole, la dignità. Racconta dei casoni, antiche abitazioni di pescatori un tempo poveri e oggi trasformate in attrazioni turistiche. Durante il suo viaggio, Isabella attraversa anche Marano, un luogo dove la laguna sembra ancora parlare una lingua antica. Qui non si limita a osservare: ascolta. Registra le parole e i pensieri semplici della “gente di laguna”, custodendoli come frammenti di un sapere che rischia di scomparire. La sua scrittura diventa così una forma di memoria collettiva, un archivio di voci umili ma vere, radicate nell’acqua e nel silenzio. Racconta di Franco, che le dice: “Qui sono tutti pescatori. Si conoscono e si aiutano reciprocamente. Succede così tra la gente di mare.” Parole semplici ma preziose, che sanno di umanità, di solidarietà perduta in una società sempre più chiusa e individualista.
Il linguaggio come atto d’amore
Il merito di Lanzafame è anche linguistico. L’autrice chiama ogni luogo con il suo nome vero, recuperando il lessico nautico e popolare della laguna: venti, canali, barene, ghebi. Nel glossario finale offre al lettore una piccola chiave per entrare in questo universo, rendendo la lettura non solo accessibile, ma partecipata. È un gesto di rispetto: nominare le cose è un modo per salvarle dall’oblio.
Resistere all’omologazione
“Mi piace pensare,” scrive Isabella, “che di questa nicchia di persone singolari stiamo entrando a far parte anche io e mio figlio Adam.”
È qui che il libro diventa un atto di resistenza culturale. “Gente di laguna” non è solo il racconto di un viaggio, ma un manifesto contro l’omologazione e la mercificazione dei luoghi. Venezia, con i suoi taxi d’acqua in fila come automobili in autostrada, diventa il simbolo di una civiltà che consuma se stessa, incapace di fermarsi e di ascoltare.
Isabella ci ricorda che la vera ricchezza non è il profitto, ma la conoscenza profonda di un luogo e delle persone che lo abitano. “Solo se si ha cognizione di un luogo, vi si appartiene veramente”, scrive.
Viaggiare, allora, non è soltanto muoversi: è comprendere, accogliere, entrare in relazione. È imparare la lentezza, come chi rema controvento e sente che ogni onda è una lezione di vita.
In dialogo con il vento: il legame con “Catturando raggi di vento e soffi di sole”
Chi ha letto “Catturando raggi di vento e soffi di sole”, il libro precedente di Lanzafame, ritroverà in “Gente di laguna” la stessa sensibilità poetica e la stessa fiducia nella natura come maestra di vita. Se nel primo testo il vento e il sole erano simboli di libertà e rinascita, qui l’acqua diventa memoria e radice.
Entrambi i libri condividono una visione del viaggio come crescita personale, come atto di cura verso il mondo e verso se stessi. Ma in “Gente di laguna” la scrittura si fa più matura, più consapevole: non solo contemplazione, ma impegno. Non solo poesia, ma denuncia.
Un appello silenzioso
Alla fine del viaggio, ciò che resta non è solo la bellezza dei luoghi, ma la consapevolezza che ogni ambiente, ogni comunità, ogni tradizione può scomparire se non viene difesa.
Con “Gente di laguna”, Isabella Lanzafame firma una lettera d’amore e un grido d’allarme. Ci invita a guardare la laguna – e, per estensione, il mondo – con occhi nuovi, liberi dal consumo e pieni di rispetto.
E ci ricorda che solo chi conosce davvero un luogo, chi ne ascolta la voce e ne accoglie i silenzi, può dirsi parte di esso.
La laguna nel cuore: dialogo con Isabella Lanzafame tra acque, vento e memoria
Isabella Lanzafame è maestra, scrittrice, mamma di Adam e autrice di “Gente di laguna”, un libro che è insieme diario di viaggio, atto d’amore e gesto di resistenza culturale. L’abbiamo incontrata per parlare del suo modo di vivere e raccontare la laguna, delle persone che la abitano e di come la scrittura possa diventare un modo per proteggere ciò che amiamo.
Isabella, il tuo viaggio da Venezia a Grado dura ventidue giorni ma sembra attraversare una vita intera. C’è un momento, un incontro o un luogo che ti ha cambiata davvero lungo quel percorso?
Si tratta di un percorso che ho compiuto ormai svariate volte con imbarcazioni diverse, passando dal primo utilizzo del sandolo, a quello di una sanpierota e da ultimo a bordo di Nuovo Fisolo: il nostro amato topo chioggiotto. Tutte le persone incontrate e le cose vissute, mi hanno lasciato qualcosa dentro di arricchente, tanto da decidere di riportare in questo libro il nostro ultimo viaggio. Allontanarsi dai confini della propria quotidianità, porta alla conoscenza di un’infinità di cose, se ci si pone con l’atteggiamento umile di ascolto degli altri, di osservazione di ciò che si ha intorno e di porre domande ogni volta che se ne ha la possibilità. Questo tipo di atteggiamento secondo me modifica il carattere e la persona, aprendola letteralmente a nuovi orizzonti e vedute. Sicuramente da questo insieme di cose mi sento cambiata e migliorata. Perfino l’episodio spaventoso della tempesta che ci ha colti a Barbana, di cui narro verso la fine del libro, mi ha trasmesso un concetto positivo e che reputo mi abbia fatto crescere per i nostri futuri viaggi: la Natura è l’elemento più forte; l’uomo non è che una minuscola parte di essa, pertanto non può che adeguarsi alla sua potenza, rispettandola.
In “Gente di laguna” si sente forte la tua indignazione per lo sfruttamento turistico di Venezia. Se potessi parlare ai turisti di oggi, cosa diresti loro per far capire la vera essenza della laguna?
Temo che le mie parole resterebbero senza ascolto dai più. Il fenomeno dei low cost ha introdotto un tipo di turismo di massa, che soggiorna a Venezia per brevissimi periodi, attratto maggiormente dal pacchetto del viaggio-vacanza, piuttosto che dalla peculiarità della nostra città d’arte. Vedo spesso turisti che invece di guardare le meraviglie che hanno attorno a trecentosessanta gradi, tengono costantemente gli occhi puntati sui cellulari, senza osservare nulla in realtà, desiderosi al massimo di qualche selfie nei punti più strategici. C’è chi arriva a voler sperimentare un tuffo in canale, non è raro che accada, travisando del tutto la realtà di un sito pregnante di storia e che non è sicuramente un parco giochi. È una tipologia di turismo che alla fine ha impoverito la città: molti negozi di artigianato locale hanno ceduto il posto ad altri di paccottiglia-souvenir da pochi euro. Ai pochi realmente interessati direi di non farsi imbrigliare dal meccanismo dove tutto è organizzato a prezzi convenienti, ma di costruirsi da sé il viaggio, le determinate mete da visitare, studiandone a monte, prima di partire, le infinite possibilità e se alla fin fine si perdono in qualche calle, potrebbero comunque rimanere stupiti da ciò che possono scoprire.
La presenza di tuo figlio Adam un “ragazzo speciale” è molto significativa nel tuo racconto. Come ha influito su di te, sulla scrittura e navigazione questa complicità madre-figlio in barca?
Io sono quello che sono, come persona, come scrittrice e come navigante, soprattutto grazie ad Adam. Il suo modo di essere ha fatto sì che io imparassi negli anni a modificare il mio, per poterlo interessare, coinvolgere e agganciare alla realtà. Non si nasce preparati a interagire e a cercare di far crescere nel modo migliore un ragazzino con una disabilità. È un lento e lungo percorso anche quello, dove si fanno prove ed errori e ci si modifica come persona. Posso dire che mio figlio mi ha donato tanta spensieratezza e tanta leggerezza, anche se non ci sono mai mancati momenti di preoccupazione. Lui ha un’interiorità tutta sua, che spesso a mio avviso coglie il lato buffo delle cose e che mi ha portata tendenzialmente a ridere molto: a volte mi sembra di essere anche io un’eterna ragazzina. Credo che ciò si colga soprattutto nel nostro primo libro, dove ingenuamente inconsapevoli, guardiamo con occhi sgranati, l’ambiente attorno a noi e un po’ in maniera scanzonata, percorriamo per la prima volta la Litoranea. A volte io stessa mi domando quante cose non avrei mai fatto senza la sua presenza.
Una delle cose più belle del tuo libro è l’incontro con la “gente di laguna”, pescatori e abitanti che custodiscono saperi antichi. Ce n’è uno che ti è rimasto nel cuore e che porteresti sempre con te?
Sì: Roberto, il fratello del pescatore e velaio che mi ha ceduto Nuovo Fisolo e pescatore a sua volta. Mi ha trasferito un bagaglio di conoscenze, aneddoti e informazioni, che a dire il vero ancora devo riuscire ad assimilare del tutto. Alcuni dei racconti che ho scritto sono scaturiti dalle conversazioni, talvolta anche accese, che abbiamo intrapreso seduti accanto al camino del casone dell’isola di M., o in barca. Talvolta su certe questioni ci siamo scontrati apertamente, ad esempio una volta io pensavo che mostrare ogni isola che visitavo, fosse il modo migliore per poterla fare conoscere e apprezzare, mentre lui asseriva che la forma migliore per proteggere un luogo, fosse quello di non divulgarlo: la persona che ci tiene veramente, arriverà a scovarlo da sé. Con il tempo devo ammettere che tendo a dargli ragione.
Nei tuoi due libri, “Catturando raggi di vento e soffi di sole” e “Gente di laguna”, parli di viaggi e di contatto con la natura. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura e alla narrazione tra questi due lavori?
Il primo libro è stato l’elaborare un’avventura forte e inusuale, che sentivo di dover metabolizzare nella forma scritta e un tentativo di dare voce a mio figlio, che solitamente non parla. È scaturito in maniera spontanea e abbastanza ingenua. Il secondo, scritto l’indomani del rientro del nostro ultimo viaggio, pur essendo uscito ugualmente di getto, è stato maggiormente pensato, dopo aver preso consapevolezza che avrei potuto utilizzare la scrittura per fare una denuncia sulle condizioni ambientali della nostra laguna e sull’immenso patrimonio che vi appartiene.
E guardando avanti… quali sono i tuoi prossimi progetti? Continuerai a navigare e raccontare la laguna, o ci sarà una nuova rotta da esplorare?
Sicuramente continueremo a navigare, perché ci sono ancora un’infinità di cose che ci mancano da vedere, o che vorrei apprendere e per le sensazioni che si provano. Con il nuovo anno dovrebbe uscire una raccolta di racconti tutta mia, questa volta di fantasia, ambientati nelle disparate isole veneziane…e poi per il resto, sulla scrittura non so: accoglierò ciò che mi si prospetterà in maniera spontanea, come è sempre stato quando mi ci sono approcciata.
