“Grazie di esserci, anche se non ci sei” di Andrea Micarelli: un romanzo epistolare che parla al cuore
Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, con discrezione e profondità, costringono il lettore a fermarsi e a guardarsi dentro. Grazie di esserci, anche se non ci sei di Andrea Micarelli appartiene a questa seconda categoria. È un romanzo intenso, emotivo, capace di trasformare una circostanza insolita in un viaggio interiore fatto di memoria, gratitudine, occasioni mancate e legami che resistono anche all’assenza.
Carlo Castelli e la vita che corre troppo veloce
Il protagonista, Carlo Castelli, è il direttore amministrativo di una grande azienda. Le sue giornate scorrono veloci, scandite da telefonate, riunioni, responsabilità e urgenze continue. È una persona efficiente, sempre impegnata, uno di quelli che, per forza di cose, finisce spesso per nutrirsi con un takeaway asiatico sotto casa. Una vita piena, ma al tempo stesso svuotata di spazi per l’ascolto e la riflessione.
Andrea Micarelli ci presenta un uomo comune, immerso nella frenesia contemporanea, finché un evento inatteso rompe l’equilibrio apparente della sua quotidianità.
La chiamata del notaio e l’inizio di un dialogo impossibile
Un giorno Carlo riceve una telefonata diversa da tutte le altre. Il notaio Alfredo Giansanti lo invita a presenziare alla lettura del testamento di Maria Mabel Sartor, sua ex compagna di scuola al liceo, conosciuta circa trent’anni prima e ormai relegata a un ricordo confuso. La circostanza è già di per sé sorprendente, ma lo diventa ancora di più al momento del lascito.
Maria Mabel non lascia beni materiali, ma una scatola contenente lettere scritte nel corso degli anni e mai spedite. L’unica richiesta è leggerle lentamente, non più di una al giorno. Da qui nasce un romanzo epistolare originale e coinvolgente, in cui il dialogo avviene tra chi è rimasto e chi non c’è più.
Mabel: una presenza che continua a vivere
Maria Mabel Sartor, che Carlo impara presto a chiamare semplicemente Mabel, è una donna sulla cinquantina, ricca, colpita dalla SLA. La malattia è presente nel romanzo con grande rispetto, senza mai diventare un espediente narrativo forzato. È piuttosto una lente attraverso cui osservare il valore del tempo, delle relazioni, delle scelte.
Le lettere di Mabel ricostruiscono una trama di legami umani: persone che hanno condiviso con lei gli ultimi anni di vita e che, attraverso Carlo, tornano a parlare, a ricordare, a confrontarsi. Carlo diventa quasi un moderatore silenzioso, il punto di incontro di tante storie che convergono in quella di Mabel.
Un legame dimenticato che riemerge
Tra i ricordi più potenti c’è quello del rapporto mai nato tra Carlo e Mabel. Due compagni di scuola che si sono sempre ignorati, ma che condividono un episodio decisivo: Carlo, da ragazzo, prese le difese di Mabel da due compagni irriverenti. Un gesto semplice, quasi insignificante per lui, ma fondamentale per lei.
Attraverso le lettere, Carlo scopre una donna straordinaria sotto il profilo umano e, allo stesso tempo, scopre se stesso. Si rende conto di essere più sensibile di quanto avesse mai creduto, capace di empatia, di ascolto, di profondità emotiva.
Uno scavo interiore che cambia tutto
La lettura delle lettere diventa per Carlo un esercizio nuovo e spiazzante: cercare di comprendere una persona attraverso poche parole scritte, dense di significato. Un esercizio che si riflette anche nella sua relazione con Valentina, la sua compagna, che acquista nuovo vigore e consapevolezza.
Emblematica una frase in cui Carlo, parlando proprio con Valentina, confessa:
“Sai, Mabel mi ha costretto a cercare di capirla attraverso le poche parole che mi ha mandato. È un esercizio a cui non ero abituato e tu lo sai bene.”
È il cuore del romanzo: lo scambio epistolare come strumento di trasformazione, come possibilità di crescita, come invito a fermarsi.
Un inno alla vita, nonostante la fragilità
Mabel, pur non essendoci più, diventa una forza che unisce, che sprona, che mette di fronte alla verità: la vita può cambiare improvvisamente e nulla garantisce che ci sia sempre tempo. Le sue parole sono un invito potente e luminoso a vivere pienamente:
“Mangia cibo delizioso, cammina al sole, tuffati nel mare, dì la verità che porti nel cuore come un tesoro nascosto. Sii folle. Sii buono. Sii strano.”
Il romanzo ci spinge a pensare alle occasioni perse, alle persone che hanno attraversato la nostra vita lasciando un segno silenzioso, a quelle parole che avremmo voluto dire e che non abbiamo mai trovato il coraggio di pronunciare. A quei “grazie” rimasti sospesi nel tempo.
Un libro che resta
Andrea Micarelli scrive per avvicinare il lettore a un viaggio che è quello della vita stessa: da vivere con maggiore consapevolezza, con lentezza, nel “qui e ora”. Grazie di esserci, anche se non ci sei è un romanzo che non offre risposte facili, ma pone domande necessarie.
Lo riassume perfettamente una frase di Carlo, che suona come una riflessione universale:
“Eravamo tutti partiti da Mabel, ma poi ognuno ha preso la sua strada, qualcuno con lei e qualcuno senza di lei.”
Un libro che lascia una traccia profonda e un invito chiaro: riconoscere il valore delle persone, delle relazioni e del tempo, prima che diventino solo ricordi.

Intervista ad Andrea Micarelli: scrivere per restare, anche quando non si è più presenti
Andrea Micarelli nasce a Roma nel 1957. Per molti anni ha ricoperto ruoli dirigenziali in aziende informatiche, costruendo un percorso professionale solido e impegnativo che, tuttavia, ha sempre lasciato spazio a una passione mai sopita: la scrittura.
Proprio da questa esigenza profonda di raccontare nasce Grazie di esserci, anche se non ci sei, il suo primo romanzo, un’opera intensa e intimista che mette al centro le relazioni, la memoria e il valore del tempo condiviso.
Oggi vive sulle rive del lago di Bracciano, insieme alla moglie, circondato da alberi secolari e da molti animali: un luogo che riflette perfettamente la sua idea di lentezza, ascolto e attenzione alle cose essenziali della vita.
“Grazie di esserci, anche se non ci sei” nasce da un dialogo epistolare con una persona che non c’è più. C’è stato un momento, durante la scrittura, in cui hai sentito che anche tu stavi dialogando con una parte nascosta di te stesso?
Io sono uno scrittore piuttosto disordinato. Nelle mie storie i personaggi si sviluppano con aggiunte, cancellazioni e ritocchi continui, trovando, via via, il loro posto nella storia e nel significato che, quello si, mi è ben chiaro fin dal primo giorno. Anche Carlo ha preso forma così, poco a poco e senza un preciso progetto preliminare. E, mentre cresceva e si delineava, mi sono reso conto che, da molti punti di vista, mi assomigliava. Nonostante questo, però, “Grazie di esserci, anche se non ci sei” non è stato una seduta di autocoscienza. Carlo, in definitiva, mi assomiglia ma non è me.
Mabel è un personaggio che unisce, che mette in relazione le vite degli altri anche dopo la sua assenza. Quanto credi che le persone continuino a vivere attraverso i segni che lasciano negli altri, più che attraverso ciò che realizzano per sé?
Sono profondamente convinto che quello che abbiamo fatto, in vita, per noi stessi, se ne vada nel momento stesso in cui ce ne andiamo noi. Quello che non si cancella è la memoria di cosa abbiamo fatto e di quello che siamo stati. Non occorre essere credenti per pensare che, dopo di noi, si debba passare per una specie di “giudizio” che determina cosa saremo dopo la nostra morte. Per chi crede il giudice può chiamarsi Dio, Allah, Universo o in qualche altro modo e l’esito del suo giudizio può essere una qualche forma di Paradiso o di Inferno. Chi non crede, come me, si accontenta del giudizio dell’ambiente in cui ha vissuto. Non parlo solo della memoria che familiari, amici e conoscenti conservano di noi; parlo di quella del nostro cane, di quella del giardino in cui abbiamo piantato un albero o di quella dello sconosciuto che ha letto un nostro libro. La Mabel di Grazie di esserci, anche se non ci sei” ha passato la vita a evitare le relazioni umane profonde ma questo non le ha impedito di coltivare il rispetto, la cura e l’attenzione per il mondo, nella sua accezione più ampia. Lei diventa un “personaggio che unisce” solo durante la malattia, quando ha il merito di gettare un seme e il sogno (o la lungimiranza) di gettarlo in un terreno più che fertile. È Carlo che diventa, così, la “mano unificante” di Mabel. È lui che ricerca, con dedizione e una buona dose di amore postumo, le tracce della sopravvivenza di Mabel dopo la morte.
Carlo scopre la propria sensibilità proprio quando è costretto a rallentare e ad ascoltare. Pensi che oggi siamo poco allenati all’ascolto profondo, sia degli altri che di noi stessi?
Credo che l’ascolto profondo sia una combinazione di attitudine e di pratica. L’attitudine è nei geni di ciascuno di noi e nell’educazione alla vita che la famiglia e l’ambiente in cui cresciamo innestano su quei geni. C’è chi ne ha tanta e chi ne ha poca ma, per tutti, è una potenzialità che trova espressione solo nella pratica quotidiana ed è qui che credo sia il problema di oggi. Tipicamente viviamo in un mondo disegnato da altri, dove competizione, mito della ricchezza e del potere, progressiva perdita dei tradizionali luoghi di socializzazione a favore delle piazze virtuali, costruiscono ostacoli alla ricerca e all’ascolto degli altri. Questi ostacoli sono insormontabili per chi non ha, di suo, una attitudine più che solida. E se non sviluppiamo la capacità di ascoltare gli altri, come potremmo coltivare quella di ascoltare noi stessi? Ascoltare noi stessi è anche (e, forse, soprattutto) specchiarci negli altri. Le lettere di Mabel sono, per Carlo, lo specchio in cui ha la possibilità di ritrovare la sua immagine che si era un po’ annebbiata con il tempo.
Nel romanzo la malattia, in particolare la SLA, non è mai solo dolore, ma diventa anche uno spazio di verità. Scrivendo questa storia, come è cambiato il tuo sguardo sulla fragilità e sul tempo che ci è dato?
In realtà è la storia che si è modellata su una mia convinzione profonda: in ogni momento, in qualunque dolore, sotto il peso di qualunque difficoltà, intorno a noi c’è vita e, finché si può, bisogna cercarla, viverla e godere del suo valore. L’ho imparato da bambino e non smetterò mai di ringraziare i miei genitori per avermelo insegnato, con i fatti più che con le parole.
Il libro sembra suggerire che la vita vada vissuta nel “qui e ora”, senza rimandare parole o gesti importanti. Qual è oggi la tua visione personale della vita e della morte, e in che modo questa consapevolezza influenza il tuo modo di scrivere?
Su vita e morte sono convintamente epicureo: quando siamo vivi la morte non c’è e quando c’è lei non ci siamo noi quindi, perché farsene un problema? Tanti soffrono della patologica presunzione di ritenersi indispensabili al mondo e tanti altri sono afflitti dal terrore dell’ignoto del “dopo la morte”; da qui a desiderare l’immortalità il passo è brevissimo. Io non tifo per l’immortalità anzi, credo che nella morte ci sia anche una certa dose di poesia. L’idea che i miei atomi finiscano in un albero, nell’acqua di un torrente o sulla pancia di un pinguino mi pare meravigliosa. Lo so, potrebbero anche diventare parte di un cassonetto della spazzatura, ma preferisco essere ottimista. Insomma, la morte non la vivo come un problema, ma solo finché parlo della mia. La morte degli altri è tutta un’altra storia. In quel caso morte significa mancanza e le mancanze, spesso, sono difficili da sopportare e lunghe da superare.
Uno dei miei obiettivi, mentre scrivevo “Grazie di esserci, anche se non ci sei”, era condividere questa mia visione, parlando di malattia e di morte con leggerezza. In questo Mabel è stata la mia voce e credo che sia stata brava.
Dopo Grazie di esserci, anche se non ci sei, che tipo di viaggio narrativo senti di voler intraprendere? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi progetti futuri o sui temi che ti piacerebbe esplorare?
Un tema che trovo assolutamente affascinante è quello delle persone alle quali il destino ha riservato handicap importanti e che, nonostante debbano combattere con limiti che non hanno scelto, trovano un loro modo di affermare la voglia di vivere. Non parlo di eroi o di persone speciali; a me interessano le persone normali, quelle che scivolano sul filo della lama, con la depressione da un lato e la vita da strappare a morsi dall’altro. Anche nella nuova storia, a cui sto lavorando, ci sono personaggi che, come Mabel, devono decidere cosa fare de propri guai e, come Mabel, capiscono, ad un certo punto, che devono cercare, all’esterno di sé stessi, gli appigli per uscire “a riveder le stelle”. Insieme imboccano un percorso che li porta ad un risultato comune. Qualcuno lo considera un successo e per qualcun altro, invece, è del tutto insufficiente. Ma la differenza non è nel valore intrinseco che assegnano al risultato; sono i bisogni di ciascuno che sono radicalmente diversi.
In fondo anche noi “normali” guardiamo, tutti, lo stesso mondo, ma le valutazioni che ne diamo spaziano del “che schifo” al “wow, che meraviglia”.