“Ibridantidi” di Andrea Trucco: fantascienza, identità e responsabilità oltre i confini dell’uomo

 

Cosa accadrebbe se scoprissi che sentirti diverso dagli altri non è un limite, ma la conseguenza di qualcosa che ancora non conosci?

 

È la domanda che mi sono posto iniziando a leggere Ibridantidi, il romanzo di fantascienza di Andrea Trucco.

 

Sfogliando le prime pagine ho avuto immediatamente un’associazione con The Boys, la serie televisiva ideata da Eric Kripke, nella quale i supereroi sono diventati vere e proprie celebrità, gestite da una potente multinazionale che ne costruisce l’immagine pubblica e ne nasconde le contraddizioni.

 

Il collegamento finisce però qui.

 

In Ibridantidi non troviamo una riflessione sul mito del supereroe, ma una storia nella quale la fantascienza diventa uno strumento per parlare di identità, Natura, scienza, relazioni e responsabilità.

 

E soprattutto di una domanda che riguarda tutti noi: chi siamo davvero e cosa scegliamo di diventare?

 

Francesco: quando la diversità diventa una domanda

Francesco è all’ultimo anno di liceo e dovrebbe iniziare a pensare al proprio futuro.

 

Il problema è che non sa ancora bene chi sia.

 

Da sempre avverte qualcosa di diverso dentro di sé. I suoi gusti cambiano, cambiano le sue abitudini e persino alcune sue capacità sembrano sfuggire a qualsiasi definizione.

 

Mentre i suoi coetanei cercano di immaginare il proprio futuro, Francesco si trova davanti a una domanda molto più difficile: come posso sapere chi diventerò se non so ancora chi sono?

 

Dentro di lui continua a risuonare una frase:

«Tu non sei come le altre persone.»

 

Poi arriva l’incontro con uno sconosciuto.

 

Un uomo che sembra sapere molto più di quanto dovrebbe sulla sua vita e che gli propone un appuntamento segreto.

 

Francesco decide di accettare.

 

È l’inizio di un viaggio che lo porterà a confrontarsi con il proprio passato, con una verità che non avrebbe mai immaginato e con capacità che fino a quel momento non sapeva di possedere.

 

Al suo fianco ci saranno Chiara e l’amico Luca, anche loro coinvolti in una vicenda che progressivamente supera i confini della loro esperienza personale.

 

Torino, tra mistero e scienza

La storia è ambientata a Torino, città che Andrea Trucco conosce bene e che nel romanzo assume quasi una dimensione narrativa propria.

 

Torino è da tempo associata, nell’immaginario collettivo, a racconti e tradizioni legati all’esoterismo. Una città nella quale convivono il fascino della scienza, della razionalità e quello del mistero.

 

È quindi una scelta ambientale particolarmente interessante per una storia nella quale il confine tra ciò che conosciamo e ciò che ancora non comprendiamo diventa sempre più sottile.

 

Le strade e i luoghi della città accompagnano Francesco e Chiara in un’avventura dove scienza, Natura, mistero e fantascienza finiscono per incontrarsi.

 

Gli Ibridantidi e un futuro che fa paura

Confesso che l’idea alla base del romanzo mi ha inquietato.

 

Esseri ibridi, legati alla natura umana ma capaci di sviluppare caratteristiche e potenzialità che vanno oltre quelle dell’uomo comune.

 

È fantascienza, naturalmente.

 

Ma mentre leggevo mi sono chiesto quanto potrebbe diventare sottile, in futuro, il confine tra uomo, tecnologia e intelligenza artificiale.

 

Oggi immaginiamo superuomini capaci di prestazioni straordinarie grazie alla tecnologia. Domani potremmo forse immaginare qualcosa di ancora più difficile da distinguere dall’essere umano.

 

Ed è proprio qui che la fantasia di Andrea Trucco riesce a stimolare la nostra: non tanto per farci credere che tutto questo possa accadere, quanto per farci immaginare cosa accadrebbe se accadesse davvero.

 

La fantascienza incontra l’introspezione

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è il modo in cui Andrea alterna l’avventura alla dimensione introspettiva.

 

Francesco non è soltanto un ragazzo dotato di capacità straordinarie.

 

È un giovane che cerca di comprendere se stesso, il proprio passato, il rapporto con la famiglia d’origine e i propri limiti.

 

La componente scientifica è importante e l’autore dimostra di padroneggiare un linguaggio tecnico che riesce però a integrare nella narrazione senza trasformarlo in qualcosa di pesante per il lettore.

 

Dietro la costruzione degli Ibridantidi si percepisce un lavoro significativo.

 

Non è semplice mettere insieme fantascienza, scienza, avventura e introspezione mantenendo una storia leggibile e coinvolgente.

 

Andrea ci prova costruendo un mondo nel quale la domanda scientifica diventa anche una domanda profondamente umana:

quanto di ciò che siamo dipende dalla nostra natura e quanto dalle nostre scelte?

 

La verità ha i suoi tempi

Per scoprire la verità, Francesco, Chiara e Luca dovranno affrontare una serie di peripezie.

 

Ma la verità non viene consegnata loro immediatamente.

 

Lo ricorda una frase dell’uomo misterioso:

«Ogni verità ha i suoi tempi e i suoi luoghi… e certamente quella che cercate voi non è una Verità che può essere rivelata con leggerezza ai quattro venti, quindi fate velocemente la vostra scelta».

 

È una frase che racchiude uno dei temi centrali del romanzo.

 

La conoscenza porta con sé una responsabilità.

 

Sapere chi siamo non significa automaticamente sapere cosa fare di ciò che siamo diventati.

 

Quando il potere diventa una responsabilità

Nel romanzo non manca una figura che rappresenta il lato più oscuro di questa possibilità: Clitennestra, personaggio misterioso e disposto a sfidare persino la Natura per perseguire i propri obiettivi.

 

Sul fondo della storia c’è anche il Thanatovirus, un virus elaborato in laboratorio che porta la minaccia ben oltre i protagonisti, fino a coinvolgere l’intera umanità.

 

Ma più che il semplice scontro tra bene e male, ciò che mi interessa è la domanda che il romanzo pone al lettore:

cosa facciamo quando abbiamo tra le mani un potere che non avevamo chiesto?

 

Un esperimento può sfuggire al controllo.

 

Una scoperta può essere utilizzata per aiutare oppure per distruggere.

 

Una capacità può diventare una risorsa o una minaccia.

 

Ed è qui che Ibridantidi assume una dimensione che va oltre la fantascienza.

«Voi Ibridantidi siete i fratelli di ogni creatura… provate affetto per ciascuna di esse e saprete sempre cosa fare. Non per Potere, ma per Amore».

 

In queste parole troviamo, probabilmente, una delle chiavi del romanzo.

 

Non è il potere in sé a determinare ciò che siamo.

 

È come scegliamo di utilizzarlo.

 

Essere diversi senza essere soli

C’è poi un altro tema che attraversa la storia e che ho trovato particolarmente interessante: quello delle relazioni.

 

Francesco si sente diverso.

 

Ma la diversità, quando diventa isolamento, può trasformarsi in sofferenza.

 

Nel romanzo troviamo una frase molto forte:

«Se una persona non impara l’importanza delle relazioni e sperimenta la solitudine rischia solo di venire risucchiata in un buco nero di nulla, un vortice senza apparenti vie d’uscita, e fa paura!»

 

E poi un’altra riflessione:

«Solo il tempo e la perseveranza di quelle persone che gli erano state accanto gli avevano insegnato che si può essere diversi senza essere soli; che si può essere unici eppure insieme, e che non è l’omologazione la cura alla solitudine».

 

Credo che queste parole rappresentino uno degli aspetti più interessanti del romanzo.

 

Perché la diversità non viene presentata semplicemente come qualcosa da accettare.

 

Diventa anche un’occasione per comprendere che essere unici non significa necessariamente essere soli.

 

Le relazioni, il tempo e la perseveranza delle persone che scelgono di restare possono diventare fondamentali proprio quando ci sentiamo più lontani dagli altri.

 

Francesco e Chiara: quale sarà la loro scelta?

Gli Ibridantidi non hanno scelto ciò che sono.

 

Ma arriverà il momento in cui dovranno scegliere cosa fare di ciò che sono diventati.

 

È qui che la storia assume il suo significato più profondo.

 

Non posso naturalmente raccontarvi cosa decideranno Francesco e Chiara.

 

Posso però dirvi che Ibridantidi non è soltanto un romanzo nel quale compaiono esseri dotati di capacità straordinarie, esperimenti scientifici e una minaccia capace di coinvolgere l’intera umanità.

 

È una storia che parla di diversità, identità, solitudine, relazioni e responsabilità.

 

E soprattutto della possibilità che abbiamo, nonostante ciò che ci è accaduto o ciò che abbiamo ricevuto, di scegliere chi diventare.

 

Forse il vero superpotere non è riuscire a fare ciò che gli altri non possono fare.

 

Forse è sapere cosa fare del potere che abbiamo.

 

Andrea Trucco: tra medicina, teatro e fantascienza

Nato nel 1988, Andrea Trucco è chirurgo vascolare presso l’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo.

 

Accanto alla professione medica coltiva la passione per il teatro e partecipa a una compagnia torinese che porta in scena commedie musicali inedite.

 

L’idea degli Ibridantidi nasce durante gli anni del liceo, alimentata dalla sua passione per la natura, la scienza e la fantascienza. Accantonata durante gli anni universitari, torna successivamente a occupare i suoi pensieri, arricchendosi nel tempo fino a diventare il nucleo del suo primo romanzo.

 

 

 

Dentro Ibridantidi: intervista ad Andrea Trucco tra scienza, identità e futuro

 

 

Francesco vive inizialmente una profonda difficoltà nel sentirsi simile agli altri e nel definire la propria identità. Quanto c’è di personale nella sua inquietudine? E perché hai scelto proprio un adolescente per affrontare il tema della ricerca di sé?

Sicuramente c’è molto di personale nella costruzione del personaggio di Francesco, anche se non in senso strettamente autobiografico.

 

Penso infatti che chiunque, in qualche momento della propria vita, si sia chiesto chi fosse, cosa volesse diventare e se avesse qualcosa di unico da poter offrire.

 

Mi sono sempre trovato a riflettere sul fatto che ognuno debba costantemente confrontarsi con due esigenze apparentemente opposte: da un lato il bisogno di appartenenza e di sentirsi quindi simile agli altri, dall’altro quello di esprimere pienamente sé stesso, anche nella propria unicità.

 

Sono riflessioni che mi hanno accompagnato a lungo e dalle quali ha preso forma la figura di Francesco, quasi come un esperimento mentale.

 

Nella scienza, quando si vuole verificare una regola, può essere utile metterla alla prova portandola al limite per capire fin dove regge e quali siano le sue eccezioni. Francesco nasce così: come un caso limite nel quale persino la sua biologia lo rende contemporaneamente sia unico sia fuso con qualcos’altro.

 

La scelta dell’adolescenza è stata piuttosto naturale, essendo per definizione un’età di passaggio e di trasformazione. È probabilmente il momento della vita in cui la domanda “chi voglio essere?” emerge con maggiore forza e in cui il bisogno di appartenere e quello di distinguersi possono entrare più apertamente in conflitto.

 

L’idea degli Ibridantidi nasce quando eri ancora al liceo e viene sviluppata nel corso degli anni. Qual è stata la parte più complessa nella costruzione di questo universo narrativo e nel trovare un equilibrio tra fantascienza, elementi scientifici, avventura e introspezione?

Ritengo che la lunga durata tra l’ideazione e l’effettiva stesura del testo sia stata, in questo caso, più un aiuto che un ostacolo. Mi ha permesso di alternare alla scrittura la voce del “me adolescente”, con i suoi dubbi e il suo idealismo, con quella del “me adulto”, con maggiori consapevolezze e maturità.

 

Proprio da questo confronto è nato in maniera piuttosto naturale l’equilibrio tra gli elementi scientifici e quelli fantastici, come tra quelli di avventura e di introspezione.

 

Immagino che, così come in me coesistevano queste diverse anime, anche in Ibridantidi abbiano trovato spazio tutte queste parti.

 

Nel romanzo la scienza può produrre conseguenze difficili da controllare e il rapporto con la Natura assume un ruolo importante. Quale riflessione vuoi lasciare al lettore sul rapporto tra progresso scientifico e responsabilità?

 

Per prima cosa vorrei sottolineare il senso di appartenenza alla Natura che temo spesso venga perso. Chi più, chi meno, siamo tutti vittime di antropocentrismo e talvolta tendiamo a considerarci qualcosa di distaccato dalla Natura, dimenticando che ne siamo parte.

 

Il mio pensiero è invece quello di cercare di recuperare il nostro posto riconnettendoci alla Natura. Questo non significa rinunciare al progresso scientifico e alla tecnologia, ma fare in modo che il loro sviluppo sia guidato anche da questa consapevolezza.

 

Tra Francesco, Chiara, Luca e gli altri personaggi che popolano la storia, c’è qualcuno al quale ti senti particolarmente legato? E perché?

Sono sinceramente affezionato a tutti i personaggi di questa storia.

 

Ognuno di loro ha bisogno degli altri per poter sbocciare pienamente, perché la bellezza di ciascuno nasce proprio dalla relazione che crea con gli altri.

 

Tra di loro tuttavia Luca, il migliore amico di Francesco, ha un posto speciale: umano “normale” in mezzo ad un’avventura che coinvolge persone dai poteri straordinari e minacce decisamente più grandi di lui. Grazie al suo buon cuore risulta essere una bussola morale per i suoi compagni, con uno sguardo speranzoso e ottimista che non cade mai nella banalità o nella stupidità. Penso che Luca incarni l’amico che chiunque vorrebbe avere nel momento del bisogno.

 

La responsabilità di scegliere come utilizzare le proprie capacità è uno dei temi del romanzo. C’è una scelta compiuta da uno dei tuoi personaggi che, durante la scrittura, ti ha messo particolarmente alla prova?

Senza voler fare spoiler, nel corso della storia saranno molti i momenti nei quali i personaggi si troveranno in pericolo, presi dallo sconforto o di fronte ad apparenti vicoli ciechi. Spesso dovranno scegliere se perseverare, correndo anche dei rischi, oppure arrendersi, e non sarà sempre una scelta semplice.

 

Ciò che mi ha colpito di più, però, è che le scelte più ardue, anche nella loro scrittura, non sono state quelle legate alle loro capacità straordinarie, ma piuttosto quelle che mettono in luce la loro umanità: la gestione delle relazioni con amici e parenti, per esempio, oppure la scelta di cedere o meno alla rabbia e alla disperazione.

 

In fondo, sono proprio queste decisioni, più che l’uso dei loro poteri, a definire chi sono veramente.

 

Ibridantidi nasce da un’idea che ti accompagna da molti anni. Ora che il romanzo è diventato realtà, quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuerai a esplorare il mondo degli Ibridantidi oppure stai lavorando a una storia completamente nuova?

Sebbene Ibridantidi sia stato pensato in origine come un libro autoconclusivo, mi piacerebbe, prima o poi, raccontare ancora qualcosa su Francesco e i suoi amici.

 

Avrei infatti diverse idee per approfondire linee narrative, alcune accennate, altre del tutto inedite, che non hanno trovato spazio in questa storia.

 

Tuttavia al momento mi sono lasciato conquistare da un nuovo progetto, sempre ad ambientazione fantascientifica con risvolti filosofici, ma in un universo narrativo completamente differente.

 

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