Ikigai, il metodo giapponese per essere felici. Ne parliamo con la psicoterapeuta Manuela Fagone
Cos’è l’ikigai?
Ikigai è una parola giapponese non facilmente traducibile in italiano, ma visto che “Iki” vuol dire esistenza e “gai” significa scopo, senso, qualità, il termine ikigai può abbracciare un ampio ventaglio di significati: il senso della vita. Le ragioni per cui vale la pena esistere. Il pensiero che ci spinge ad alzarci dal letto la mattina.
Ho scoperto questo concetto leggendo il libro di Bettina Lecke, “Ikigai: Il metodo giapponese. Trovare il senso della vita per essere felici”.
Dopo questa prima lettura ho cercato di documentarmi il più possibile per fare mio questo meraviglioso principio nipponico. In più ho scoperto che tra le lingue europee non esiste un termine capace di racchiudere nulla del genere. Eppure le persone con un forte ikigai come gli abitanti di Okinava in Giappone, oltre a condurre una vita più appagante godono di una più alta aspettativa di vita così come hanno dimostrano numerosi studi scientifici.
Dov’è il segreto?
Ognuno di noi sente nel proprio intimo il bisogno di essere felice. Possiamo definirci tutti dei ricercatori di felicità. Le persone più sensibili arrivate ad un certo punto della propria vita, iniziano a chiedersi: qual è la motivazione che mi spinge ad alzarmi al mattino? Perché faccio quello che faccio ogni singolo giorno? In che modo posso valorizzare il mio tempo in modo costruttivo?
Se anche tu sei tra queste persone, allora vuol dire che indirettamente o per altre strade sei alla ricerca del tuo ikigai.
Devi sapere che ognuno di noi ha il suo personalissimo ikigai, non esistono percorsi predefiniti. Hector Garcia, co-autore del bestseller internazionale “Il metodo Ikigai. I segreti della filosofia giapponese per una vita lunga e felice”, scrive: “Il nostro ikigai è diverso per ognuno di noi, ma una cosa che abbiamo in comune è che siamo tutti alla ricerca di un significato.”
Come trovare il proprio ikigai: il diagramma
- Attività che amiamo fare
- Attività di cui il mondo ha bisogno
- Attività per cui possiamo essere pagati
- Attività che sappiamo fare bene
Infatti nel mio caso la scrittura è
- Ciò che amo fare
- Scrivere di Crescita Personale sul mio blog contribuisce a fornire un contributo positivo al mondo
- Ciò che mi può dare da vivere
- È una delle cose che so fare
La scrittura è il mio “Ikigai”, la ragione per cui mi alzo al mattino, che mi stimola ed invoglia a trovare sempre nuovi contenuti, collaborazioni per migliorarmi come persona e come professionista.
La psicoterapeuta Manuela Fagone, ci aiuta a capire come individuare il nostro IKIGAI
Manuela Fagone, vive e lavora in Cilento. Dopo la laurea in psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma si specializza prima come sessuologa e poi come psicoterapeuta con indirizzo cognitivo comportamentale.
Buongiorno Dott.ssa Fagone, per vivere una vita felice e appagante bisogna dare uno scopo alla propria vita. È necessario come dicono i giapponesi individuare il proprio IKIGAI. Lei è riuscita a costruire il suo IKIGAI?
Credo che il processo di costruzione del mio, come per tutti, IKIGAI, sia in continua evoluzione. Personalmente provo a rafforzare la certezza di avere la possibilità di essere essenzialmente ciò che voglio essere, di conseguenza sentirmi forte di ciò che raggiungo e trarre nutrimento dalla fiducia, dalla possibilità di credere nel potenziale e nel valore della persona che sono, che sono diventata, attraverso diverse fasi, attraverso le avversità, le crisi, l’accettazione, l’acquisizione delle mie consapevolezze. Credere nell’amore come sostentamento, l’amore in ogni sua forma di espressione, come presenza e nutrimento dell’anima, mi ha ispirato ad essere amore e a rispondere con amore. La mia soddisfazione più grande, capace di compensare i vuoti, il senso di impotenza o di frustrazione, risiede nella potenza, forse inspiegabile, del bene sicuramente prima di tutto ricevuto e poi ereditato e che mi rende capace di saper dare, che è la culla che mi protegge e al contempo lo slancio che mi permette di resistere, reagire, gratificarmi, respirare pienezza dalla luce della semplicità e arrivare magari con i sogni laddove gli occhi non riescono a vedere.
«Il nostro ikigai è diverso per ognuno di noi, ma una cosa che abbiamo in comune è che siamo tutti alla ricerca di un significato», dice Garcia, autore di Il metodo Ikigai. I segreti della filosofia giapponese per una vita lunga e felice, un libro che ha contribuito a diffondere questa filosofia in Occidente. Quanto hanno in comune: l’intraprendere un percorso psicoterapeutico con il rintracciare il proprio Ikigai?
La psicoterapia è un meraviglioso percorso di esplorazione, crescita e trasformazione. Richiede tempo, impegno, e la disponibilità a guardare dentro di sé con autenticità. Perché la crescita personale non è un evento ma un processo, non avviene in fretta e non avviene da sola.
Può esserci una connessione che congiunge la propria ricerca personale dell’ Ikigai con la psicoterapia, uno può sostenere o chiamare l’altro, rimanendo due ambiti comunque legati ma diversi. Spesso capita di nutrire la presunzione di poter fare affidamento solo su se stessi, di non avere alcuna necessità di parlare, quando invece parlare è già il primo passo verso la comprensione della realtà che si vive e persino di se stessi, confrontarsi quindi diventa lo step essenziale per acquisire le consapevolezze che costituiscono la base d’appoggio per una personalità innanzitutto più forte e poi sicura di gestire al meglio la propria vita, con o senza particolari criticità, questo è la colonna portante del percorso psicoterapeutico. Rintracciare e possibilmente scoprire nel corso della vita alcune ragioni che fanno da cardine e da spinta motivazionale, è un processo evolutivo che sicuramente richiede un confronto ma esclusivamente con se stessi, l’individuazione del proprio Ikigai è importante, è un connubio tra l’amore per ciò che si fa, l’appagamento e la soddisfazione personale, l’equilibrio della salute del corpo con quella dell’anima, tra la cooperazione, il senso di gratitudine e la sicurezza rispetto al proprio valore personale. I presupposti che agiscono da sfondo al percorso psicoterapeutico invece, sono rintracciabili in alcuni tasselli essenziali, a cominciare dal Riconoscimento, delle proprie necessità, delle proprie emozioni, una successiva accettazione, che è ben diversa dalla rassegnazione, da considerarsi come un subire passivo, piuttosto accettare è da intendere come una presa di consapevolezza attiva, fino ad Accogliere ragioni, senso e motivazioni come chiavi di lettura rispetto alla realtà da vivere, da gestire piuttosto che subire, infine Distinguere i presupposti dove appoggiare la costruzione della propria identità e la fortificazione della personalità.
Da psicoterapeuta non hai la percezione che all’interno della nostra società della peformance è sempre più difficile trovare la nostra ragione di vivere? Quali sono le categorie più a rischio?
Assolutamente si! Una società quella che viviamo nel presente, che tende all’omologazione, quindi l’individualismo, la differenziazione è considerata solo come difetto, come svantaggio, sicuramente ci sono alcune criticità già nell’individuare i valori, in quanto questi necessitano di un’approvazione collettiva e quindi non di un bene che si adatti e conformi alla persona, come soggetto unico, piuttosto alla massa e inevitabilmente diventa un bene approssimativo. Credo che per alcuni versi, la generazione cosiddetta Z, ovvero i giovanissimi nati tra il gli inizi dell’anno 2000 e il 2010, sia molto sotto il mirino dell’osservazione, com’è giusto che sia, in quanto essendo sicuramente tanto fragile, perché facilmente bersagliabile da vari fattori di rischio e quindi da attenzionare, in realtà a mio parere l’apertura mentale di tale generazione, la renda più libera e al contempo più favorevole ad incanalare una propria traiettoria di benessere, anche solo per la voglia di imparare, di conoscere, di sapere, in quanto la voglia stessa incuriosisce, spinge e motiva, rispetto alla generazione precedente, sicuramente molto più chiusa ma soprattutto più rigida, diffidente e restia, che di conseguenza fa molta più fatica innanzitutto ad accettare e di conseguenza a perdersi. I giovani adulti di oggi, i nati tra la metà degli anni ‘80 e ‘90, si trovano ad essere forzatamente loro punti di riferimento, non avendo però al contempo una stabilità emotiva imprescindibile per garantire ai posteri un appoggio necessario, quindi a mio avviso più tendenti ad incastrarsi nell’ impotenza del dubbio e a rimanere irrisolti.
Dott.ssa Fagone, lei vive in Cilento: terra di centenari. Anche qui c’è un Ikigai/un Metodo Cilento da seguire per vivere meglio e più a lungo?
Credo che ci si possa assolutamente ispirare al modello che i nostri antenati, i nostri predecessori, in modo del tutto non intenzionale, ci danno modo di osservare e al contempo prendere, per farne noi appunto, un esempio da seguire, da apprezzare innanzitutto e poi da provare a ripetere. Sicuramente la “vita sana”, fatta di lontananza da fonti continue di stress, da bombardamenti mediatici che affollano la quotidianità di superficialità, tralasciando l’essenziale, è il motore che muove lo stile di un territorio incontaminato, che di conseguenza si ripercuote del tutto positivamente, sulla qualità di vita e sul benessere globale. Non esiste una legge di vita perfetta, nemmeno garanzie di lunga vita, ma una ricetta da seguire, come una sorta di indicazioni e precauzioni, è fondamentalmente rintracciabile, a partire dalle abitudini alimentari, mangiare sano, mangiare proveniente dalla terra, mangiare mediterraneo, a finire al non subire eccessi di alternative da prendere in considerazione, come eventualità fattibili che confondono le idee, esasperano le aspettative e favoriscono insoddisfazione, è l’equivalente di un metodo che porta inevitabilmente a vivere bene.
Lo psicologo, Barry Schwartz teorizzò il paradosso della scelta, ossia come riferiva anche il sociologo Zygmunt Bauman la nostra società offre opportunità illimitate ma in alcuni casi l’abbondanza di scelta non permette di scegliere cosa diventare, ostacolando il nostro Ikigai. Tutto ciò può essere causa di ansia e depressione. Cosa ne pensa a riguardo: è necessario, fermarsi prima di scegliere? Come si fanno le scelte giuste?
Non solo é necessario ma é fondamentale! Fermarsi diventa l’opportunità legittima per acquisire le consapevolezze necessarie rispetto a come muoversi ma anche rispetto a dove ci si trova. Fermarsi é la condizione insostituibile per cogliere le sfumature nella quale poter trarre le risposte più adeguate alle reali esigenze e al contempo per darsi la possibilità di osservare nel profondo, osservarsi, altro tassello e condizione necessaria per poi poter scegliere e non approssimativamente, come troppo spesso accade per comodità, non azzardatamente per paura, ma opportunamente. Spesso le scelte sono bloccate dalla paura, paura di sbagliare, di non saper gestire un impatto emotivo, o di non sentirsi all’altezza quando ci si confronta con le emozioni altrui, allora si opta per la “via facile”, incappando inevitabilmente nel solito circuito già conosciuto, che diventa una vera e propria gabbia che favorisce l’idea di non poter agire diversamente, quindi allontanando dall’unica possibilità che a volte la vita pone davanti e rispetto alla quale il coraggio delle responsabilità verso di se, é la sola chiave che può aprire ad una svolta per un benessere autentico, quindi é necessario solo crederci a quel coraggio, anche senza sentirlo. Lasciarsi trasportare dagli standard, solo per la sicurezza della conoscenza, non é preludio di una scelta funzionale e appropriata ad un benessere puro, sarà più che altro una sorta di “abbaglio”, piuttosto lasciarsi ispirare da una forza mai sperimentata é sicuramente lo slancio più valido per le scelte migliori, oltrepassare quello che traspare in superficie per considerare l’importanza della profondità, garantisce l’efficacia di una scelta e non per ultimo, fidarsi dell’ascolto emozionale, quindi dare voce alle ragioni delle proprie emozioni, piuttosto che seguire solo l’istinto, troppo spesso estremamente razionale, si rivela la strada che porta alle scelte sicuramente più equilibrate e in sintonia con un senso di pienezza e benessere profondo
Prima di concludere: possiamo dire che trovare il proprio Ikigai, equivale a trovare la propria felicità?
Considero la felicità come l’espressione di una gioia contestualizzata e quindi come un’emozione temporanea e circoscritta entro certi limiti, per cui la felicità può risolversi in pillole, in sprazzi, sicuramente intensi, sicuramente essenziali, sicuramente da trattenere. É proprio nel trattenere le parentesi di felicità, nella raccolta personale, che si può estrapolare un proprio Ikigai, interpretabile più come una straordinaria serenità, che quindi diventa assolutamente più duratura, più intima e permanente, perché persiste anche quando il momento di felicità cede il posto ad altre emozioni. Qualsiasi emozione può esistere parallelamente alla serenità, da intendere e vivere come panoramica globale rispetto alla pienezza dell’anima, al valore che ci si attribuisce, al potenziale da vivere e che accompagna la quotidianità come un bagaglio di colori, che conferiscono la giusta tranquillità per stare bene. Trovare il proprio Ikigai, il senso della propria esistenza, equivale al raggiungimento di una serenità stabile e non transitoria, imprescindibile da altro, non necessariamente come garante di soddisfazioni effimere, quanto piuttosto come armonia ed equilibrio tra le esigenze e i desideri dell’anima.