Il conflitto genitori-figli in età adolescenziale. Ne parliamo con l’educatrice professionale Letizia Simoni

 

Il nostro obiettivo non sarà quello di giudicare se siete o meno dei “bravi e buoni genitori”. Piuttosto io e Letizia, cercheremo di aiutarvi a guadarvi dentro, facendo in modo di capire che tipo di genitori siete o come vorreste diventare. Per questo motivo è importante riflettere sui possibili errori così da aggiustare il tiro qualora ne fosse necessario.

 

La genitorialità è una sfida complessa: ogni famiglia è unica

 

La genitorialità è spesso descritta come un dono ma in realtà è una sfida complessa. Il conflitto tra genitori e figli adolescenti è una fase comune e spesso inevitabile dello sviluppo. Questo periodo è delicato poiché gli adolescenti sono alla ricerca della propria identità e indipendenza. Le differenze di opinione su valori, regole e libertà possono portare a tensioni, confusioni e disordini interiori. La comunicazione è fondamentale per affrontare questi conflitti. I genitori devono cercare di ascoltare e comprendere le prospettive dei figli, mentre gli adolescenti devono imparare a esprimere le proprie esigenze in modo costruttivo. Stabilire un dialogo aperto e onesto può aiutare a mitigare le tensioni e a costruire un rapporto di fiducia. Senza dimenticare che ogni famiglia è unica e le dinamiche possono variare.

 
Fare famiglia con empatia

 

Come migliorare la relazione con i figli adolescenti. Intervista a Letizia Simoni

 

Come citava Freud quando parlava di “mestiere impossibile di genitore”, non ci sono verità assolute, risposte uniche, né testi scientifici in grado di insegnare come diventare dei bravi genitori. A mio avviso il primo passo è cominciare ad interrogarsi e confrontarsi. Letizia, cosa ti senti di dire a riguardo?

 

Per quanto riguarda il mestiere impossibile di genitore, sono d’accordo con te Francesco sul dovere di interrogarsi e confrontarsi. È anche vero però che tante volte i genitori questo lo fanno, ma non risulta sufficiente. Il ruolo di genitore porta inevitabilmente a rivivere emozioni della propria infanzia e adolescenza, per cui il primo grande lavoro è lavorare su stessi. La base per una genitorialità efficace è una conoscenza profonda di se stessi, del proprio modo d’essere, di fare e di sentirsi: riconoscere, accogliere ed elaborare le emozioni che determinate situazioni portano a rivivere è fondamentale per essere una solida base per lo sviluppo armonico dei propri figli. Un’idea tanto diffusa quanto sbagliata nella società odierna è il perfezionismo a cui il mondo social quotidianamente espone i genitori, la perfezione non esiste, e ciò che potrebbe essere perfetto per i genitori potrebbe non esserlo per i figli, anzi, sicuramente non lo sarà per i figli. Come sosteneva Winnicott i bambini non hanno bisogno di una mamma perfetta ma di una mamma ‘sufficientemente buona’ che nonostante ansia e stanchezza trasmetta sicurezza e supporto sia fisico che emotivo, ecco, il ruolo dei genitori credo si possa così racchiudere, due persone umane che con il loro bagaglio emotivo, il lavoro su stessi e una cooperazione attiva riescono, nonostante le difficoltà a far fronte alle proprie risorse interne e/o esterne per essere un buon esempio per i propri figli.

 

Il conflitto tra genitori e adolescenti rappresenta una dinamica comune e complessa che si verifica in molte famiglie. Come bisogna affrontarla? Che ruolo ha la comunicazione?

 

 
Non esiste una regola per affrontare il conflitto, sicuramente è fondamentale affrontarlo, fare in modo che una situazione apparentemente spiacevole diventi un’opportunità per imparare. Imparare che cosa? A conoscere l’altro, a mettere in pratica l’empatia e a riconsiderare il proprio punto di vista. Gli adolescenti usano il conflitto in famiglia per rispondere ai propri bisogni di appartenenza e separazione, mettere confini e stabilire limiti, mettere alla prova il genitore per capire il ‘punto limite’ e per creare una propria identità. Come affrontarli? Ascoltando attivamente! Nonostante il modo, il tono di voce o le parole stesse possano essere usate in modo sbagliato o inappropriato, l’attenzione alla comunicazione diviene il nodo da cui comprendere davvero, nella conversazione è fondamentale quindi rispettare i tempi dell’altro, non interrompere, rispettare il pensiero diverso, fare domande aperte e poi chiuse per assicurarsi di arrivare a ciò che si vuole comunicare, dare quindi concretezza e chiedere un riscontro per assicurarsi di aver compreso.

 

La società digitale ha amplificato le reti sociali ma hanno diminuito i legami. Sempre più ragazzi si rivolgono all’intelligenza artificiale. In molti, usano ChatGPT come confidente. Spesso i giovani parlano con l’IA non perché “sono alienati”, ma perché “non hanno nessun altro con cui parlare”. Dove sono i genitori? È colpa sempre e solo dei ragazzi?

 

Io penso che se un giovane (spesso parliamo di giovanissimi) arriva a pensare che l’IA sia l’unico confidente possibile il problema sia molto più grande della sola famiglia, ma che vada ricercato nella società, nella scuola e nei contesti extra scolastici.

I responsabili in queste situazioni non sono mai solo i giovani, la solitudine è da sempre un aspetto che fa parte dell’adolescenza e della vita in generale, sicuramente in questo periodo storico è terribilmente aumentata con la diffusione dei dispositivi elettronici. Io sono giovane e “ai miei tempi” (10 anni fa), le uscite erano concordate con il telefono di casa, si comunicava con lo sguardo, i gesti e la voce, purtroppo oggi questo tipo di relazione è sempre meno presente nella quotidianità dei giovani. Le relazioni interpersonali non sono più coltivate come un aspetto fondamentale e da cui imparare ma sono diventate un aspetto marginale della vita dei ragazzi, il benessere non è più ricercato nei valori profondi del singolo, la vita non è più insegnante, l’IA ha sostituito tutto questo, anche studiare, alcuni si chiedono a cosa serva, chatgpt ha tutte le risposte, e a noi, ai nostri ragazzi, cosa rimane?

Io penso che non sia solo colpa dei genitori o dei figli o della società ma che ci sia un filo conduttore nella vita di ognuno che porta a credere nell’IA come unico confidente: i giovani non hanno imparato ad utilizzare positivamente la tecnologia, i genitori talvolta la usano per distrarre i figli (anche piccoli), consegnano in mano questo mondo virtuale a delle persone che non hanno idea di come utilizzarlo, spesso non viene debitamente spiegato, il suo utilizzo non viene monitorato, ormai ‘fa parte della vita’ e la sua pericolosità viene pericolosamente presa “sotto gamba”, a casa e a scuola, in una gran parte dei casi, manca una vera e propria educazione alla tecnologia.

 

Ho sentito parlare di burnout genitoriale: cos’è? Come possiamo evitarlo?

 

Partiamo da che cos’è il Bornout: è un insieme di sintomi derivanti da una condizione di stress persistente e si caratterizza per un completo esaurimento delle personali energie fisiche e mentali, porta con sé insonnia, cefalea, tensione muscolare e problemi digestivi (ognuno ne risente in maniera differente). È un termine solitamente utilizzato in ambito lavorativo, ma nella realtà è una situazione che si può riscontrare anche in ambito familiare. La sensazione è quella di non riuscire ad affrontare la quotidianità e a sentirsi “pessimi genitori”. Cosa fare? Non esiste un’unica soluzione, sicuramente può essere utile parlare con un familiare o un amico che possa offrire supporto, prendersi del tempo per se stessi facendo attività che permettano di rilassarsi e di riconnettersi con il sé, chiedere aiuto ad un professionista, dividere il carico mentale con il partner ricordandosi di comunicare e condividere quotidianamente le proprie emozioni e le proprie paure.
Il primo passo per prendersi cura degli altri è prendersi cura di se stessi, sempre, non c’è un modo sicuro per prevenire questa situazione, ma assicurarsi di essere in sintonia con se stessi e conoscere e riconoscere emozioni e vissuti è un primo passo importante non tanto per prevenire quanto per accogliere e fronteggiare la situazione nel caso in cui si dovesse verificare.

 

Cosa fare, dunque, quando i figli mettono a dura prova la pazienza e la stabilità emotiva?

 

Non esiste una regola. Ascoltarsi e ascoltare i propri figli, capire i motivi per cui la stabilità emotiva è messa a dura prova, fare un grande lavoro su se stessi e i propri vissuti, indagare le risorse personali/della coppia sia interne che esterne per affrontare la situazione e saperle mobilitare nel modo corretto, essere propensi al dialogo e all’ascolto, fare attività fisica, creare momenti di dialogo in famiglia affrontando i problemi senza tabù e in modo aperto e accogliente sono tutti modi per fronteggiare le situazioni difficili per cui la pazienza è messa a dura prova.

Tenere sempre presente due cose:

  1. Mio figlio è diverso da me ed è giusto che abbia una sua opinione
  2. Lui/lei sta imparando: chiedersi come io genitore ho vissuto quel momento, e se ho incontrato problemi simili come li ho risolti/mi sarebbe piaciuto risolverli? Di quale aiuto, quali parole o gesti avrei avuto bisogno? Io ora ho le risorse e le capacità per mettere in pratica azioni positive?

 

La classica frase “quando sarai grande, capirai” avvicina o allontana?

 

 
Io sono dell’idea che sia una frase che allontana o che comunque rimanga indifferente agli occhi dei giovani, questo per il semplice motivo che “quando sarai…” indica un aspetto che ancora non si conosce per cui semplicemente non è comprensibile e non aiuta a comprendere la situazione o a cambiare punto di vista, quindi al fine di una comunicazione aperta è una frase inutile/distruttiva, non apre al confronto, a domande o interpretazioni. È vero che non sono più bambini ma non sono nemmeno adulti e quando lo diverranno potrebbero comunque mantenere posizioni diverse da quelle dei genitori e quindi non comprendere comunque ciò che il genitore in quel momento avrebbe voluto comunicare. Quindi piuttosto che mettere lì quella frase a mio avviso, sarebbe più opportuno lavorare su ciò che si vuole trasmettere così da avere realmente uno scambio di idee. L’incomprensione tra genitore e figlio è all’ordine del giorno, e come dico sempre, non deve necessariamente essere un momento negativo o fine a se stesso, bensì è possibile creare un momento di crescita per entrambi nonostante in questa fase siano “due mondi paralleli”, ecco qui che vediamo di nuovo chiaramente quanto la comunicazione debba diventare efficace.

 

 
Ribelli o introversi: come comportarsi con i figli durante l’adolescenza?

 

I figli in adolescenza sono ribelli per natura, questo li aiuta a creare una loro identità e stabilire limiti. Spesso vengono definiti introversi perché non parlano con i genitori, ma è davvero questo che li rende introversi? Spesso le cose non vengono dette perché i ragazzi sono consapevoli che sono sbagliate e che quindi avranno delle conseguenze, o perché il fatto di avere dei segreti, sapere cose che i genitori non sanno è un’esperienza accattivante, aumenta l’indipendenza, fa crescere l’autostima verso se stessi e incide sulla capacità di rimanere diverso, separato dal genitore. Cosa fare? Domandona. Ogni situazione ha peculiarità diverse, se la ribellione è lieve o moderata e non porta rischi per nessuno ed è quindi possibile lavorarci è importante arginarla affinché non esploda e cercare di far prendere consapevolezza al figlio di questa situazione per lavorare come una squadra perché si risolva. Diventare consapevoli della possibilità di cambiamento è il primo modo per fronteggiarlo e da qui, sapere di avere le risorse per fronteggiare queste situazioni è un grande tassello per la fiducia in se stessi e nel caso di un lavoro condiviso, la fiducia nella propria famiglia. Questo percorso di creazione della persona è spesso tortuoso e richiede da parte dei genitori un immenso lavoro di cooperazione, supporto e accoglimento dell’autonomia.  Mi sento qui di sottolineare che il fatto di rivolgersi ad un professionista non è sinonimo di sconfitta o di debolezza, ma al contrario, trovare la consapevolezza e la forza per chiedere aiuto e lavorare su un problema è il primo piccolo ma immenso scalino da cui iniziare per risolverlo.

 

Gentilmente, ci puoi parlare del tuo lavoro? Svolgi, consulenza in presenza e online?

 

Io sono laureata in Scienze del Servizio Sociale e in Scienze dell’Educazione e della Formazione, ho seguito i corsi per lavorare come Coach di genitori e di adolescenti e per operare con le coppie altamente conflittuali con il metodo della Coordinazione Genitoriale, attualmente sono in formazione come Educatrice Perinatale. Il fine di questi percorsi è quello di accompagnare la famiglia in ogni fase di crescita, dalla gravidanza all’adolescenza, lavorando sulla co-genitorialità, mantenendo il focus sui figli e supportando i genitori nelle decisioni, dalle più comuni e quotidiane alle più complesse. Le consulenze vengono svolte in studio a Novi Ligure (AL) oppure online.

 

Pima di salutarci, se ti va raccontaci dei tuoi progetti futuri?

 

Ho un sogno nel cassetto: mi piacerebbe pubblicare un libro, non dico altro, lo tengo un po’ per me, sai avere un segreto aumenta la fiducia in sé stessi!

Ti ringrazio per questa bellissima opportunità!

 

 

 

 

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