“Il conte di ponte Sisto” di Maurizio Milazzo: una storia di falsità, riscatto e umanità
Una Roma vista dal basso, un’amicizia nata ai margini e una storia di ingiustizia e riscatto. È questo il mondo raccontato da Maurizio Milazzo ne Il conte di ponte Sisto.
C’è una Roma che corre, lavora, produce e insegue continuamente nuovi obiettivi. E poi ce n’è un’altra, più lenta e spesso invisibile, che vive sotto i ponti, ai margini delle strade e della società.
È proprio sotto ponte Sisto che prende forma la storia di Fabio Ricci, giovane programmatore precario che, per arrotondare, lavora come portiere notturno in un albergo nei pressi di Piazza Trilussa. Qui incontra Mariano, un senzatetto dal passato avventuroso che, nonostante la sua condizione, mantiene un’eleganza e una dignità che gli valgono il soprannome di “Conte”.
La vita di Fabio sembra prendere una direzione diversa quando riesce a conquistare l’amore di Giulia e a ottenere l’opportunità di lavorare a un progetto di innovazione tecnologica. Ma i suoi successi attirano le invidie di chi gli sta intorno.
Un intreccio di falsità e accuse porta Fabio in carcere, lontano dalla sua vita e dalle persone che ama. Quando viene scagionato e torna a Roma, ha perso quasi tutto: il lavoro, la casa e anche Giulia, che non ha creduto alla sua innocenza.
È allora che Fabio torna a cercare il Conte.
Tra i due nasce un’amicizia fondata su una ferita comune: entrambi hanno visto la propria vita sconvolta da una falsità. Mariano aiuterà Fabio nel suo percorso di riscatto; Fabio, a sua volta, cercherà di aiutare il Conte a riconquistare l’amore della figlia.
Un richiamo al Conte di Montecristo
Il riferimento ad Alexandre Dumas è dichiarato. Come nel Conte di Montecristo, anche qui una falsità genera un’ingiustizia e l’ingiustizia diventa l’origine di un percorso di riscatto.
Ma Milazzo porta questa dinamica nella Roma contemporanea, scegliendo come scenario una realtà spesso invisibile: quella dei senzatetto, delle persone che vivono ai margini e dei volontari che ogni giorno cercano di creare un legame tra mondi differenti.
Ponte Sisto diventa così qualcosa di più di un luogo. È il punto d’incontro tra due città: quella frenetica, orientata al profitto e al desiderio, e quella più lenta, nella quale le relazioni e le necessità quotidiane assumono un valore diverso.
Maurizio Milazzo: dalla tecnologia alla scrittura, passando per il sociale
Nato a Roma nel 1968, Maurizio Milazzo lavora nell’ambito dell’Information Technology dal 1987. Dopo il diploma di Perito Industriale con specializzazione in Informatica, ha maturato esperienze professionali anche nel settore ricettivo e nell’industria chimica.
È stato tra i soci fondatori di Digimpresa S.r.l., società di ricerca e sviluppo nel campo dell’identificazione tramite Radiofrequenza, e oggi lavora presso Sogei S.p.A., occupandosi di Sistemi di Pagamento della Pubblica Amministrazione.
Accanto alla professione porta avanti da anni il suo impegno nel sociale. Dal 2006 è presidente dell’Associazione Promoit ETS, attraverso la quale sostiene progetti di solidarietà in India e sul territorio. Fa inoltre parte del Presidio Territoriale Caritas di Roma Sud e del Nucleo Protezione Civile dell’Associazione Nazionale Carabinieri “Roma 1”.
La scrittura è un’altra parte importante del suo percorso. Dal 2009 pubblica racconti e romanzi. Tra i suoi lavori figurano La pietra di Cesare, Strada Facendo, Il mistero di Thola, Palla avvelenata, scritto con Alessandro Staiti, Il Conte di Ponte Sisto e Il morso della farfalla.
A novembre è prevista l’uscita del terzo romanzo della saga degli “Amici del Conte di Ponte Sisto”, dedicato questa volta al tema dell’autismo.

Sotto ponte Sisto, tra ingiustizia e riscatto: incontro con Maurizio Milazzo
Come è nata l’idea di scrivere “Il conte di ponte Sisto”?
L’ispirazione per scrivere “Il conte di Ponte Sisto” è nata dall’amore per la città di Roma e dalla mia passione di raccontare delle storie che ho vissuto; storie che si intrecciano tra passato e presente. Desideravo dare al lettore un’immagine viva e coinvolgente di Roma, con tutte le sue contraddizioni e le sue meraviglie, come il suggestivo ponte Sisto.
Da dove è partita la storia di Fabio e Mariano e quando hai capito che quei due personaggi avrebbero potuto diventare i protagonisti del romanzo?
La storia di Fabio e Mariano è nata dall’osservazione delle dinamiche umane e delle contraddizioni che si celano dietro le apparenze. Ho raccontato due personaggi provenienti da contesti sociali, culturali e familiari diversi, ma con un legame profondo che poi avrebbe potuto portare a un confronto interessante, fino a scoprire che ognuno fosse il completamento dell’altro. Ho capito che questi personaggi avevano il potenziale di guidare il lettore attraverso il cuore del romanzo quando ho iniziato a sviluppare le loro personalità e le loro dinamiche, percependo che il loro percorso avrebbe potuto svelare temi universali come l’identità, il passato e, soprattutto, le scelte che ci definiscono.
Nel romanzo racconti una Roma fatta di due mondi che si incontrano sotto ponte Sisto: quella frenetica di chi corre verso nuovi obiettivi e quella degli invisibili, dove anche una relazione può diventare una forma di ricchezza. Quanto della tua Roma c’è in queste pagine e cosa ti ha spinto a raccontare proprio questo lato della città?
La Roma che ho descritto nel mio romanzo è un riflesso di una realtà che conosco molto da vicino, quella città che pulsa tra il frastuono delle ambizioni delle persone che vivono sopra il ponte e il silenzio degli invisibili che vivono sotto il ponte. In queste pagine ho voluto catturare due anime di una stessa città: da un lato, quella frenetica, sempre in corsa verso i propri obiettivi, e dall’altro, quella degli invisibili, che spesso passano inosservati ma che conservano una ricchezza profonda nei legami umani e nelle relazioni autentiche.
La mia Roma è quella degli uffici in cui si lavora a ritmi forsennati, ma è anche quella dell’ascolto di una persona disperata o quella dei punti di accoglienza di via Marsala, come la mensa Caritas o Binario 95, dove il tempo è fermo per le persone che vi sono ospitate, in attesa che il loro tempo finalmente riparta. Ciò che mi ha spinto a raccontare questo lato di Roma è stata la necessità di mostrare come la vera ricchezza possa risiedere nelle connessioni umane, anche quelle più umili e silenziose. Il lavoro frenetico mi permette di campare, ma il calore delle relazioni umane di via Marsala, mi permette di vivere. Roma, con la sua storia millenaria e il suo spirito vibrante, è il palcoscenico perfetto per esplorare queste contraddizioni e queste complementarità”.
Fabio e Mariano sono molto diversi, ma finiscono per riconoscersi attraverso una perdita e costruiscono un’amicizia capace di cambiare le loro vite. Che cosa volevi raccontare, attraverso il loro rapporto, sul valore dell’amicizia e delle relazioni umane?
Attraverso il loro rapporto, desideravo mostrare che l’amicizia non nasce da similitudini, ma dalla capacità di riconoscersi e di trovare un senso di solidarietà nei momenti di difficoltà. La perdita, in questo caso, é un catalizzatore, li predispone a una comprensione più profonda di sé stessi e dell’altro. La loro amicizia diventa così un esempio di come le relazioni umane possano essere una fonte di rinascita, di speranza e di cambiamento, dimostrando che nelle diversità, c’è quel fertilizzante capace di arricchire le nostre vite e di rendere più umana la nostra esistenza.
Il romanzo affronta temi come la falsità, l’ingiustizia, il carcere e la marginalità. Il tuo impegno nel sociale ti porta da anni a confrontarti con persone e situazioni molto diverse. Quanto questa esperienza è entrata nella tua scrittura e, in particolare, nella storia del Conte?
Le mie esperienze personali e quelle che ho maturato nel corso dei venti anni di volontariato con la mia Associazione Promoit Ets, quelli come volontario della Caritas diocesana e finanche quelli di volontario di protezione civile, nelle quali mi sono confrontato con persone e situazioni di marginalità e ingiustizia, sono state una fonte imprescindibile di ispirazione e di profondità per la mia scrittura. La realtà sociale, con le sue sfumature di falsità, dolore e ingiustizia, si riflette inevitabilmente nelle pagine del mio romanzo, soprattutto nella figura del Conte e nel suo percorso.
Il carcere, la marginalità, le ingiustizie che ho avuto modo di osservare e, talvolta, vivere anche direttamente, sono diventati elementi vitali per dare autenticità e sensibilità alla narrazione. La mia volontà è sempre stata quella di raccontare storie che possano aprire uno squarcio sulla realtà, suscitando riflessioni e, forse, anche un po’ di empatia verso chi vive ai margini della società. E il personaggio del Conte incarna molte delle contraddizioni e delle sfide che affrontano sia le persone invisibili, spesso fraintese, ma anche le persone che vivono al di sopra del ponte, certe situazioni e certi sentimenti sono universali, ed è per questo che ho rilevato che questo personaggio è il più amato dai miei lettori.
Scrivi da molti anni. C’è un episodio curioso, emozionante o magari anche divertente legato alla scrittura di Il conte di ponte Sisto o alla tua esperienza di scrittore che ricordi con particolare affetto e che ti piacerebbe raccontare ai lettori di AlimentaLaMente?
Certamente, ci sono diversi momenti che porto nel cuore durante il mio percorso di scrittura, relativamente a il conte di ponte Sisto, la telefonata ricevuta da Luca Leone, il direttore editoriale di Infinito Edizioni, la mia casa editrice a partire proprio da questo romanzo.
Mi disse che quando aveva ricevuto il manoscritto, appena letto il titolo lo stava per cestinare, pensando a una parodia del capolavoro dumasiano; poi, per professionalità, prima di cestinarlo, ha letto la sinossi e a quel punto ha compreso che si trattava di tutt’altra cosa e una volta letto gli è piaciuto poiché ha visto una Roma che non conosceva. Poi ce n’è un altro che racconto sempre durante le mie presentazioni a proposito di quanto ci sia di reale nei romanzi. Nel romanzo “La pietra di Cesare” narrai due storie, una fantastica, in cui c’è un personaggio che viaggia nel tempo e una tratta da un’esperienza personale, un editore scartò questo romanzo dicendomi che aveva molto apprezzato la parte relativa al personaggio che viaggiava nel tempo, poiché molto ben costruita e argomentata, ma la storia invece che si svolgeva nel tempo attuale era inverosimile, non sarebbe mai potuta accadere nella realtà. Invece, ispirandomi a un’esperienza personale, naturalmente romanzata, raccontai una storia così come era andata. Da allora ho imparato a modificare la realtà rendendola verosimile.
A novembre arriverà il terzo romanzo della saga degli “Amici di ponte Sisto”, dedicato al tema dell’autismo. Cosa puoi anticiparci di questa nuova storia e, guardando oltre questo prossimo libro, quali sono i progetti che stai coltivando per il futuro?
“Il conte di ponte Sisto” ha volto uno sguardo verso gli invisibili, “Il morso della Farfalla” ha affrontato il tema della violenza sulle donne, il terzo romanzo della saga degli ‘Amici di Ponte Sisto’ si concentra sul tema dell’autismo. Attraverso questa storia, voglio offrire una prospettiva diversa, fatta di attenzione e di comprensione. Ho voluto utilizzare un racconto, anche esso ispirato ad esperienze personali, per invitare a riflettere sulla diversità, sull’accettazione e sulla forza che può nascere dall’incontro con l’altro. Rispetto ai due romanzi precedenti, sono tornato al mio vecchio amore per la storia (vedi il romanzo “La pietra di Cesare”), intrecciando il cammino di tre ragazzi autistici insieme ai loro accompagnatori, da Lisbona a Fatima, con una storia del passato che nasce nel 1577 con l’incendio del palazzo del Doge e arriva, grazie alla forza narrativa del romanzo, fino ai giorni nostri.
Guardando oltre, sto già lavorando a nuovi progetti che spaziano tra narrativa e saggistica, sempre con l’obiettivo di affrontare temi umani e sociali con empatia e profondità.
Mi auguro di riuscire a continuare a scrivere storie che possano toccare il cuore dei lettori, promuovendo un senso di comunità e di consapevolezza, non è facile con un lavoro a tempo pieno, un’intensa attività di volontariato e una bella e numerosa famiglia alla quale non si può e non si deve togliere altro tempo, ma quando si ha uno scopo e il supporto dei proprio cari e dei propri amici, il tempo si trova. La scrittura, per me, resta uno strumento potente provare a far cambiare la prospettiva, offrendo uno sguardo diverso del mondo.
Grazie per il vostro interesse e per queste domande, insolite e profonde per rispondere alle quali ho lavorato su me stesso acquisendo una maggiore consapevolezza e responsabilità della mia scrittura.
Perché leggere Il conte di ponte Sisto
Leggere Il Conte di Ponte Sisto significa entrare in una Roma che spesso attraversiamo senza fermarci a guardare.
È una storia di falsità e ingiustizia, ma anche di amicizia, solidarietà e possibilità di ricominciare. Attraverso Fabio e Mariano, Maurizio Milazzo porta il lettore in una realtà nella quale le persone possono perdere tutto, ma anche incontrare qualcuno capace di aiutarle a ritrovare una direzione.
Sotto ponte Sisto, così, non si incontrano soltanto due personaggi: si incontrano due modi diversi di vivere e guardare la città.