Nel 1973, architetto e scultore ungherese, Ernő Rubik inventò il celebre cubo di Rubik o cubo magico (Rubik-kocka in ungherese). Il rompicapo più famoso di sempre, uno dei giocattoli più diffusi al mondo, da buon cubo ha sei facce colorate da rendere omogenee. Per completarlo ci sono 43 quintilioni di possibilità.

Il bello di questo gioco, è che oltre a non conoscere genere, religione e cultura, non ha bisogno di manuali per l’uso, lo scopo del gioco lo capisci da subito, non a caso a distanza di 50 anni, continua ancora ad appassionare milioni di giocatori in tutto il Mondo.

Come spiega il suo inventore, il 79enne Ernő Rubik: «Non ha bisogno di batterie, va contro tutto quello che caratterizza il 2023 digitale». Sempre, E. Rubik, afferma: «C’è dentro tutto: semplicità, complessità, la struttura che cambia rimanendo in realtà sempre la stessa. Puoi vedere la complessità solo quando riesci a vedere il tutto, non soltanto la parte». Giorno dopo giorno, tentativo dopo tentativo: il geniale Rubik, ha ammesso di averci impiegato un mese prima di arrivare alla soluzione.

Il cubo di Rubik e la Sociologia, hanno qualcosa in comune: la semplicità e la complessità. Ci dicono che il modo migliore per risolvere i problemi, è pensare. Noi umani siamo molti bravi a creare problemi e poco bravi a risolverli.

La parola complessità, in quest’ultimi tempi caratterizzati da numerose turbolenze sociali, è molto abusata.

C’è chi decide di chiudere il discorso sul nascere dicendo: “È tutto troppo complesso, quindi non ne parliamo più”. C’è un certo modo di fare Sociologia, legato a vecchi paradigmi, che utilizza queste modalità per zittire il collega, per dimostrare la sua superiorità, o peggio per non aprirsi al confronto.

Eppure, mai come in questo momento storico, avremmo bisogno di cooperare, studiare insieme, conoscere da più angolature l’argomento. Sarebbe necessario, utilizzare il termine complessità per disvelare il superficiale, il banale, non per nasconderci dietro le nostre ignoranze.

Usiamo quindi l’idea di complessità, così come ha suggerito, la filosofa Gancitano: “Non per zittire gli altri o liquidare le opinioni che non aderiscono perfettamente alla nostra, né come foglia di fico per evitare la fatica del ragionamento. Usiamola, piuttosto, per rinnovare il nostro interesse comune a occuparci delle questioni centrali per l’umanità”.

Analogamente al Cubo di Rubik, il sapere sociologico, richiede tentativi ed errori per essere risolto.

Ogni faccia del cubo, equivale ad una sfida, un tassello da inserire per comprendere questo Mondo così dannatamente complesso, in cui solo chi gioca vince. 

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Francesco Sassano

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