“Il Dio che hai scelto per me” di Martina Pucciarelli: una storia intima dove la sofferenza incontra il coraggio del cambiamento
Il libro di Martina Pucciarelli, “Il Dio che ha scelto per me”, offre uno sguardo profondo e toccante sulla vita della giovane Alessandra cresciuta in una famiglia di Testimoni di Geova, evidenziando le esperienze di abusi, privazioni e violenze. Questa narrazione personale si inserisce in un contesto sociologico più ampio, quello delle sette e dei gruppi religiosi chiusi, che meritano un’analisi dettagliata.
Il fenomeno delle sette è complesso e radicato nella psicologia sociale. Le sette, come quella descritta nel romanzo, si caratterizzano per una forte separatezza dal mondo esterno, creando una realtà parallela che rinforza la coesione interna tra i membri. La figura del leader, spesso carismatico, che esercita un dominio che si basa su un potere relazionale, alimentato dalla convinzione di essere i custodi di una verità esclusiva. Questo isolamento dalla società circostante contribuisce a una mentalità di appartenenza, dove il mondo esterno è percepito come una minaccia e il legame con la comunità diventa essenziale per la sopravvivenza psicologica degli aderenti.
L’analisi sociologica delle sette suggerisce che l’ostracismo e l’isolamento siano strumenti di controllo utilizzati per mantenere l’ordine interno e prevenire le fughe. Le conseguenze di tali dinamiche sui membri sono devastanti, come testimonia l’esperienza di Pucciarelli, che riflette la “sindrome da trauma post-setta”, una realtà complessa da affrontare per chi cerca di ricostruire la propria vita al di fuori di tali contesti.
In questo senso, “Il Dio che ha scelto per me” non è solo una storia di sofferenza, ma anche un’importante riflessione sulle strutture di potere e sul recupero personale. L’opera invita a considerare il percorso di uscita da Testimoni di Geova, da parte della protagonista del racconto non solo come un atto di liberazione ma come una sfida personale che coinvolge la mente e il cuore, evidenziando la necessità di supporto psicologico e comprensione in questo delicato processo di reintegrazione nella società.
Intervista a Martina Pucciarelli: “Il Dio che hai scelto per me”
Benvenuta Martina, ti ringrazio per aver accettato il mio invito. In sociologia la stigmatizzazione è il fenomeno sociale che attribuisce una connotazione negativa a un membro di un gruppo tanto da declassarlo inferiore, quando hai scelto di uscire dai Testimoni di Geova, hai vissuto sulla tua pelle questa triste esperienza: la tua dissociazione è stato il tuo stigma. Partiamo, da qui. La storia di Alessandra è in parte la tua storia?
Sì, buona parte della storia di Alessandra coincide con la mia, anche se ho rivisitato i miei ricordi aggiungendo degli elementi di finzione nella narrazione.
Com’è stato nascere e crescere all’interno di un gruppo chiuso senza contatti con l’esterno?
Più che di contatti parlerei di legami e relazioni. È stato alienante, a tratti schizofrenico, dividersi tra un mondo e l’atro cercando di farli coesistere. A lungo mi sono sentita il cuore dilaniato, sempre combattuta tra i miei bisogni e desideri e la lunga lista di ciò che non era consentito.
Nella tua esperienza, quali sono le emozioni più comuni legate alla logica dell’abbandono che hai vissuto e come queste hanno influenzato il tuo percorso di recupero?
Non mi sentivo meritevole di vero amore, di qualcuno che mi accettasse semplicemente com’ero. Così è capitato di legarmi a persone rifiutanti. Spesso mi chiedevo: se nemmeno i miei genitori mi vogliono, se come una cartaccia mi hanno buttata in un cestino, chi mai potrà volermi?
Nel tuo romanzo descrivi alla perfezione le logiche interne ai Testimoni di Geova: esclusività, lealtà, manipolazioni e violenze. Alessandra ha vissuto in un vero e proprio inferno. Come se ne esce?
Un infermo emotivo. Se ne esce solo se si intravede l’esistenza di un’altra verità, di un’altra possibilità, e se si riesce ad accettare di mettere in discussione il sistema di credenze che ti àncora là dentro. È utile avere un aggancio esterno per superare la paura di rimanere soli. Mi rendo conto che questo non è semplice, specie se i legami affettivi più importanti sono all’interno della comunità. Uscire è molto difficile ma non impossibile.
C’è un estratto del romanzo che mi ha particolarmente colpito e mi riferisco alla riflessione di Alessandra, quando afferma: “Non so amare diversamente… Io che sono cresciuta nel concetto del tutto assoluto: il bene, il male, la Verità, il Dio scelto per me”. Quali sono stati i principali fattori che hanno influenzato la tua identità durante la tua crescita all’interno dei Testimoni di Geova e come hanno condizionato il tuo modo di amare?
Sono cresciuta nel mito della bontà: dovevo essere buona, ubbidiente, laboriosa. Ero la prima a non concedere a me stessa la possibilità di esprimere rabbia e dissenso. Nel concetto del tutto assoluto in cui mi sono formata, rientrano termini come lealtà e integrità, ma mai verso sé stessi. Questa totale dedizione verso l’altro, fatta soprattutto di compiacenza e autoannullamento, l’ho trasportata erroneamente da Geova al partner. Ci ho messo anni per capire che un amore sano non coincide con la fusione con l’altro e che è in grado di rispettare la diversità e la libertà dell’altro, così come ho impiegato diverso tempo prima di dare valore a me stessa non accettando più comportamenti svalutanti nei miei confronti.
Siamo giunti alla conclusione della nostra intervista. Oltre a ringraziarti per la tua partecipazione, colgo l’occasione per chiederti: quali forme di supporto ritieni siano più efficaci per chi desidera ricostruire la propria vita dopo aver vissuto in una setta, e che consigli daresti a chi sta affrontando questo percorso?
Di avvalersi della psicoterapia: non è semplice decostruire tutto quello in cui si è creduto fino a quel momento e poi ricostruirsi un’identità. È un supporto davvero valido e prezioso. Credo anche sia importante rivalutare il concetto di abbandono e ricordare che siamo stati noi, in fondo, a lasciare: è una scelta di rispetto e amore verso noi stessi e non dobbiamo sentircene in colpa. Il senso di vuoto e solitudine non dureranno per sempre, per quanto sia inevitabile sentire il peso di certe assenze anche dopo tempo. Infine, mi sento di consigliare di avere curiosità verso questo mondo da cui ci hanno sempre tenuto lontani: per quanto sia disorientante muovervi i primi passi e per quanto questo possa generare senso di inadeguatezza, vivere la propria vita liberamente è impagabile e si può riuscire a vivere una vita piena e soddisfacente anche lontano da Geova.
