Il falso mito della fiducia in se stessi

Sempre più, spesso mental coach, psicologi e altre categorie di esperti vicini al settore della Crescita Personale, provano a mostrare come la fiducia in se stessi, sia il motore del progresso personale e sociale.

La fiducia diventa alla pari di un prodotto da acquistare al supermercato. Ci sono corsi, seminari e video. Tutti, concordano su un punto: se vuoi venderti meglio, se vuoi sopravvivere all’interno di questa società liquida ed instabile, devi acquisire più padronanza delle tue capacità.

Ciò che mi spaventa di più, è indicazione dominante, di controllare il nostro Sé, di eliminare i nostri pensieri tossici. Il nostro cervello non è uno smartphone o pc, dove basta un semplice click per eliminare la memoria piena. Non possiamo con un semplice reset, telecomandare i nostri ricordi nel cestino.

Mi sono stancato di ascoltare frasi del tipo: «Devi riconoscere che sei il solo responsabile della tua vita, che hai vissuto»

Questo significa, dire che tutti possiamo vivere la vita che vogliamo, ovunque ci troviamo, e che il nostro stato di salute, la nostra situazione economica, professionale e amorosa dipendono soltanto da noi. Per dirla, in altre parole, se hai fallito la colpa è soltanto tua.

Pensare che la vita di una persona, dipenda solo dalle sue capacità è alquanto riduttivo. Significa non tenere in considerazione, tutti gli altri elementi: famiglia, salute, istruzione, fortuna, relazioni.

Questo stato di cose, finisce per dividerci sempre di più. Da una parte troviamo la stragrande maggioranza di coloro che si sentono colpevoli e sofferenti per non essere riusciti ad essere padroni del proprio destino. Insicuri e paurosi, vivono un’esistenza guardinga. Di contro, ci sono quei pochi, che associano il successo personale esclusivamente alla loro forza di volontà. Il delirio di onnipotenza può essere letale. Ci allontana dagli altri, perché ci convince del fatto, che, se c’è l’ho fatta io, potevano farcela anche gli altri. E se non ci sono riusciti, è colpa loro. È come dire, se sei povero, te lo sei meritato, non è colpa mia. Di conseguenza, non sei degno di alcun aiuto.

È la stessa logica di chi ha deciso di cancellare il reddito di cittadinanza, di chi definisce bamboccioni le nuove generazioni, di chi ancora canta: “chi non lavora, non fa l’amore”.

Questi due mondi, non si conoscono, e si evitano. Tutto ciò non crea alcun legame sociale. Anzi, finisce per generare indifferenza e paura nell’Altro.

La filosofa, Michela Marzano, nel suo libro “Cosa fare delle nostre ferite?” descrive, lo stato angoscioso dei nostri tempi, con queste parole: «La paura in fondo è irrazionale e spesso contagiosa. E a forza di mettere in campo tutti gli accorgimenti immaginabili per allontanare il pericolo, si assiste al rilancio, alla spirale dell’angoscia e allo sgretolamento di qualunque forma di solidarietà. Ci ritroviamo soli. Non possiamo più fare affidamento sugli altri. E vivere insieme sembra non essere più possibile».

Non a caso tutti abbiamo paura dell’imprevedibilità e delle turbolenze sociali tipiche di una società liquida, che ha deciso di vivere secondo una logica del controllo, amplificata dalle nuove tecnologie, che aumentano le possibilità di controllare compulsivamente inaspettato. Nel vano tentativo di neutralizzare ogni cosa che percepiamo pericolosa. Un simile atteggiamento comporta una paura contagiosa dell’Altro. Ci chiudiamo nel nostro eremo, fatto di solitudine e di sfiducia per gli altri. Cercando disperatamente di aumentare la nostra fiducia, attraverso beni materiali, o adeguandoci agli standard preordinati per sentirci più indipendenti.

Ci illudiamo che la padronanza di sé, sia un fattore determinante per fare a meno degli altri. Ma più Uomo si allontana dall’altro Uomo, più diventa pauroso ed insensibile. Ecco perché siamo così vulnerabili, anche se tutti pensano il contrario.

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Francesco Sassano

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