La parola più utilizzata in questi giorni, è il termine patriarcato. Procediamo con ordine.

Da un punto di vista tecnico, non vi è dubbio, “siamo figli del patriarcato” abbiamo vissuto per centinaia di secoli, all’interno di una società patriarcale.

Che cosa s’intende per società patriarcale? Noi sociologi, definiamo il patriarcato un sistema sociale in cui gli uomini detengono in via primaria il potere e predominano nei ruoli di potere politico, autorità morale, privilegio sociale e controllo della proprietà privata. In ambito familiare, il padre o la figura paterna esercita il proprio autoritarismo su donne e i figli.

La domanda più ricorrente: Viviamo all’interno di una società patriarcale? La risposta, è no! Piuttosto sarebbe il caso di indagare sulla crisi del patriarcato, e, su cosa ci ha lasciato in eredità. La famiglia tradizionale, è diventata sempre più liquida. Per intenderci, l’attuale società italiana, per fortunta, è ben lontana da quella descritta dal film “C’era ancora domani” magistralmente diretto ed interpretato da Paola Cortellesi.  Possiamo dire che il patriarcato, ha trovato altre vie di contagio, il suo virus si è propagato ma non ha le stesse caratteristiche genetiche del passato.

Mi spiego, meglio, il contagio generazionale, non avviene più da padre in figlio. Non vi è più un trasferimento verticale o ereditario. Piuttosto il virus, intriso di maschilismo ha una trasmissione orizzontale, all’interno del gruppo di pari, ed è veicolato dai nuovi media, trasmesso in tv e sui smartphone dei nostri figli, e rivive nel linguaggio, negli stereotipi di genere nelle azioni violente e tragiche di questi giorni.

La legge dei padri che definiva il patriarcato classico, è andato in crisi è morto. Il padre padrone è morto ma non sono completamente morti gli stereotipi di genere. Solo se si riconosce il substrato maschilista che impregna la nostra società, senza utilizzare categorie di pensiero vintage, forse riusciremo a scardinare violenze fisiche e psicologiche, stupri e femminicidi.

Come si vince questa battaglia? Si vince con la buona scuola, con uso responsabile del digitale, con quel che resta della famiglia tradizionale e non ostacolando l’emerge della famiglia plurale. Il percorso è difficile e complesso, ma se non si parte con il resettare la cultura consumistica, negando lo spirito del tempo che vede l’Altro come un oggetto funzionale allo scopo difficilmente usciremo da questa spirale di violenza.

Consumismo affettivo e la logica del controllo

La possessività, la gelosia eccessiva, rappresentano il vero male. Quando non c’è empatia, è facile cedere in dinamiche di controllo e di consumismo affettivo. L’errore, è pensare di possedere l’Altro. Non sappiamo gestire il cambiamento. Siamo abituati a pensare l’Altro secondo logiche di possesso. Quando ci accorgiamo che non è più nostro, ci deprimiamo, alziamo la voce, riusciamo a dare il peggio di noi stessi.  Questo atteggiamento, tante volte è tollerato, da frasi del tipo:”Hai fatto bene!”- “Merita una lezione!”- “Distruggilo, infangalo, sputtanalo con amici e parenti!”

La logica del “se non ti possiedo, ti tolgo tutto” è quella meno analizzata e discussa, ma sarebbe ora di rimetterla al centro del dibattito. Il dividi et impera, genera un clima di uomini vs donne. Mi chiedo: “Tutto questo: dove ci conduce?” Da nessuna parte. Educhiamo prima i genitori e poi pensiamo anche ai loro figli.

Senza dimenticare quanto detto dalla scrittrice Susanna Tamaro: “L’educazione dovrebbe venire dalla famiglia e dall’ambiente sociale intorno al ragazzo. Ma in un mondo che ha annullato qualsiasi valore, qualsiasi sforzo, qualsiasi senso del limite, è impossibile pensare che i ragazzi crescano in maniera sana”.

Il compito dei genitori, non dovrebbe essere quello di vigilare poliziescamente i propri figli, controllare i profili social, inserire il gps sul telefonino del figlio, verificare le spunte blu su WhatsApp per capire se ha letto o meno il messaggio. Non ha tanto senso passare dalla logica del controllo a quella della criminalizzazione dei maschi, come se tutti i maschi fossero potenzialmente pericolosi. Così facendo non facciamo altro che creare nuove paure. Piuttosto, educhiamo i nostri figli all’amore verso l’Altro, dove l’affettività non fa paura, dove la cura e l’attenzione per l’Altro trovano espressione anche nei confronti del femminile, boicottando stereotipi e linguaggi offensivi. Il rispetto nei confronti dell’Universo Femminile si costruisce con i fatti.

State certi, lì dove avremo la forza di costruire, radicare e riprodurre modelli sociali in cui il  ricorso all’utilizzo sistematico, dell’insulto, della violenza potranno in massima parte essere controllabili e ricanalizzati non ci sarà più un uomo che odia le donne e viceversa.

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Francesco Sassano

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