“Il silenzio che non mi appartiene”: il dolore invisibile dell’anoressia raccontato da Alessia Carsughi e Cristina Bruni

 

 

Come si arriva all’anoressia?

 

È una domanda che la società continua a porsi cercando spesso risposte semplici a processi che semplici non sono.

 

Come si arriva all’anoressia? Attraverso un’ossessione per il corpo? Attraverso il desiderio di magrezza? Attraverso i modelli estetici imposti dai social?

 

A volte sì. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui.

 

Dietro un disturbo alimentare esiste quasi sempre una storia emotiva complessa, un intreccio di traumi, lutti, assenze, bisogno di controllo, fragilità relazionali e dolore non elaborato. Ogni anoressia ha un’origine diversa, una grammatica emotiva personale, un linguaggio interno che il corpo, a un certo punto, inizia a parlare al posto delle parole.

 

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce “Il silenzio che non mi appartiene”, il libro scritto a quattro mani da Alessia Carsughi e Cristina Bruni, due psicologhe e psicoterapeute specializzate nella cura dei disturbi alimentari.

 

Un’opera intensa e necessaria che non racconta soltanto l’anoressia, ma prova a entrare nel suo nucleo più profondo: il trauma.

 

Alessia Carsughi: il trauma, il silenzio e il bisogno di controllo

La storia di Alessia inizia nell’infanzia. Un’infanzia inizialmente felice, improvvisamente spezzata dalla morte del padre. Un lutto devastante che interrompe ogni percezione di stabilità e protezione.

Ma il dolore non si ferma lì.

Quando è ancora bambina, Alessia subisce una violazione del proprio corpo. Un abuso che frantuma ogni base sicura, alterando il rapporto con sé stessa, con gli altri e con il proprio sentire emotivo.

Da quel momento emerge un pensiero destinato a diventare centrale nella costruzione del disturbo:

“Ce la devo fare da sola.”

Una convinzione che, come sottolinea Cristina Bruni nel libro, può trasformarsi nel principio cardine dell’onnipotenza anoressica: il bisogno assoluto di controllo su sé stessi e sugli altri, anche a costo della propria vita.

L’anoressia, in questa prospettiva, non appare più soltanto come rifiuto del cibo, ma come illusione di autosufficienza totale. Controllare il corpo diventa il tentativo disperato di controllare il dolore.

 

Disturbi alimentari e trauma: quando il corpo diventa colpa

Uno degli aspetti più profondi affrontati nel libro riguarda il legame tra trauma, vergogna e percezione corporea.

 

La mancata elaborazione del lutto del padre e  “il segreto di Alessia” generano una frattura identitaria silenziosa. Come accade in molte vittime di abuso o molestie, il corpo smette di essere percepito come luogo sicuro e può trasformarsi in qualcosa da punire, annullare o controllare.

 

In alcuni casi il dolore prende la forma del vomito autoindotto, dell’autolesionismo alimentare, della fame come anestesia emotiva.

 

Il corpo diventa il contenitore di una colpa che non appartiene realmente alla vittima, ma che la vittima finisce per interiorizzare.

 

Ed è qui che il libro di Alessia Carsughi riesce a colpire con estrema lucidità.

 

Scrive Alessia:

“Cominciai a vedermi distorta. Non solo nello specchio, ma anche negli occhi degli altri. Persino nei miei. Una parte di me iniziava a convincersi che quella visione fosse reale.”

Una frase potentissima, che racconta perfettamente il cuore psicologico dei disturbi alimentari: la distorsione non riguarda soltanto il corpo fisico, ma l’intera identità personale.

 

“Io avevo imparato a non chiedere aiuto”

Uno dei passaggi più dolorosi del libro riguarda l’incapacità di fidarsi degli altri.

 

Chi vive un trauma infantile spesso sviluppa la convinzione che chiedere aiuto sia inutile o addirittura pericoloso. L’autonomia assoluta diventa una strategia di sopravvivenza.

 

Scrive Alessia:

“Io, invece, avevo imparato a non chiedere aiuto, a sopravvivere nel controllo.”

È forse una delle frasi più importanti dell’intero testo.

 

Perché descrive perfettamente uno dei meccanismi più frequenti nei disturbi alimentari: l’isolamento emotivo.

 

L’anoressia tende infatti a costruire una falsa percezione di forza. In realtà, dietro il controllo esasperato, esiste spesso una fragilità profondissima e un disperato bisogno di protezione.

 

Ed è proprio qui che il libro assume anche una funzione terapeutica e sociale: ricordare quanto sia fondamentale chiedere aiuto.

 

La cura non può avvenire nella solitudine.

 

La rinascita: terapia, relazioni e riconquista del sentire

Ma “Il silenzio che non mi appartiene” non è soltanto il racconto del dolore.

 

È anche il racconto della rinascita.

 

Gli studi di psicologia, il percorso terapeutico, gli incontri autentici, le relazioni sane e l’amore delle persone vicine permettono ad Alessia di uscire progressivamente dal proprio incubo.

 

Tra questi incontri significativi emerge anche quello con il suo attuale marito, figura importante nel percorso di ricostruzione emotiva e relazionale.

 

La guarigione, nel libro, non viene mai raccontata come miracolo improvviso, ma come processo lento, complesso e profondamente umano.

 

Ed è proprio nel finale che Alessia consegna forse una delle riflessioni più belle dell’intera opera:

“In un mondo che ci educa al controllo, all’etichetta, alla razionalità, io ho scoperto che il sentire, puro, istintivo, spesso impetuoso, è la mia autentica bussola.”

Una frase che ribalta completamente la logica anoressica.

 

Dove prima esisteva il controllo, ora esiste il sentire.

 

Dove esisteva il silenzio, ora esiste la voce.

 

Un libro importante nel panorama dei racconti sui disturbi alimentari

Per intensità emotiva e valore testimoniale, “Il silenzio che non mi appartiene” si inserisce nel solco di testi autobiografici che hanno affrontato il tema dell’anoressia e del trauma psicologico attraverso la scrittura come forma di cura e ricostruzione della propria identità.

 

Tra i riferimenti più significativi emerge “Wasted” di Marya Hornbacher, memoir considerato uno dei racconti più incisivi sui disturbi alimentari, dove l’anoressia viene descritta non soltanto come rapporto patologico con il cibo, ma come tentativo estremo di controllo sul dolore emotivo e sulla propria esistenza.

 

Un altro richiamo possibile è “Unbearable Lightness” di Portia de Rossi, testimonianza autobiografica che esplora il legame tra immagine corporea, perfezionismo, trauma interiore e bisogno di approvazione all’interno di una società ossessionata dalla performance e dall’apparenza.

 

Ma ciò che rende “Il silenzio che non mi appartiene” particolarmente autentico è la sua struttura a quattro mani: la voce di chi il dolore lo ha vissuto direttamente si intreccia allo sguardo clinico di una psicoterapeuta, creando una narrazione che non si limita a raccontare la sofferenza, ma prova davvero a comprenderla.

 

 

“Il silenzio che non mi appartiene”: dialogo con Alessia Carsughi e Cristina Bruni tra trauma, anoressia e rinascita

 

Due psicoterapeute, due prospettive, un libro che rompe il silenzio

Alessia Carsughi e Cristina Bruni sono psicologhe, psicoterapeute e autrici del libro “Il silenzio che non mi appartiene”, un’opera che affronta il tema dei disturbi alimentari attraverso l’incontro tra esperienza autobiografica e riflessione clinica.

 

Alessia Carsughi è psicologa, psicoterapeuta e psicologa forense, specializzata in ambito evolutivo e nei disturbi dell’alimentazione. Il suo percorso personale e professionale l’ha portata a occuparsi di attaccamento, trauma e sofferenza emotiva. Dal 2022 lavora in una struttura residenziale per i Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione.

 

Cristina Bruni è psicologa, psicoterapeuta ed esperta in disturbi dell’alimentazione. Ha lavorato in ambito scolastico, forense e residenziale, ricoprendo incarichi clinici e di responsabilità. Oggi svolge attività clinica in una Residenza per disturbi della condotta alimentare e insegna presso la scuola di specializzazione in psicoterapia Training School PTS.

 

Diamo la parola a Alessia Carsughi

 

Alessia, quando hai capito che il controllo stava diventando una forma di sopravvivenza emotiva?

L’ho capito durante la psicoterapia. È stato un percorso di consapevolezza: non solo dei sintomi, ma del significato e della funzione che la sintomatologia aveva nella mia vita.

 

Ho compreso come, in realtà, il controllo — che può riguardare il cibo ma anche assumere molte altre forme — fosse diventato necessario alla sopravvivenza emotiva. Nel mio caso il controllo corporeo, il controllo viscerale, rappresentava uno spostamento necessario, non una reale gestione emotiva: imparare a controllare il corpo attraverso la restrizione, l’iperattività e i mezzi di compenso diventava un modo per attenuare, congelare o espellere i sentimenti, che fossero di rabbia, paura, tristezza o vulnerabilità in generale: la paura di provare emozioni. Persino la felicità. La paura di sentirsi gioiosa…poiché successivamente ci sarebbe stato un dopo, quell’incognita imprevedibile…

 

In alcuni momenti della mia vita, quando non possedevo ancora strumenti sufficienti per riconoscere e attraversare certe emozioni, quel meccanismo ha assunto “paradossalmente” una funzione protettiva…

 

Per esempio, quando avevo paura del giudizio altrui, quando temevo l’invasione o anche l’avvicinarsi emotivo dell’altro, rendere il mio corpo sempre più invisibile, poco percepibile, poco appetibile anche nelle sue forme, è divenuto atto inconsapevole di difesa, in quanto ha mantenuto distante l’altro.

 

E nel vissuto dell’abuso, questa funzione protettiva del sintomo diventa ancora più comprensibile. In quel caso il corpo non è stato soltanto il luogo del sintomo, ma anche il luogo attraverso cui ho cercato di costruire una distanza, un confine, una barriera da ciò che è stato vissuto come invasivo o traumatico.

 

È lì che ho iniziato a decodificare il sintomo, non come qualcosa nato per distruggere, ma con una funzione adattativa, come un linguaggio di sopravvivenza che il corpo ha utilizzato quando le emozioni non riuscivano ancora a trovare parole proprie.

 

Nel libro racconti il trauma, il lutto e la difficoltà di chiedere aiuto: quanto è stato difficile trasformare queste esperienze in parole?

Più che di difficoltà parlerei di complessità. Perché questo lavoro, che oggi ha preso forma concreta nel libro Il silenzio che non mi appartiene, in realtà esisteva dentro di me già da molto anni, credo dall’età di diciannove anni circa.

 

Nel tempo avevo già iniziato, interiormente, un processo di elaborazione e di ricongiunzione di molte parti della mia storia, anche attraverso la psicoterapia e attraverso le relazioni con le persone per me più significative. Per questo, quando è arrivato il momento di scrivere, non l’ho vissuto come qualcosa di forzato o impossibile da verbalizzare. Al contrario, è stato quasi un flusso: come se ciò che per anni aveva cercato una forma trovasse finalmente spazio sulla carta.

 

È stata una narrazione autentica, quasi una tessitura del senso, e in parte anche una chiusura del cerchio rispetto al mio modo di raccontarmi. Anche se, in realtà, credo che non si smetta mai davvero di scrivere la propria storia.

 

Quello che ho compreso è che la nostra narrazione resta sempre in divenire: cambia, si trasforma, si rielabora continuamente insieme al nostro esperire. E forse è proprio questo l’aspetto più umano della scrittura e della vita stessa.

 

Oggi, guardando la bambina che eri, cosa diresti a quella parte di te che credeva di dovercela fare da sola?

In verità, credo che le direi che comprendo bene, come mai avesse sentito di dovercela fare da sola: in quel momento, la “me bambina” non poteva fare altro che provare a cavarsela da sola…

 

L’equazione che si è creata inevitabilmente nella mia mente e nel mio cuore è stata, in qualche modo, l’unica equazione percorribile: la percezione dell’esterno e del contesto non era una percezione di affidabilità; avevo appena subìto un abbandono, che aveva condotto ad un’insufficiente sintonizzazione emotiva con gli altri miei cari, a loro volta assorbiti dal e nel proprio dolore e quindi l’unica persona su cui sentivo di poter contare ero io, come se, attraverso l’esercizio del controllo, potessi avere la sicurezza e la certezza di non abbandonar-mi.

 

Le sussurrerei che, nonostante la perdita, il successivo trauma e il conseguente disagio dell’anima, è riuscita comunque a crescere e diventare una donna sensibile e coraggiosa.

 

Il controllo ha fatto parte della mia storia evolutiva, non come scelta volontaria ma come unico strumento possibile. E credo che comprendere questo sia stato uno dei passaggi più importanti del mio percorso.

 

Per questo oggi, la abbraccio delicatamente e a lungo, così da provare a farla sentire meno sola.

 

Diamo la parola a Cristina Bruni

 

Cristina, quanto incidono trauma, vergogna e senso di colpa nello sviluppo di un disturbo alimentare?

Il trauma, la vergogna e il senso di colpa non sono semplicemente dei “contorni” nei disturbi del comportamento alimentare, ne sono spesso il motore profondo e invisibile. Quando guardiamo a un disturbo alimentare, il cibo, il peso e il corpo sono solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie, quasi sempre, si nasconde un disperato tentativo di “gestire” emozioni intollerabili.

 

Il trauma (come abusi fisici, sessuali o psicologici) o traumi ripetuti (come il bullismo, il rifiuto dei pari o l’invalidazione emotiva in famiglia) altera profondamente la percezione di sé e la regolazione emotiva.  Il disturbo del comportamento alimentare diventa un modo per riprendere un controllo assoluto, seppur illusorio: «Non posso controllare l’ambiente, gli altri, ma posso controllare ogni caloria che entra nel mio corpo». Chi ha subìto un trauma spesso vive il proprio corpo come un luogo insicuro o come il “colpevole” di ciò che è accaduto. Modificare il corpo, punirlo o anestetizzarlo attraverso il digiuno o le abbuffate ha la funzione di distanziarsi da quel dolore fisico ed emotivo.

 

​C’è una differenza fondamentale tra vergogna e il senso di colpa e la vergogna è forse l’emozione centrale nei D. Mentre il senso di colpa dice “Ho fatto qualcosa di male,”, recrimina qualcosa, la vergogna dice “Io sono sbagliat*, io sono difettos*, inadeguat*” (legato all’identità globale della persona).

 

I vissuti di colpa, spesso, hanno la funzione di dare un senso (internalizzante) a quanto accade nella relazione interpersonale, familiare, di eventi che non possono essere controllati (es. il divorzio dei genitori, l’infelicità altrui). Il cibo diventa una moneta di scambio: il digiuno diventa la punizione per essere “una persona cattiva” o un “peso” per gli altri.

 

Nel Binge Eating o nella Bulimia, il senso di colpa esplode subito dopo aver mangiato.

 

Per compensare quel senso di colpa intollerabile, la persona ricorre a condotte di eliminazione (vomito, lassativi) o a restrizioni estreme. Questa privazione, però, aumenta la fame biologica ed emotiva, portando a una nuova abbuffata.

 

Queste due emozioni contribuiscono a creare un circolo vizioso, aumentando l’isolamento ed la sintomatologia connessa al disturbo dell’alimentazione e nutrizione.

 

​Per sopravvivere a questo peso emotivo schiacciante, la persona sposta il problema su qualcosa di concreto e apparentemente risolvibile: il peso, il cibo ed il corpo.

 

Spesso la persona sente di meritare il dolore o la privazione perché si percepisce come intrinsecamente sbagliata.  Si crea una discrepanza tra l’immagine perfetta che si cerca di mostrare all’esterno e il “segreto” (così percepito) che si nasconde dentro.

 

Il disturbo alimentare non è una scelta superficiale dettata dalla vanità, ma un doloroso meccanismo di difesa e di autoregolazione emotiva e regolazione emotiva degli altri nella relazione.

 

Nel lavoro clinico con l’anoressia, quanto è importante aiutare la persona a ricostruire un rapporto emotivo con il proprio corpo?

Nel lavoro clinico con l’anoressia nervosa (ed in generale nel DAN), aiutare la persona a ricostruire un rapporto emotivo con il proprio corpo non è solo importante, è uno dei pilastri fondamentali per un percorso di scoperta e di riappropriazione del proprio benessere a lungo termine.

 

​Nell’anoressia, il corpo viene spesso vissuto non come parte di sé, ma come un “oggetto” esterno da controllare, punire, modificare o anestetizzare per gestire dolori emotivi profondi. Limitarsi a ripristinare il peso corporeo senza toccare questo nucleo espone la persona a un altissimo rischio di ricaduta.

 

 

​Il lavoro sulla riconnessione emotiva e corporea si articola su alcuni aspetti chiave:

 

1.Favorire il riconoscimento dell’alessitimia corporea

​Molte persone che soffrono di anoressia faticano a identificare e verbalizzare le proprie emozioni (alessitimia), e questo si riflette sul corpo. Non sentono la fame, non sentono la sazietà, o interpretano l’ansia come “senso di pienezza o grassezza”. Ricostruire un legame emotivo significa riabituarsi a decodificare i segnali fisici come indicatori di stati d’animo (es. “questo nodo allo stomaco non è grasso, è paura, rabbia…”).

 

2. Favorire lo spostamento dal cibo, perso e corpo all’assegnazione di un valore della persona ed alla ricostruzione del significato dei sintomi nella relazione.

​Il lavoro terapeutico e multidisciplinare con altri professionisti della cura del DAN mira a spostare il focus:

-Corpo come oggetto: Come appare? Quanto pesa?

-​Corpo come soggetto: Cosa mi permette di fare? Come si sente?

 

​3. Abitare la propriocezione e l’interocezione

​Il recupero del peso corporeo (refeeding) è una fase delicatissima in cui il corpo cambia. Se non si accompagna la persona a livello emotivo in questo cambiamento, il nuovo corpo verrà vissuto come un nemico invasore. Tecniche specifiche (psicoterapia, psicoterapia corporea, mindfulness, specchio guidato) aiutano il paziente a “rientrare” gradualmente nella propria pelle, riducendo l’ansia legata ai confini corporei alterati.

 

​La trappola del solo “peso”: se la terapia si concentra solo sul cibo e sui chilogrammi sulla bilancia, il paziente si sentirà guarito nel corpo ma profondamente tradito nella mente. La vera riabilitazione unisce il cucchiaio all’anima.

 

Viviamo in una società ossessionata dal controllo e dalla performance: quanto questo contesto culturale può alimentare i disturbi alimentari nelle nuove generazioni?

 La nostra cultura non si limita più a premiare il successo, ha trasformato la performance, l’efficienza e il controllo in veri e propri doveri morali. Per le nuove generazioni, che crescono immerse in questo flusso costante, il corpo e il cibo diventano spesso l’ultimo terreno rimasto su cui esercitare quel controllo analitico che la società esige.

 

​Il legame tra questo contesto culturale e i disturbi del comportamento alimentare è profondo e si snoda principalmente su tre punti:

​1. Il corpo come “progetto”

​In una società performativa, il corpo non è più solo un mezzo per vivere, ma un biglietto da visita, un prodotto da ottimizzare. Viene applicata al corpo la stessa logica che si usa a scuola o sul lavoro: monitoraggio dei dati, calcolo delle calorie, tracciamento dei passi, scomposizione dei macronutrienti.

Per un adolescente, la pressione a performare (nello studio, nello sport, nell’apparire) può diventare schiacciante. Quando il mondo esterno sembra caotico o impossibile da soddisfare, il cibo diventa l’unica variabile controllabile?Restringere l’alimentazione o plasmare il proprio corpo si trasforma nell’illusione di avere finalmente tutto sotto controllo.

 

​2. La trappola della “iper-individualizzazione”

​La narrazione dominante oggi ci dice: “Se vuoi, puoi. Tutto dipende da te”. Questo apparentemente è un messaggio di emancipazione, ma nasconde un lato oscuro e colpevolizzante. Se le cose vanno male, la colpa è solo tua che non ti sei impegnato abbastanza?

 

Nei disturbi del comportamento alimentare, questa logica viene esasperata. Il digiuno o il controllo ossessivo del peso vengono vissuti come prove di grandissima forza di volontà e autodisciplina.

 

Cedere alla fame o non rientrare in certi standard estetici (spesso camuffati da concetti ambigui come “wellness”) viene percepito come un fallimento personale, un crollo della performance che genera un senso di colpa devastante.

 

​I giovani di oggi non si confrontano più solo con il gruppo dei pari a scuola, ma con una vetrina globale e algoritmica, TikTok, Instagram contribuiscono (nella solitudine digitale) ad amplificare il bisogno di rispecchiamento ed appartenenza.

 

​ Like, visualizzazioni e commenti abituano i ragazzi a misurare il proprio valore attraverso i numeri, lo stesso meccanismo mentale “ossessivo” che poi si applica ai chili sulla bilancia o alle calorie.

 

 I trend legati alla trasformazione fisica continua creano l’idea che il corpo sia qualcosa da correggere costantemente, un cantiere sempre aperto dove non è mai concesso fermarsi e accettarsi.

 

​I disturbi dell’alimentazione e della nutrizione non sono quasi mai un problema che riguarda “solo” il cibo o la vanità; sono patologie complesse che usano il corpo per esprimere una sofferenza emotiva profonda. In questa epoca, sono diventati lo specchio estremo di una società che esige la perfezione e non tollera la vulnerabilità.
È una sfida enorme per genitori, educatori e professionisti della salute: per aiutare le nuove generazioni, restituendo ai ragazz* il diritto di sbagliare, di essere imperfetti e, semplicemente, di essere vulnerabili.

 

​Il ruolo della famiglia deve cambiare di segno: da controllo a connessione.

 

Poter riconoscere e mostrare il proprio limite, abitare la vulnerabilità (il corpo è una difesa contro emozioni che in particolare l’adolescente non sa nominare), “Esserci” (chiedere come stai oltre che cosa hai fatto o dove sei). E allora potrò veramente essere ME.

 

“Il silenzio che non mi appartiene”: un libro che rompe il tabù del dolore

“Il silenzio che non mi appartiene” è un libro che parla di anoressia, ma soprattutto di sopravvivenza emotiva.

 

Parla di ciò che accade quando il dolore non trova spazio nelle parole e allora sceglie il corpo come linguaggio.

 

Parla del trauma, della vergogna, della paura di chiedere aiuto.

 

Ma parla anche della possibilità concreta di rinascere.

 

Perché il messaggio più potente del libro di Alessia Carsughi e Cristina Bruni è forse proprio questo: la guarigione inizia nel momento in cui il silenzio smette di proteggerci e finalmente comincia a parlare.

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