“Il suo nome era Vladimiro” di Flavio Lucibello: un viaggio nella natura e nell’amicizia

Ambientato nei primi anni Novanta, Il suo nome era Vladimiro: alla ricerca del lupo cerviero è un racconto breve ma intenso, in cui Flavio Lucibello intreccia narrazione naturalistica e riflessione sulle relazioni umane. La montagna abruzzese, aspra e incontaminata, non è solo uno sfondo: osserva, accoglie e si matiene distante dalle vicende umane, proprio come il “lupo cerviero” che attraversa silenzioso le pagine del racconto.


Natura, solitudine e amicizia nel racconto di Flavio Lucibello

Il protagonista, Giulio, è un giovane ricercatore precario, incaricato di valutare la possibile reintroduzione della lince nell’Appennino. La sua ricerca scientifica diventa presto un percorso interiore: la montagna lo confronta con la propria solitudine, la difficoltà di coltivare relazioni e il desiderio di fuga.

Durante i sopralluoghi incontra Vladimiro, un uomo isolato in una frazione abbandonata. Burbero in apparenza, Vladimiro rivela una profondità inattesa: dietro l’autoesilio si nasconde una persona colta, segnata da ferite antiche. Tra i due nasce un’amicizia fatta di silenzi, osservazioni condivise e passeggiate nei boschi. La loro somiglianza non è solo negli interessi per la natura e il mondo animale, ma in un comune smarrimento umano e nella ricerca di un senso di appartenenza.

Lucibello costruisce con delicatezza un doppio percorso di riconoscimento: Giulio scopre parti di sé attraverso lo sguardo dell’altro, mentre Vladimiro, rivedendosi nel giovane ricercatore, è costretto a riaprire capitoli della propria vita che aveva cercato di seppellire. La loro somiglianza non è solo negli interessi per la natura e il mondo animale, ma in un comune smarrimento umano, in una difficoltà condivisa nel trovare un posto nel mondo.

Particolarmente intensa è la riflessione sul rapporto tra uomo e natura, che emerge soprattutto attraverso le parole di Vladimiro. Il suo amore per l’ambiente non è ideologico né astratto, ma profondamente sensoriale e incarnato:

“Amore per la natura, a mio avviso, non è un concetto astratto legato solo alla sua conservazione. Significa odori, suoni, sensazioni profonde. L’emozione di incontrare e osservare un animale selvatico, di vedere le lucciole nel buio del sottobosco, il profilo degli alberi che si staglia contro il cielo stellato di notte, l’aria fresca che ti entra nei polmoni quando apri le finestre di un rifugio, l’odore del sottobosco in autunno.”

In questa visione, la natura diventa uno spazio di risonanza emotiva, un luogo in cui è possibile riconoscersi e, talvolta, incontrare un altro essere umano che “vibra alla tua stessa frequenza”. Anche Giulio, nel silenzio della montagna, arriva a una consapevolezza cruciale:

“L’altruismo e la cooperazione hanno rappresentato la chiave del successo della specie umana. Ogni volta che l’uomo è venuto meno a questo principio, l’umanità ha fatto un passo indietro rispetto al proprio sviluppo.”

Il “lupo cerviero”, nome con cui gli abitanti del luogo chiamano la lince, attraversa il racconto come una presenza fantasmica. Giulio la cerca senza sapere che è già lì, che lo osserva ogni giorno. La ricerca scientifica diventa così metafora di una ricerca più profonda: ciò che cerchiamo spesso è vicino, ma invisibile finché non siamo pronti a vederlo.

Il finale resta volutamente aperto, rifiutando soluzioni definitive. Lucibello non impone un destino ai suoi personaggi, ma lascia al lettore lo spazio per interpretare, immaginare, continuare il cammino insieme a loro. In questo senso, il libro può essere letto a più livelli: come racconto di formazione, come storia di amicizia, come narrazione naturalistica accessibile anche ai più giovani, capace di trasmettere rispetto e meraviglia per il mondo animale.

Le descrizioni della montagna, degli animali, dei ritmi lenti dell’Appennino rivelano una conoscenza profonda dell’ambiente e una sensibilità narrativa che richiama certa letteratura contemporanea attenta al rapporto tra uomo e natura. In particolare, per atmosfere e precisione dello sguardo, il racconto può evocare alcune opere di Paolo Cognetti, come La felicità del lupo, dove la montagna diventa luogo di ritiro, di confronto con se stessi e con l’alterità. Anche in Lucibello la natura osserva, accoglie e resta indifferente alle vicende umane, offrendo però lo spazio necessario affinché l’incontro – con l’altro e con se stessi – possa avvenire.


Chi è Flavio Lucibello

Flavio Lucibello è nato a Roma. Ha lavorato per 43 anni in un Ente Pubblico di Ricerca, affiancando al percorso professionale una formazione in Ingegneria e Scienze della Formazione. Negli ultimi anni ha fondato il Consorzio di Ricerca Hypatia (2008), dedicato allo sviluppo sostenibile, e la Fondazione Edoardo Amaldi (2015), in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana. La sua idea guida è mettere la conoscenza al servizio della collettività.


Raccontare la montagna, raccontare le persone: due chiacchiere con Flavio Lucibello


Da dove nasce l’idea di Il suo nome era Vladimiro? C’è stato un luogo, un incontro o un momento preciso che ha fatto scattare la voglia di raccontare questa storia?

L’idea nasce più di quarant’anni fa. All’inizio degli anni Ottanta partecipai come rilevatore sul campo al progetto PAI, il Progetto Atlante Italiano, il primo grande censimento nazionale dell’avifauna nidificante in Italia. Tra il 1983 e il 1986 passavamo settimane intere nelle aree che ci erano state assegnate, muniti di schede di rilevamento, censendo e identificando tutte le specie ornitologiche osservate.

Al mio gruppo toccò il territorio dei Monti della Duchessa, con l’omonimo lago: un’area di straordinaria bellezza, aspra e silenziosa, nel cuore dell’Appennino. Fu lì che conobbi un uomo molto anziano che viveva nella frazione di Cartore Vecchio; si chiamava Eusebio. Dai suoi racconti, intrisi di memoria, di natura e di vita vissuta in montagna, nacque la figura del Lupo Cerviero, creatura a metà tra animale e spirito, nome con cui in alcune regioni del Centro Italia viene chiamata la lince.

Quell’esperienza, quelle montagne e le persone incontrate lungo il cammino mi sono rimaste dentro in modo profondo. Hanno continuato a sedimentare nel tempo, fino a quando, dopo quarant’anni, hanno trovato finalmente la loro forma naturale: un romanzo.


Vladimiro e Giulio sono molto diversi per età e carattere, ma in fondo si assomigliano parecchio. Ti riconosci in uno dei due, o un po’ in entrambi?

Direi in entrambi, ma in momenti diversi della mia vita.

In Giulio c’è il mio entusiasmo giovanile, la curiosità scientifica, il bisogno quasi fisico di stare nella natura per capirla e per capirmi. Vladimiro, invece, rappresenta una parte più matura, quella che ha attraversato scelte difficili, rinunce, ferite profonde, e che ha trovato nella montagna e nella solitudine un modo per restare fedele a sé stesso.

Sono due personaggi lontani per età, ma molto simili per sensibilità: entrambi ascoltano, osservano, rispettano. In fondo il libro è anche un dialogo tra il me di ieri e quello di oggi.


Nel libro la montagna è sempre presente, quasi come se osservasse i personaggi in silenzio. Che rapporto hai tu con la montagna e quanto ti ha aiutato a costruire l’atmosfera del racconto?

Oggi la montagna non è solo un luogo che racconto, ma il luogo in cui vivo. Da qualche mese mi sono trasferito in un piccolo paese dell’Abruzzo e sto costruendo qui il mio futuro.

Questo rende ancora più evidente quanto la montagna non sia un semplice scenario, ma una presenza viva che influenza pensieri, relazioni, scelte quotidiane. La montagna ti insegna il silenzio, l’attesa, il rispetto dei tempi naturali, e tutto questo entra inevitabilmente nella scrittura.

Nel romanzo la montagna osserva i personaggi perché, in fondo, li conosce meglio di quanto loro conoscano sé stessi. È uno spazio che non giudica, ma nemmeno perdona la superficialità.


Il “lupo cerviero”, la lince, resta spesso nascosto, ma è centrale nella storia. Per te è più una presenza reale, legata alla ricerca scientifica, o un simbolo di qualcosa che i personaggi stanno cercando dentro di sé?

È entrambe le cose.

Da un lato è una presenza reale, concreta, legata alla ricerca scientifica, alla biodiversità, alla memoria di una specie scomparsa e forse ancora presente. Dall’altro è un simbolo potente: rappresenta ciò che è schivo, silenzioso, difficile da vedere ma essenziale.

Il lupo cerviero incarna ciò che i personaggi cercano senza saperlo fino in fondo: un equilibrio, una verità interiore, un modo autentico di stare nel mondo. Come la lince, anche certe risposte non si mostrano mai apertamente, ma si intuiscono.


Tra Vladimiro e Giulio nasce un’amicizia fatta di silenzi, di tempo condiviso, di piccoli gesti. Quanto credi che oggi ci sia ancora spazio per questo tipo di relazioni lente e profonde?

Credo che questo tipo di relazioni non solo esista ancora, ma che oggi sia più necessario che mai.

Vivendo in un piccolo paese di montagna sto riscoprendo rapporti umani autentici, costruiti sul tempo, sulla fiducia, sulla presenza reale. Qui le relazioni non nascono dalla fretta, ma dalla condivisione delle cose semplici: un aiuto concreto, una chiacchierata, un silenzio rispettato.

L’amicizia tra Vladimiro e Giulio nasce proprio così, senza dichiarazioni e senza aspettative, ed è forse la forma di relazione più solida che possiamo ancora costruire.


Guardando avanti, stai già pensando a un nuovo progetto? Continuerai a raccontare la natura e la montagna o hai voglia di esplorare storie e ambienti diversi?

In questo momento sono immerso nella scrittura del terzo romanzo che ha come protagonista Vladimiro, che chiuderà la sua trilogia. È una fase delicata, perché sto affrontando il suo congedo, il tema della senilità, il rapporto con il tempo che passa e con i limiti che l’età inevitabilmente impone, soprattutto a una persona abituata all’azione e all’autonomia.
Non è un libro sulla fine, ma sulla trasformazione: su come si può restare fedeli a sé stessi anche quando il corpo comincia a chiedere tregua. In qualche modo, scrivendo questo romanzo, mi sto confrontando anch’io con queste domande, osservandole con rispetto, senza retorica.

La natura e la montagna restano il luogo privilegiato di questo racconto, perché è lì che questi passaggi diventano più nitidi e meno edulcorati. Continuo anche il mio lavoro di ricerca su progetti legati alla biodiversità e alla protezione dell’ambiente, e questo dialogo costante tra osservazione scientifica e narrazione è ciò che alimenta la scrittura.

Dopo la trilogia, non so ancora quale storia verrà, ma so che continuerò a raccontare l’essere umano nel suo rapporto con i luoghi, con il tempo e con la responsabilità delle proprie scelte.

Tabella dei Contenuti