Immigrazione: che mondo ci aspetta?

L’uomo nasce migrante fin dai suoi inizi la storia dell’uomo è stata una storia di migrazioni, di fuoriuscite e di rientri alla ricerca di condizioni di vita migliori. Lo sapevate che circa 1,9 milioni di anni fa dall’Africa, Homo ergaster, la prima specie camminatrice, per fuggire al clima arido dell’Africa si incamminò verso l’Eurasia. Questo per dire, che i fenomeni migratori hanno da sempre caratterizzato il genere umano, dalla notte dei tempi ad oggi. Ci si muove per necessità, desiderio, paura o piacere. I motivi sono infiniti.

L’uomo contemporaneo, si muove sempre di più, ci si muove: per lavoro, per turismo, per amore, per affari. Una volta c’erano i paesi di immigrazione e quelli di emigrazione, con l’avvento della globalizzazione, quanto più un paese è ricco ed influente vive al suo interno una circolarità migratoria ciò implica un gioco continuo di ingressi ed uscite.

La domanda che in molti si chiedono è la seguente: che mondo ci aspetta?

La società italiana, come ho avuto modo di scrivere è una società in movimento, sono in atto tre cambiamenti strutturali, irreversibili e interrelati che sono già emersi ma nei prossimi anni saranno più evidenti: mobilità, pluralità e mixité (meticciato, o semplicemente incontro).

La mobilità

La mobilità è una caratteristica della società contemporanea, uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore oggi possono viaggiare in business class oppure sui voli low cost ma anche nelle cosiddette carrette del mare. La mobilità non conosce mezzi e confini è un fenomeno irreversibile che investe tutti i giorni la società italiana, in entrata ed in uscita.

Si muovono le classi più agiate per seguire le nuove tendenze per migliorare la propria formazione o per motivi d’affari così come si muovono per necessità migliaia di persone dai paesi del Sud del mondo obbligate dalle avversità della vita a lasciare la propria terra.

Gli italiani sono stati e lo sono ancora un popolo di migranti, negli ultimi anni tantissimi italiani sono fuoriusciti dal territorio nazionale per costruire nuovi progetti di vita all’estero. Basti pensare che sono circa sessanta milioni i discendenti di italiani residenti fuori dal nostro paese: un’altra Italia al di fuori dei nostri confini.

Molti di coloro che sono emigrati dall’Italia hanno avuto successo contribuendo allo sviluppo dei paesi d’accoglienza, altri invece non sono riusciti a dare un cambio di passo alla propria vita. Del resto è ancora oggi così: piaccia o no, le aree metropolitane con più alto sviluppo sono quelle con un alto tasso di migrazione in cui la stragrande maggioranza delle persone convive con successo mentre altre assumono comportamenti devianti.  Chi si muove ha una forte motivazione il più delle volte ad inserirsi nella cultura dominante per entrare quanto prima possibile nel meccanismo economico. Uomo è da sempre un migrante, guai se non lo fosse stato, forse la nostra specie si sarebbe estinta. Oggi la mobilità viaggia su un binario ad alta velocità e sarebbe un atteggiamento miope bloccarla o impedirle il suo seguito relegandola ad un binario morto.

Pluralità

La pluralità è un effetto della mobilità, se ci sono persone che si spostano queste finiscono per diventare comunità di persone con una stessa provenienza (nazionale, culturale, religiosa, linguistica) che semplicemente si ritrovano in un altro paese lontano dal loro.  Se spostiamo individui che si sommano ad altri individui abbiamo un effetto cumulativo e trasformativo della società d’arrivo. Gli effetti delle migrazioni innescano un meccanismo binario, in cui chi arriva cerca d’integrarsi nella cultura dominante mentre dall’altra parte gli autoctoni hanno la possibilità di venire a contatto con nuove culture e quindi di conseguenza gli effetti del cambiamento sono tanto per i primi che per i secondi.

Un primo effetto di quanto esprimo sopra è possibile verificarlo da subito con il cosiddetto “multiculturalismo di mercato” che altro non è che l’amplificarsi in termini quantitativi della libera scelta. Per capirci meglio faccio un esempio: “dove andiamo a mangiare questa sera?” L’offerta si amplifica nelle grandi città e la risposta potrebbe essere la seguente: “Possiamo andare a mangiare cinese o arabo, la pasta o paella, eritreo o sushi”.

La mobilità produce la pluralità, la pluralità a sua volta produce incontri che possono diventare anche scontri. I primi non fanno notizia a differenza degli scontri che quotidianamente trovano spazio sui media per poi diventare propaganda per un certo modo di fare politica. La pluralità è caratterizzata dai conflitti, il più delle volte dal meccanismo delle “identità reattive” ossia si reagisce in modo conflittuale contro l’Altro, recuperando identità immaginarie o sopite. Ad esempio è il caso di tutti gli italiani che improvvisamente hanno riscoperto la sopita identità cristiana e con l’arrivo dei musulmani, in nome della fede si armano del crocifisso per ostacolare integrazione. Per contro, c’è chi dall’altra parte ha cominciato ad indossare l’hijab (il foulard) o magari il niqab (che copre anche il viso) mentre prima di emigrare non era una sua primaria necessità o nel peggiore dei casi si arma di fucile e spara su una folla per vendicarsi di un nemico immaginario. L’affermazione identitaria dall’una o dall’altra può generare un scontro violento tra le parti solo attraverso un patto sociale il conflitto si ridimensiona e si creano i presupposti per la mescolanza pacifica.

Mixitè

Una delle conseguenze inevitabili della mobilità e della pluralità è la mixitè: che significa non chiudersi all’altro, ma al contrario inglobare elementi dell’altro.

Il tutto accade inconsapevolmente, i conflitti, tante volte hanno anche il merito di mettere in discussione i valori fondati di una società ed i partecipanti ne escono uomini e donne con nuovi opinioni e paradigmi di pensiero. La fusione non avviene sono in cucina, ma anche nel campo della produzione culturale: moda, musica, architettura. Anche le relazioni sociali subiscono nuove influenze con nuovi amici e matrimoni misti. Insomma c’è un pezzo molto grande di società italiana che apprezza e vive in modo armonioso il confronto il che implica per forze di cose al suo interno anche il conflitto. La conseguenza macro è una nuova forma di società come ho avuto modo di scrivere, siamo una società in movimento, verse nuove forme di fusione e con all’interno delle resistenze identitarie.

Conclusioni

Le dinamiche evidenziate mettono in risalto come ha scritto Stefano Allievi: “Un mutamento di proporzioni tali che richiede un cambiamento di paradigma interpretativo radicale: che, non a caso, si sposta dal locale al globale”.

Allievi ritiene che sia necessario un cambio di prospettiva utile a guardare più lontano. Riprendo in prestito le sue parole contenute nel saggio, “Immigrazione: cambiare tutto” in cui utilizza una strepitosa metafora: “Non capisco una barca nel Mediterraneo con dentro un paio di centinaia di profughi stipati in essa in precarissime condizioni, se guardo solo la barca. E non trovo nemmeno la soluzione giusta se guardo solo lì ( e la soluzione di breve periodo, in quel caso, non può essere che salvare chi c’è sopra – o lasciarla andare alla deriva,  se se ne è capaci, assumendone le conseguenze – e poi non sapere che farsene di quelle persone, combattuti tra un’accoglienza senza progetto e un respingimento senza criterio, oltre che problematico sul piano umano).”

In conclusione il problema è connettere il problema locale con quello globale. Il più delle volte siamo concentrati sul problema locale, da una parte i comitati contro i profughi e dall’altra chi spinge all’accoglienza ma di mezzo ci dovrebbe essere la politica con le sue idee e soluzioni a coordinare le azioni mitigando il conflitto tra le parti al fine di aprire i presupposti all’accoglienza.

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Francesco Sassano

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