Insicurezza lavorativa, il non sapere cosa ti aspetta domani
Lo sappiamo tutti viviamo un periodo storico complesso caratterizzato da una pressante insicurezza lavorativa. Abbiamo tutto e niente. I fenomeni transnazionali, le guerre, il cambiamento climatico, le epidemie continuano ad aggravare il nostro stato di ansia. La sicurezza esistenziale garantita da un lavoro fisso e stabile, da tempo, non è più una costante.
Le nuove generazioni navigano a vista alla ricerca di nuove opportunità lavorative. Se un tempo non troppo lontano i nostri padri potevano godere di un lavoro sicuro e protetto da una serie di garanzie sindacali, di contro le nuove generazioni si trovano a convivere con un percorso lavorativo altalenante. Le multinazionali si spostano velocemente da un posto all’altro del mondo alla ricerca di nuovi profitti, i partititi non riescono più a dare risposte concrete ed i sindacati sono sempre più deboli. Se il lavoro scarseggia ed è sempre più precario non c’è da meravigliarsi che ampie fasce di popolazione vivano uno stato di paura e insoddisfazione.
Ai più sfortunati non resta che lavorare a nero oppure svendere la propria forza lavoro. La vita di un precario è una vita difficile e ansiogena. Puoi trovarti senza alcuna fonte di sussistenza dall’oggi al domani. Prendi il caso di chi cade dalla bicicletta mentre consegna le pizze, all’improvviso resta senza salario, senza copertura assicurativa e per di più corre il rischio di vedersi cancellato il suo account lavorativo da un algoritmo.
L’anomia dei nostri giorni è strettamente legata all’incertezza lavorativa
Ci avete mai pensato a come devono sentirsi al mattino dopo la colazione: un rider, un lavoratore a cottimo della grande industria, un insegnante precario che aspetta e non sa se avrà o meno una nuova cattedra, un migrante che si spezza la schiena nelle campagne italiane senza sapere se il suo padroncino il giorno successivo gli concederà o meno una nuova giornata di fatica nei campi?
Questi sono i problemi. Questa è la condizione di molti lavoratori italiani. Se di contro diminuiscono le possibilità all’accesso: all’istruzione, ai servizi, alle cure, al tempo libero. Il gioco è fatto. Perché lo continuerò a ripetere, senza possibilità, il malessere cresce e si espande fino a diventare un cancro. Un cancro sociale.
Ognuno risponde a modo suo. C’è chi resta e c’è chi fugge. Ma per concludere, la domanda del giorno è: il problema è sociale o psicologico?