“La cura” di Stefania Magnone
“La cura” di Stefania Magnone è un’opera che non solo invita alla riflessione, ma si fa anche rivelatrice nel raccontare storie di vita personali che hanno segnato il percorso dell’autrice. In particolare, una delle narrazioni che colpisce di più è quella in cui Stefania si mette a nudo, condividendo esperienze che l’hanno portata a una profonda crescita interiore. Questi momenti di vulnerabilità non solo rendono la lettura più intima, ma offrono anche spunti preziosi per chi si trova a dover affrontare le proprie sfide. L’autrice, infermiera e naturopata, ci guida in un percorso che unisce le pratiche olistiche con l’ascolto del corpo e la consapevolezza delle proprie emozioni. La sua visione ricorda in molti aspetti gli scritti di Tiziano Terzani, il noto giornalista che, attraverso le sue esperienze con il mondo orientale, abbracciò un pensiero circolare, in cui il “tutto è uno”. Entrambi gli autori, pur provenendo da contesti diversi, condividono l’idea che la vita sia un viaggio personale e unico, dove ogni individuo deve scoprire il proprio frammento di mistero e imparare a gestire le emozioni, anche quelle più ingombranti.
La scrittura di Stefania è ragionata e riflessiva, capace di intrecciare saperi e discipline diverse con grande maestria. Ogni pagina è intrisa di una ricerca di equilibrio tra il corpo e la mente, unendo pratiche olistiche come lo yoga e i Fiori di Bach a una visione più ampia della spiritualità. È evidente che l’autrice desideri integrare più mondi per offrire una cura non solo per se stessa, ma anche per gli altri, un gesto d’amore che si traduce in un invito a prendersi cura della propria essenza.
Questa fusione di esperienze personali e di riflessioni profonde crea un dialogo tra il lettore e le proprie emozioni, spingendo a esplorare il mistero della vita in modo consapevole. L’approccio olistico di Stefania, insieme alla sua capacità di comunicare in modo autentico, ci offre un’opportunità preziosa per fermarci, riflettere e sentirci, ritrovando un equilibrio interiore che spesso sfugge nella frenesia della quotidianità.
Intervista esclusiva con Stefania Magnone
Qual è stata la motivazione principale che ti ha spinto a scrivere “La cura”?
La stesura del libro è frutto di un percorso personale, mano a mano che gli elementi: vissuto e conoscenze venivano rilette da me alla ricerca di una collocazione e la ricerca di un senso trovavano forma nella scrittura. Con il termine “senso” mi riferisco alla necessità di contestualizzare gli eventi in una dimensione che va dal personale all’universale: ciò che accade al singolo può diventare patrimonio di tutti, diventare strumento di conoscenza per altri.
Ci sono stati diversi passaggi nella stesura, dal “Fattore umano” (Ed. Il ciliegio) a “ La cura” (Ed. Deferrari).
La necessità di scrivere è stata dettata dalla consapevolezza che il vissuto di sofferenza emotiva personale e il tanto materiale raccolto nella professione di infermiera aveva la necessità di essere ascoltato e accolto anziché allontanato o rimosso con la convinzione che dentro il limite, l’impossibilità, il lutto, si accede ad una dimensione di profondità dell’essere che conduce ad una crescita personale che è il motore del nostro evolvere.
Se la nostra parte cognitiva permette la crescita nella conoscenza del mondo, il riconoscimento dell’umano favorisce la comprensione di un senso: singolare e collettivo, come unico strumento di pacificazione e visibilità della nostra unicità e irripetibilità come valore irrinunciabile.
Il libro è un seme il cui fine è quello di sostenere il valore dell’umano, che passa attraverso il suo riconoscimento, la cura è l’individuazione e l’espressione delle sue peculiarità.
Come hai integrato la tua esperienza come infermiera con le pratiche olistiche nel tuo lavoro quotidiano?
A mio parere la velocità con cui la medicina scientifica ha conquistato terreno ha disinnescato la connessione con l’umano, al mancato riconoscimento del suo valore sono seguite derive che hanno portato allo svuotamento di risorse e di fiducia.
L’integrazione tra le pratiche olistiche e la professione sanitaria è stata di fatto praticamente nulla per la mancanza di collegamento tra le due modalità. In campo sanitario prevale l’utilizzo delle competenze, l’aderenza al sistema sanitario nelle sue articolate attività.
Nel settore olistico sono state costruiti paradigmi che rendono i due aspetti incompatibili: se hai una visione olistica sei in opposizione alla medicina scientifica e viceversa. La contrapposizione tra le due modalità ha negato la possibilità di integrazione che sono alla base dell’atto terapeutico: la scienza e la singolarità con conseguente impoverimento in entrambe.
In modo ineludibile, nella professione sanitaria ho portato i principi che sono i fondamentali nelle discipline olistiche, la ricerca della relazione (possibilità di espressione) e il riconoscimento dell’unicità.
Puoi raccontarci del tuo trentennale studio e conoscenza della naturopatia e come questo influisce sul tuo approccio alla cura di sé?
Nel mio percorso di vita, nulla è stato voluto, il destino aveva giocato le sue carte prima del mio arrivo, nessun obiettivo chiaro da raggiungere, unica direzione era pacificare quella sete di conoscere. La professione sanitaria non fu una scelta ma accettare, quel percorso mi offrì la possibilità di pacificare quel desiderio così ingombrante.
Frequentare il dolore altrui mi restituiva una conoscenza che poi avrei ritrovato nei diversi percorsi formativi: naturopatia con diversi approfondimenti, università, letture.
Quando il materiale fu sufficiente, così ho reputato, ho iniziato a scrivere “La cura” con l’intento di restituire ciò che avevo imparato e che mi fu validato.
Oggi, attraverso il blog “La cura” nella stesura di articoli con diversi indirizzi coltivo e rispondo alla mio bisogno di comunicare con l’intento di fornire spunti di riflessione e strumenti che hanno a che fare con la cura di sé, con il principio dell’assunzione di responsabilità, il riconoscimento di sé come strumento per la possibilità di riconoscere l’altro.
Quali sono, secondo te, i principali ostacoli che le persone affrontano nel riconoscere e gestire le proprie emozioni?
Le emozioni sono parte integrante del nostro essere, sono l’espressione della nostra unicità, ciò che sentiamo è solo nostro, è un frammento infinitesimale per la conoscenza di sé, ogni emozione è unica e irripetibile. Rimando ogni approfondimento al libro o agli articoli sul blog dove vengono indagate le tante sfaccettature.
La difficoltà a riconoscerle o cercare di nasconderle, minimizzare, relegare a “movimenti di pancia” è legata ad una cultura occidentale novecentesca che ha fatto della ragione, della razionalità declinata preferibilmente al maschile il suo perno per il riconoscimento della verità, dell’inconfutabile.
La realtà ci restituisce una maggiore complessità e una visione più ampia del mondo, delle cose, della verità.
Senza la lettura e il riconoscimento della “voce emotiva” creiamo una visione del mondo limitata, sbilanciata con una tendenza alla risoluzione dei conflitti che trova solo nella forza la loro soluzione.
La mancanza di “altri punti di vista” esclude l’utilizzo di quel potenziale che si annida, cresce e si espande attraverso il riconoscimento dell’emozione che nella sua ricchezza e potenzialità ci fornisce gli strumenti per la ricerca di soluzioni non distruttive.
In che modo il linguaggio del corpo gioca un ruolo centrale nelle discipline olistiche che promuovi?
Il corpo, in una visione medico/scientifico è un insieme di organi, apparati, funzioni che ad oggi abbiamo imparato a conoscere molto bene, senza mettere in discussione il riconoscimento del valore della medicina scientifica, ci siamo privati della ricerca del suo valore in quanto essere.
L’argomento porta velocemente alla considerazione di dogmi religiosi che riconoscono nel corpo la manifestazione del Divino. In Italia dobbiamo necessariamente tenere conto della nostra storia, della nostra cultura. Il mio pensiero è che non si può eludere la domanda del sacro, del riconoscimento di una dimensione trascendente dell’essere. Ad oggi, nel terzo millennio, si avverte la necessità di restituire la domanda di sacro all’individuo che nel suo percorso di conoscenza può incontrare, in particolare nel vissuto di dolore.
Il concetto di cultura di massa, oggi lascia ampi spazi all’assunzione di responsabilità personale che se declinata nell’individualismo diventa tossica e aumenta la percezione di paura e di solitudine, la cura come riconoscimento dell’umano lascia spazio alla solidarietà, alla possibilità di condivisione.
La medicina, anche attraverso il linguaggio delle discipline olistiche, a mio parere, deve assecondare percorsi di cura che coinvolgano l’essere nella sua totalità di anima e corpo e la possibilità di dare risposte personali alla domanda di sacro al di fuori del dogma.
Il corpo è l’espressione dell’essere nella sua unicità e irripetibilità, nella cura il suo riconoscimento.
Come vedi il ruolo delle pratiche olistiche in un contesto sempre più secolarizzato e materialista?
L’utilizzo delle discipline olistiche, a mio parere andrebbe liberato dal “linguaggio mistico” che spesso lo accompagna proprio per il riconoscimento di appartenenza ad un “tutto cosmico”. Questa modalità di approccio più che di sostanza (atto terapeutico) non aiuta la sua comprensione e il riconoscimento della efficacia dei tanti strumenti che mette a disposizione.
L’approccio olistico ha come obiettivo la valorizzazione della relazione: tra parti del corpo, tra il corpo e il suo essere, crea connessioni. Questa modalità offre all’utenza la possibilità di “allargare il campo d’azione” creando immediatamente la regressione dello stato ansioso o di paura o di dolore, tutto viene “letto” in un contesto di relazioni, tra parti di se , di appartenenza o lontananza da sé… Questa modalità accessibile senza strumentazione complessa, solo la creazione di una buona connessione, ha degli importanti vantaggi nell’affrontare la problematica, ricordando che nulla si può sostituire alla medicina scientifica laddove necessaria.
Quando la problematica viene spostata al di fuori del paziente- utente e viene differita in un’altra dimensione (normalmente si fa riferimenti a spazi di spiritualità), a mio parere, rischia di perdere efficacia perché non si può “scappare” dalle proprie problematiche e non si può trasformare in modo volontario un atto terapeutico in atto taumaturgico.
Quali sono i tuoi progetti futuri riguardo alla divulgazione delle pratiche olistiche e alla scrittura?
Continuare a scrivere perché, per me, è lo strumento più congeniale per incanalare energie che non troverebbero un altro modo di scorrere. Vorrei dare un contributo alla ricerca di una medicina più umana di cui abbiamo tutti necessità. Il riconoscimento dell’umano, la sua cura, permetterebbe una migliore gestione del nostro cervello animale dove l’aggressività e la paura la fanno da padrona e da strumento di potere.
