“La parte che resta” di Eleonora Megna: quando il dolore si trasforma in possibilità

C’è un luogo, nel romanzo d’esordio di Eleonora Megna, che non è solo uno spazio fisico ma una vera e propria soglia simbolica. Un corridoio d’ospedale, in una notte d’inverno. È lì che si incontrano, senza saperlo, tre donne. Bianca, Stella e Lisa. Tre esistenze diverse, tre fratture emotive, un unico punto di rottura.

 

La parte che resta si colloca nel solco del romanzo emotivo narrativo, dove la trama non è solo sequenza di eventi ma attraversamento interiore. Non si tratta di cosa succede, ma di cosa si sente mentre succede.

 

Bianca è sul punto di diventare madre, ma si percepisce inadeguata, fragile, persino sbagliata. Il compagno la abbandona proprio nel momento più vulnerabile, il parto, trasformando una nascita in una crisi identitaria.

 

Lisa porta addosso il peso di una scelta difficile, l’interruzione di gravidanza. Non c’è retorica, ma un’esplorazione lucida e dolorosa di quanto questa decisione possa lasciare segni profondi, soprattutto quando condizionata da fattori esterni.

 

Stella vive il lutto. La perdita improvvisa dell’uomo che amava, Marco, apre lo spazio dei rimpianti, dei non detti, di tutto ciò che resta sospeso quando non c’è più tempo per dire.

 

Tre traiettorie che si incrociano in un luogo che rappresenta cura e fine, salvezza e perdita. L’ospedale diventa così metafora di una possibile ricostruzione.

 

L’autrice lavora su un asse preciso. Il passato pesa, ma è il presente il campo d’azione. La scrittura è dinamica, accessibile, emotivamente diretta. Non cerca di impressionare, ma di entrare.

 

Bianca, in particolare, diventa il punto di sintesi di queste esistenze. È colei che resta, che raccoglie, che prova a integrare.

“Io sono quella che è rimasta. Che si è sentita madre a metà. Che ha temuto di non meritare nulla. Ma ora voglio provarci. Non a dimenticare, ma a integrare”.

 

Ed è proprio qui che il romanzo trova il suo nucleo più potente. Non cancellare, ma comprendere.

“Il passato non va cancellato. Va compreso. Così smette di urlare”.

 

Uno sguardo sociologico tra fragilità e identità

Il romanzo di Megna si inserisce in una linea sempre più evidente della letteratura contemporanea che indaga il vissuto femminile fuori dagli stereotipi.

 

Temi come maternità imperfetta, aborto, lutto, abbandono e senso di inadeguatezza non sono trattati come eccezioni, ma come esperienze diffuse, spesso silenziate.

 

In questo senso, La parte che resta dialoga idealmente con opere come Le assaggiatrici di Rosella Postorino, dove il corpo femminile diventa spazio di tensione e scelta, oppure con Fedeltà di Marco Missiroli, che indaga le crepe relazionali nella contemporaneità.

 

Molto vicino per intensità emotiva è anche il lavoro di Donatella Di Pietrantonio con L’Arminuta, dove il senso di abbandono e appartenenza viene esplorato con profondità.

 

Questi romanzi condividono una funzione sociale precisa. Riportare al centro narrazioni che per troppo tempo sono rimaste marginali o semplificate.

 

Eleonora Megna aggiunge un elemento ulteriore. Lo sguardo della life coach. Non c’è solo uno sguardo emotivo, ma anche una tensione trasformativa. Il dolore non è un punto di arrivo, ma un passaggio.

 

Chi è Eleonora Megna

Eleonora Megna è una life coach certificata ICF. Da anni lavora con e per le donne, accompagnandole in percorsi di consapevolezza e crescita personale.

 

Per oltre dieci anni ha lavorato come redattrice televisiva e in ambito teatrale. Esperienze che emergono nella sua scrittura, fatta di ritmo, dialogo e costruzione emotiva.

 

La parte che resta è il suo esordio narrativo, ma nasce da un lungo lavoro sull’ascolto.

 

 

 

Eleonora Megna: raccontare le fragilità per imparare a restare

 

 

Il tuo romanzo sembra nascere da un ascolto profondo del dolore femminile. Quanto c’è della tua esperienza personale e quanto di quella professionale all’interno di queste pagine?

Ciao Francesco e bentrovato.

Dentro questo romanzo c’è una fusione molto forte tra la mia esperienza personale e quella professionale.

 

Nasce da ciò che ho vissuto, attraversato e trasformato, ma anche dall’ascolto profondo di tante donne incontrate nel mio lavoro.

 

A un certo punto, le storie si sono intrecciate dentro di me: il mio dolore non era più solo mio, ma parlava una lingua comune.

 

E da lì è nata l’esigenza di dare voce a qualcosa di più grande, di collettivo.

 

Tre donne, tre fratture, tre storie che si intrecciano. Come è nata l’idea di farle incontrare proprio in un ospedale, un luogo così carico di significati simbolici?

L’ospedale è un luogo di confine.

 

È dove la vita cambia direzione, a volte si spezza, a volte ricomincia.

Mi interessava far incontrare queste tre donne proprio lì, in uno spazio sospeso, vulnerabile, autentico.

 

Perché è nei momenti in cui cadono le difese personali che diventa possibile vedersi davvero e, a volte, iniziare a trasformarsi.

 

Nel romanzo il tema della maternità emerge in modo non convenzionale, lontano dagli stereotipi. Quanto pesa oggi, secondo te, la pressione sociale sulle donne rispetto a questo ruolo?

La pressione sulla maternità è ancora molto forte, anche se spesso più sottile rispetto al passato.

 

Esiste un’immagine idealizzata della madre: presente, realizzata, felice. Sempre.

Ma la realtà è molto più complessa.

 

Con questo libro ho voluto restituire spazio anche all’ambivalenza, al dubbio, alla fatica.

 

Perché essere donna non dovrebbe mai coincidere con aderire a un modello unico.

 

Lisa affronta il tema dell’aborto in modo diretto e senza filtri. È stata una scelta narrativa difficile? Hai mai avuto timore rispetto alla ricezione di questo passaggio così delicato?

Sì, è stata una scelta delicata, ma necessaria.

Non volevo semplificare né prendere posizione in modo ideologico.

 

Volevo raccontare la complessità emotiva che può attraversare una donna in quel momento.

Più che il timore del giudizio, sentivo la responsabilità di trattare questo tema con verità e rispetto.

 

Perché ci sono esperienze che hanno bisogno di essere raccontate senza filtri, ma con cura.

 

Stella vive il lutto e il peso dei non detti. Quanto è importante, secondo te, imparare a dare voce a ciò che non siamo riusciti a esprimere?

È fondamentale.

I non detti non spariscono: restano nel corpo, nelle relazioni, nei silenzi.

 

E spesso diventano pesi invisibili che continuiamo a portarci dentro.

Dare voce a ciò che non abbiamo detto non cambia il passato, ma cambia il modo in cui lo abitiamo.

Ed è lì che può iniziare una forma di liberazione.

 

Nel libro ritorna spesso il tema dell’integrazione del passato. Possiamo dire che è questo il cuore del tuo messaggio? Cosa significa, concretamente, integrare ciò che è stato?

Sì, è uno dei cuori del libro.

Integrare il passato non significa giustificarlo o cancellarlo.

 

Significa attraversarlo davvero, anche nelle sue parti più scomode, per poter imparare.

Concretamente, vuol dire guardarsi con più verità e meno giudizio.

 

Vuol dire iniziare a vedere anche gli errori non solo come cadute, ma come passaggi di crescita.

Perché è proprio nel momento in cui ci rialziamo che nasce una consapevolezza nuova.

Non esiste un errore “inutile” se siamo disposte a guardarci dentro con onestà.

 

Integrare significa anche questo: non negare le parti di sé che si sentono sbagliate, ma accoglierle con più gentilezza.

Smettere di combatterle e iniziare a comprenderle.

È lì che qualcosa cambia davvero.

E permettersi di andare avanti senza dover essere “diverse” da ciò che si è state.

 

Se dovessi rivolgerti a una donna che oggi si sente spezzata, disorientata o incompleta, che parole sceglieresti per parlarle?

Le direi: non sei sbagliata, sei in un passaggio.

Anche se ora ti senti persa, c’è una parte di te che sa ancora la strada – anche se parla piano.

 

Non devi ricostruirti tutta insieme. Basta un passo, anche piccolo.

E soprattutto: non devi farcela da sola.

 

Dopo questo romanzo d’esordio, stai già pensando a nuovi progetti narrativi? Possiamo aspettarci un nuovo libro in futuro?

Sì, la scrittura per me non è stata un episodio, ma un’apertura.

Ho già nuovi progetti in mente, sempre legati al mondo emotivo e alla trasformazione.

 

Mi interessa continuare a raccontare storie che possano far sentire le donne meno sole e più vicine a sé stesse.

Questo primo libro è stato un inizio. E sento che il viaggio è appena cominciato.

 

Perché leggere La parte che resta

Perché è un romanzo che non cerca scorciatoie emotive. Non consola in modo superficiale, ma accompagna.

Perché parla a chi si è sentita almeno una volta incompleta, fuori posto, non abbastanza.

 

E soprattutto perché, in un tempo che chiede performance e perfezione, questo libro sceglie un’altra direzione. Quella dell’autenticità.

“Restare non significa rinunciare alla vita. Significa viverla davvero”.

Ed è forse proprio questa, oggi, una forma concreta di resistenza.

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