La più grande paura è che gli altri ci vedano come siamo

In una società così complessa come la nostra, tanti aspetti della nostra vita sono imprevedibili, l’incertezza la fa da padrona. Abbiamo numerose paure: quella di essere licenziati all’improvviso, di essere abbandonati dal nostro partner, di essere derubati da un hacker e scoprirlo dopo giorni.

Insomma, ci siamo capiti, la vita dell’uomo contemporaneo ruota intorno alla paura.

Tra le nostre paure e quelle che ci appiccicano genitori, insegnanti, politici, amici e parenti, la più grande di tutte è quella che gli altri ci vedano così come siamo. Per questo ci sentiamo in dovere di indossare così tante maschere, vuoi per le nostre insicurezze, vuoi anche per la tremenda paura che gli altri scoprano la nostra vera essenza. È vero da più parti continuano a ripeterci fino alla noia, il mantra: dell’essere se stessi, di essere più che apparire, di non sminuirci, di nutrire la nostra autostima. Ma poi quando ti cali nella realtà delle cose, è difficile, uscire dalle etichette del ragazzo timido, dal personaggio social, del professionista ben visto e rispettato.

E così indossi una maschera per ogni occasione: quella del padre affettuoso, del bravo figlio, quella del tizio che scrive post e quella dell’arrogante che tiene a bada il ragazzino timoroso.

Tante volte ci tocca essere come ci vogliono, e, ci sforziamo maledettamente per esserlo, fino a quando un bel giorno ci viene incontro un malore improvviso, un attacco d’ansia, una brusca sudorazione. Il corpo il più delle volte ci avvisa, funziona come un campanello d’allarme, ci avverte che dobbiamo spogliarci delle tante maschere che puntualmente indossiamo e solo allora iniziamo a farci domande sulla nostra vera essenza.

È difficile, lo so. Per tutta la vita ci dividiamo tra palcoscenico e retroscena. Il sociologo Goffman, utilizza la metafora della drammaturgia teatrale nella sua opera, per rappresentare la vita sociale delle persone. Secondo il sociologo canadese, durante le interazioni, ogni persona recita se stessa all’interno di una situazione “triangolare” attore-palcoscenico-pubblico. C’è uno spazio pubblico costituito dal palcoscenico, e c’è uno spazio privato rappresentato dal retroscena.

Non si può completamente uscire da questo sistema di cose, i costi sarebbe troppo alti. Allora non ci resta che smettere di correre e di continuare ad allestire palcoscenici per compiacere gli altri. Molto meglio dedicare i nostri sforzi per consolidare i nostri pregi, la nostra autostima e migliorare il concetto di noi stessi, fuori dai ricatti e dai pregiudizi sociali.

Siccome la vita è breve ed indossare troppe maschere alla lunga ci risulta sempre più scomodo non ci resta che accogliere con un sorriso chi ci accetta così come siamo e congedare con un altrettanto sorriso chi invece non ci apprezza e vorrebbe trasformarci in altro.

State sicuri che se non piacete a qualcuno questo non significa che non potreste piacere a milioni di persone sparse nel mondo.

Inutile continuare a lavorare per piacere, compiacere, andare a genio a tutti, piuttosto imparate a conoscervi per quello che siete, ad accettatevi, ma soprattutto non smettete mai di impegnarvi per raggiungere la vostra fioritura personale.

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Francesco Sassano

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