“La scuola che verrà, la scuola che vorrei” di Francesca Carlini
“La società è la somma di tutti noi, e se non ci sta bene, allora la colpa è anche la nostra.”
Con questa frase, semplice ma potentemente rivelatrice, Francesca Carlini ci introduce nel cuore pulsante del suo libro “La scuola che verrà, la scuola che vorrei”, una riflessione a più livelli sull’istituzione scolastica, osservata con sguardo critico ma costruttivo da chi la vive quotidianamente: un’insegnante.
Carlini è docente di inglese, e il suo lavoro quotidiano all’interno della scuola italiana le offre una prospettiva concreta, vissuta, in cui si intrecciano speranze, delusioni, domande aperte e tentativi di risposte. Non ha la pretesa di offrire soluzioni universali, ma ha il merito di portare alla luce questioni urgenti e profondamente attuali: il ruolo della tecnologia, il rapporto scuola-famiglia, il bullismo, la diversità, e soprattutto, il futuro dell’educazione in una società in continuo cambiamento.
Una lente sociologica sulla scuola
Adottando un taglio sociologico, Carlini guarda alla scuola non come un’istituzione separata dalla società, ma come un microcosmo in cui si riflettono dinamiche sociali, economiche e culturali più ampie. La scuola non può essere considerata avulsa dal contesto in cui opera: è lo specchio – a volte deformante, a volte illuminante – del mondo esterno.
La società liquida di Bauman, la crisi dell’autorità, l’indebolimento dei legami comunitari, il sovraccarico informativo: tutto ciò entra quotidianamente nelle aule, condizionando non solo il comportamento degli studenti, ma anche quello degli adulti – docenti e genitori – spesso spaesati di fronte a una scuola che cambia, a volte troppo velocemente, altre volte troppo lentamente.
Carlini non cerca colpevoli, ma chiede corresponsabilità. Non si rifugia nella nostalgia della “scuola di una volta”, ma invita a riflettere su cosa significhi educare oggi. Come possiamo davvero accompagnare gli alunni di oggi – che saranno cittadini domani – in un percorso che li renda autonomi, consapevoli, empatici?
Le domande che costruiscono il libro
Il testo si struttura attorno a una serie di domande che danno forma a una narrazione riflessiva e partecipata. Domande come “Siamo tutti diversi?”, “Essere o apparire?”, “Diverso da chi?” aprono capitoli dedicati alla comprensione dell’altro, alla valorizzazione delle differenze, alla decostruzione degli stereotipi.
Carlini affronta la diversità non come una barriera da superare, ma come un’occasione formativa, uno strumento attraverso cui la scuola può diventare davvero inclusiva. Una scuola che insegna non solo contenuti, ma anche competenze emotive e relazionali.
In questo contesto, è inevitabile il richiamo a Daniel Goleman e alla sua teoria dell’intelligenza emotiva, più volte citata nel libro. Lo psicologo statunitense sottolinea come il successo nella vita dipenda non solo dal quoziente intellettivo, ma dalla capacità di comprendere sé stessi, regolare le proprie emozioni, entrare in empatia con gli altri, cooperare.
Carlini sembra far proprio questo approccio, proponendo una scuola che non sia solo luogo di trasmissione di conoscenze, ma laboratorio di vita, in cui si apprende anche a essere umani.
Il ruolo dei bulli e la responsabilità della scuola
Uno dei capitoli più densi riguarda il fenomeno del bullismo e cyberbullismo. Qui l’autrice non si limita alla denuncia: analizza con attenzione i contesti che generano il disagio, si interroga sul ruolo del gruppo, sul peso del silenzio degli adulti, sulla tendenza – ancora diffusa – a minimizzare o negare episodi gravi.
Fondamentale, in questo senso, è la capacità della scuola di costruire ambienti relazionali sani, in cui gli alunni si sentano accolti, riconosciuti, tutelati. Carlini insiste sull’importanza di intervenire in modo preventivo, attraverso l’educazione all’empatia, al dialogo, al rispetto. Anche qui, torna Goleman, con la sua proposta di una scuola delle emozioni.
Carlini non cerca colpe facili, ma prova a esplorare le radici sociali del problema: isolamento, bisogno di riconoscimento, mancanza di relazioni sane.
L’autrice ricorda che il bullismo è un fenomeno relazionale, non solo individuale. E che la rete, se non accompagnata da una vera educazione digitale, può amplificare l’aggressività silenziosa e rendere invisibili le sofferenze.
Tecnologia, diversità e fiducia educativa
Carlini, già autrice di Dino e la tecnologia, non demonizza il digitale ma invita a un uso consapevole, che sappia coniugare curiosità e responsabilità.
Allo stesso tempo, invita a valorizzare la diversità come risorsa formativa e non come limite da compensare. Le classi di oggi – sempre più multiculturali – sono il terreno ideale per costruire una scuola che non solo trasmette conoscenze, ma forma cittadini.
Infine, emerge il tema della relazione scuola-famiglia, spesso frammentata o conflittuale. L’autrice non giudica, ma invita a ricostruire un’alleanza, basata sulla fiducia, sull’ascolto e sulla corresponsabilità.
Conclusione: una scuola possibile
“La scuola che verrà, la scuola che vorrei” è un libro necessario. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché ci invita a porci le domande giuste. È una lettura che scuote, che interroga, ma che – soprattutto – fa pensare. Carlini non nasconde la fatica del mestiere e neppure un certo disincanto. Ma dentro ogni pagina c’è un filo di speranza concreta. Francesca Carlini, con la sua esperienza sul campo e la sua sensibilità di docente e cittadina, ci ricorda che la scuola è fatta di persone. E che ogni cambiamento possibile passa da lì: dalla relazione, dall’empatia, dalla capacità di mettersi in discussione.
In un momento storico in cui l’istruzione sembra attraversare una crisi profonda di senso e di direzione, questo libro rappresenta un’occasione preziosa per tornare a parlare di scuola non come problema, ma come possibilità.
Dentro la scuola, oltre la cattedra: dialogo con Francesca Carlini
Nel libro parli spesso di bullismo anche in chiave sociologica. Secondo te, il bullo è più il frutto di un vuoto educativo in famiglia o di un ambiente scolastico che non riesce a contenere certe dinamiche? E cosa può fare la scuola, in concreto, per prevenire – non solo punire – questi comportamenti?
Ciao Francesco. Quando sono entrata a scuola come docente, mancava la figura del Referente del bullismo. Questo mi ha incuriosito molto, al punto che mi sono proposta come tale e mi sono formata. Che ruolo svolgo? Mi occupo delle criticità relazionali e comportamentali, degli “attriti” che possono nascere in classe, cercando di educare al rispetto altrui. Come referente, svolgo attività di prevenzione, in collaborazione con i Carabinieri che tengono mini-conferenze sull’argomento a scuola. Mi occupo anche di contattare le famiglie degli alunni più problematici. Perché, come hai ben chiesto tu, molto spesso il bullo nasce da mancanze a casa (ad esempio per assenze emotive o fisiche dei genitori). La scuola, dunque, cerca di far capire all’alunno cosa comporta essere “cattivo” e come gestire la sua rabbia e frustrazione (dialogo aperto).
Riguardo alla tecnologia: come immagini un uso davvero consapevole del digitale in classe, che vada oltre la solita “lezione sugli smartphone”? Hai sperimentato o visto esempi concreti di attività che funzionano?
Come già detto nella precedente intervista, sebbene gli alunni siano digital native, in realtà non hanno il senso minimo di ciò che si può fare e ciò che è meglio non fare in rete. Serve, senza ombra di dubbio, il completo appoggio della famiglia, che ahimè non riesce più a dedicare abbastanza tempo ad un’educazione digitale. A scuola facciamo tante attività sul bullismo e sulla tolleranza, lavori cartacei e digitali, che promuovono il rispetto e la comprensione degli altri. Ciò perché spesso gli alunni si spaventano davanti alle diversità (fisiche, religiose, etniche, e così via).
Citi spesso, lo psicologo e scrittore statunitense Daniel Goleman e l’intelligenza emotiva. Secondo te, la formazione degli insegnanti dà ancora troppo peso ai contenuti e troppo poco alle competenze relazionali? Come si può allenare davvero un docente a gestire le emozioni sue e della classe?
Dopo essere passati da una scuola meritocratica ad una per competenze, ci si sta sempre più orientando verso una scuola che mette in gioco le emozioni. L’alunno, infatti, non è il vaso da riempire con nozioni e non deve essere solamente in grado di saper dimostrare le sue abilità; è un insieme di tutto ciò e altro, le emozioni appunto. Capire cosa lo motiva, cosa lo emoziona, cosa lo incuriosisce deve diventare “materia” dell’insegnante, per avere una visione a tutto tondo dei suoi discenti. Ecco perché si lavora sempre più a gruppi, facendo migliorare le competenze relazionali ed emotive.
Nel capitolo “Diverso da chi?”, inviti a valorizzare le differenze. Ma nella tua esperienza quotidiana, cosa ostacola di più l’inclusione a scuola oggi: la burocrazia, la mancanza di strumenti o la cultura (ancora un po’ rigida) di noi adulti?
Direi un po’ tutto: arrivano alunni (ma soprattutto genitori) prevenuti nei confronti dei docenti e del metodo educativo, che mettono in discussione tutto. Si parla continuamente di inclusione ma non ci siamo ancora, come hai detto tu, c’è rigidità, anche se devo ammettere che, per fortuna, le cose stanno cambiando. Si propongono attività aperte a tutti, cercando di far capire la valenza degli interventi presentati.
Hai toccato un punto delicato: il rapporto tra scuola e famiglia. Come si può ricostruire fiducia quando il dialogo sembra saltato, o quando i genitori delegano tutto alla scuola? Hai mai trovato un modo per riaprire quella comunicazione?
Questo è l’aspetto più difficile. Oltre al fatto, ormai purtroppo assodato, che sia la scuola ad educare, i genitori trascurano l’importanza di un dialogo con gli insegnanti. È raro trovare famiglie veramente partecipi. Non ci si deve abbattere; il ruolo del docente è anche cercare altri modi per comunicare e farsi capire. Si propongono interventi pomeridiani, aperti appunto alle famiglie, e si cerca di coinvolgerle con le attività ed i lavori svolti dai figli.
Da come scrivi, si sente che ami la scuola, ma anche che vivi un po’ di stanchezza (comprensibile). Ti è mai capitato di pensare di mollare? E cosa ti tiene ancora lì, ogni giorno, a credere che cambiare sia possibile?
La stanchezza è più morale che fisica, ovviamente, per i numerosi impegni ma anche perché c’è sempre più burocrazia! Al momento non ho intenzione di mollare; per me ogni giorno diventa una sfida, su come insegnare e come interagire con il gruppo classe, capire quali attività siano più piacevoli. Del resto loro sono il nostro futuro.
Prima di salutarci, ti chiedo: hai già in mente nuovi progetti, magari un altro libro? Stai lavorando su qualcosa che riguarda ancora la scuola, o ti piacerebbe esplorare altri ambiti?
Visto che me lo chiedi, ho appena ultimato il mio primo romanzo! Ho deciso di scrivere quello che mi sento, e quindi posso pubblicamente annunciare che il lavoro è stato approvato dalla mia casa editrice Il Filo di Arianna. Il titolo del libro è Vortice, e il genere è suspense. Gli altri libri che ho scritto, intanto, continuano ad essere premiati nei concorsi letterari, dandomi la forza e l’entusiasmo di proseguire la mia esperienza di scrittrice.
