La serenità di coppia dipende dal modo in cui comunichiamo. Ne parliamo con la psicologa Giulia Montemanni

Per migliorare la comunicazione, Giulia propone alcune regole d’oro. Innanzitutto, l’ascolto sincero è fondamentale: è essenziale non limitarsi a sentire le parole, ma cercare di comprendere le emozioni sottese. Riformulare ciò che il partner ha detto è un ottimo esercizio per garantire chiarezza e comprensione.

Inoltre, è cruciale evitare critiche personali e sostituirle con espressioni di come ci si sente. Ad esempio, piuttosto che accusare, è più costruttivo dire “Quando fai così, mi sento trascurato/a.” Questo sposta il focus dal giudizio alla propria esperienza emotiva, promuovendo empatia.

Un altro strumento utile è il potere delle pause. Saper fare silenzio in momenti di tensione può essere molto più efficace di un’eccessiva verbosità. Infine, utilizzare un linguaggio positivo e non dare nulla per scontato aiuta a costruire un dialogo costruttivo e chiaro.

Intervista a Giulia Montemanni

Quali sono i segnali più comuni che indicano una comunicazione inefficace in una coppia?

Uno dei segnali più comuni è la sensazione di non essere ascoltati o compresi. Spesso emergono dinamiche come la critica distruttiva (“Tu fai sempre così!”), il disprezzo, il vittimismo o la chiusura emotiva. Anche il “silenzio punitivo” e le frasi preconfezionate tipo “So già cosa vuoi dire” sono campanelli d’allarme che indicano una comunicazione bloccata.

Come si può riconoscere il momento in cui una discussione sta degenerando in conflitto?

Quando la conversazione smette di essere uno scambio e diventa una battaglia per avere ragione. Il tono si alza, emergono accuse o sarcasmo, e uno dei due smette di partecipare emotivamente. In quei momenti è utile fermarsi, prendere una pausa consapevole e rimandare il confronto a quando i toni saranno più distesi.

Quali tecniche di ascolto attivo possono aiutare a migliorare la comunicazione?

L’ascolto attivo implica presenza, empatia e riformulazione. Vuol dire ascoltare senza interrompere, accogliere le emozioni dell’altro senza minimizzarle, e verificare di aver compreso davvero (“Se ho capito bene, ti senti frustrato quando…”). È una piccola rivoluzione che cambia il modo in cui ci si sente visti e riconosciuti.

In che modo le differenze di genere influenzano gli stili comunicativi nelle relazioni?

Diversi studi neuroscientifici e psicologici hanno evidenziato che, in media, uomini e donne attivano aree cerebrali diverse durante una conversazione. Ad esempio, una ricerca condotta dalla Georgetown University del 2014 ha dimostrato che, durante la comunicazione verbale, le donne tendono ad attivare entrambi gli emisferi cerebrali, mentre negli uomini è più coinvolto l’emisfero sinistro, legato al pensiero logico e analitico. Questo si riflette in uno stile comunicativo tendenzialmente più emotivo e relazionale nelle donne, e più diretto e orientato alla soluzione negli uomini.

Un altro elemento interessante viene dagli studi di John Gray e, più recentemente, da quelli di Deborah Tannen, linguista e docente alla Georgetown, che ha analizzato come uomini e donne spesso usino la comunicazione con scopi diversi: gli uomini per trasmettere informazioni o risolvere problemi, le donne per creare connessione e sintonia.

Naturalmente, si tratta di tendenze generali, non di regole fisse. Ogni persona ha uno stile comunicativo unico, influenzato da educazione, esperienze e contesto culturale. Il rischio è quello di cadere in stereotipi; il valore sta invece nel riconoscere che a volte litighiamo non perché non ci vogliamo bene, ma perché parliamo due “lingue emotive” diverse. Imparare a comprenderle può fare davvero la differenza.

Hai notato un cambiamento nei modelli comunicativi a causa dell’uso crescente della tecnologia e dei social media?

Credo sia inevitabile. La tecnologia ha reso la comunicazione più immediata, ma spesso più superficiale. C’è il rischio di sostituire i confronti reali con messaggi frettolosi o emoticon, che lasciano spazio a fraintendimenti. Inoltre, l’iperconnessione può generare distrazioni continue, che impoveriscono l’ascolto autentico. Serve riscoprire la lentezza e la profondità nei momenti di dialogo.

La tecnologia ha reso la comunicazione più veloce, ma spesso più frammentata. Nei contesti di coppia, questo può portare a evitare il confronto diretto, a rifugiarsi nei messaggi o a fraintendere toni ed emozioni.

Le aspettative sociali sul ruolo di genere influenzano la comunicazione in coppia?

Credo che lo abbiano fatto molto in passato. Anche oggi ovviamente, ma forse inizia ad esserci più consapevolezza.  Quante volte, anche da bambini ci siamo sentiti dire frasi come “piangi come una femminuccia” o “quella bambina è un maschiaccio”. E ancora crescendo, frasi come “un uomo non deve mostrare emozioni” o “una donna deve essere accogliente”. Sono tutte frasi che creano aspettative rigide, che limitano l’espressione autentica. Il primo passo per superarle è prenderne consapevolezza e costruire insieme un linguaggio affettivo più libero e personale, a prescindere dal genere.

Puoi condividere un esempio pratico di come trasformare una critica distruttiva in un feedback costruttivo?

Certo. Prendiamo una scena banale, ma comune a tutti! Casa, lui/lei lascia roba sparsa per casa.

Invece di dire:
“Sei sempre disordinato, lasci tutto in giro!”
si può riformulare con:
“Mi sento sopraffatta/o quando la casa è in disordine. Mi crea proprio disagio. Puoi farci più attenzione, per favore?”
Questo sposta il focus dal giudizio al bisogno, e apre alla collaborazione.

Questo ovviamente è solo un piccolo esempio, ma è proprio dall’accumulo delle piccole cose, dai piccoli fastidi della quotidianità che nascono poi le incomprensioni, anche quelle più grandi, esponenzialmente. Si accumulano le cose non dette, come polvere sotto il tappeto. Ma dopo un po’, anche li, la montagnetta inizia a vedersi.

Qual è il consiglio più importante che daresti a una coppia che sta affrontando difficoltà comunicative?

Anzitutto imparare a chiedersi “Cosa sta cercando di dirmi davvero?” invece di “Cosa ho da ribattere?”. La chiave non è avere ragione, ma cercare di comprendersi. Fare spazio all’ascolto empatico e al riconoscimento reciproco è il primo passo per ricostruire un dialogo.

Fermarsi un attimo e pensare: “Sono davvero io ad avere ragione?”. Provare anche a mettersi nei panni dell’altro. E CHIEDERE.

Siamo individui diversi, e non possiamo sapere esattamente cosa pensa l’altro e quindi quello che lo porta ad agire in un certo modo. Possiamo supporlo, ma le supposizioni non sono sempre corrette.

Quali sono i tuoi progetti futuri nel campo della psicologia e del coaching relazionale?

Sto proseguendo la mia formazione in psicoterapia sistemico-relazionale e continuo a portare avanti percorsi di coaching individuale e di gruppo, anche attraverso eventi divulgativi, spesso in collaborazione con i miei colleghi. Abbiamo in programma una serie di eventi basati sulla comunicazione, non solo per la coppia, ma anche partendo dalla consapevolezza di se.  

L’obiettivo è creare spazi in cui le persone possano allenarsi a comunicare meglio, dentro e fuori la coppia.

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