La società del rischio di Ulrich Beck e la cultura della sicurezza

Secondo il sociologo Ulrich Beck, viviamo all’interno della società del rischio, dove tutti siamo sottoposti al rischio di perdere legami, lavoro e certezze.

Osserva Beck, «non significa che viviamo in un mondo più pericoloso di quello di prima. Semplicemente, il rischio è al centro della vita di ognuno di noi e al centro del dibattito pubblico, perché oramai lo percepiamo ovunque. Ed è ovunque».

Da un punto di vista sociologico, vivere nella società del rischio significa anticipare l’inaspettato. Il sociologo non è un mago, è uno scienziato sociale che si avvale della ricerca sociologica fatta di ipotesi, dati e previsioni. Per fare questo lavoro, devi saper mettere insieme più pensieri.

La sociologia è al servizio della società, quando il sociologo riesce ad intercettare il senso di smarrimento dei nostri giorni, nel momento in cui smonta i pregiudizi, rimodulando invisibile o ciò che i più danno per scontato.

L’indagine sociologica, ci dimostra che gli uomini e le donne di oggi non sono più cattivi di quelli di ieri, sono soltanto più smarriti. Un mondo senza scelta e libertà è un mondo dove paradossalmente tutti pensano di possedere verità assolute e certezze. A me non piace un mondo di questo genere, un mondo dove tutto è stato già deciso da ideologie e dogmi precostituiti. Il cambiamento è possibile, solo quando riusciamo a muoverci all’interno di un processo democratico, dove tutti hanno la possibilità di scegliere più opzioni. Sono contrario alle categorizzazioni, che dividono invece di avvicinare, combatto con chi pensa di essere normale definendo l’altro anormale. Non sono favorevole alla cultura della sicurezza, quella sbandierata dagli uomini forti perché a lungo andare genera chiusure e conflitti.

Il mutamento climatico, le guerre, gli attacchi terroristici, caratterizzano la società del rischio. Adesso sta a noi trovare le risorse per non lasciarci indebolire dagli eventi, per rispondere costruttivamente a queste nuove sfide.  È vero il senso di smarrimento crea sfiducia, e ci spinge ad abbracciare il securitarismo come nuova filosofia di vita.  Non a caso c’è sempre chi prova ad offrire più sicurezza, stabilità e ordine in cambio di minori libertà.

Ma fate attenzione la reazione securitaria invece di curare le nostre insicurezze in alcuni casi le nega oppure prova a controllarne la forma ma non la sostanza con pratiche d’intolleranza verso le minoranze o con la violenza perpetrata nei confronti dei dissidenti.

Certa politica come ha già fatto in passato nel tentativo di ripeterlo oggi, promette di addomesticare le nostre paure limitando le opzioni di scelta e di libertà. Così facendo con la promessa di maggior sicurezza si finisce per essere rinchiusi dentro una gabbia liberticida. Per concludere il discorso, mi rifaccio alle parole di Beck, quando scrive: «Dobbiamo accettare l’insicurezza come un elemento della nostra libertà. Può sembrare paradossale, ma questa è anche una forma di democratizzazione: è la scelta, continuamente rinnovata, tra diverse opzioni possibili. Il cambiamento nasce da questa scelta».

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Francesco Sassano

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