La Società della performance è una società che dice solo e soltanto Io

Viviamo in un mondo in cui tutto deve crescere, progredire, ingrandirsi. Ci preoccupiamo se il PIL non cresce, se il nostro conto in banca è fermo da mesi, misuriamo persino la crescita delle nostre relazioni. Misuriamo tutto con il righello, usiamo anche il goniometro e la squadretta quando si tratta di giudicare gli altri ma quasi sempre riusciamo ad essere molto tolleranti con noi stessi. La società della performance, dove tutto è competizione, ed il mondo è simbolicamente una montagna da scalare, chi resta indietro e non mantiene la posizione è responsabile del suo destino. La colpa resta la sua. Se sei povero, la colpa è tua, se sei ricco l’hai meritato. Sei stato più veloce, più lesto, più competitivo, più furbo vuol dire che hai raggiunto tutti gli obiettivi. Non importa chi hai lasciato dietro di te, come sei arrivato su in cima, e come hai ridotto l’Altro. La meritocrazia, mette tutti d’accordo. Non contano le condizioni sociali di partenza, quelle per alcuni sono solo un dettaglio. Per molti assume valore solo il traguardo. Non c’è da meravigliarsi se siamo perennemente in guerra tra di noi. Non mi riferisco al conflitto bellico in Ucraina, quello merita un discorso a parte. Anche se l’idea dello scontro, del conflitto con l’Altro, appartiene al concetto di guerra. Lo scopo ultimo della guerra è conquistare, annientare il nemico, distruggerlo ed impossessarsi dei suoi territori, delle sue risorse e beni. In una parola sola, lo scopo della guerra è dominare il vicino, l’Altro. Anche se vivi all’interno della società della performance in cui la crescita è il tuo unico scopo, per paura che qualcuno possa avere la meglio su di te, ti autoconvinci che il miglior modo per progredire sia quello di vincere sempre. Tentiamo ogni giorno di fare le scarpe al nostro vicino, al nostro competitor, al nostro collega di lavoro. Viviamo davvero male, perché tentiamo di sopraffarci a vicenda. Non è così? Mi sbaglio? Fateci caso, sempre più spesso, si innescano modalità di pensiero in cui siamo portati a pensare: ciò che è fuori deve essere mio oppure va distrutto. Diventano nemico lo Stato e la sua fiscalità, chi possiede più di noi e chi meno, i nostri genitori, la scuola, i nostri partner persino i nostri figli. La logica del sei: con me o contro di me. Ci mette contro chi ha diverse idee, chi ha un diverso colore della pelle, chi ha gusti sessuali diversi dai nostri. Abbiamo sperimentato durante la pandemia sotto vari aspetti e forme, questa logica in cui non esistono interlocutori, non esistono soluzioni ai problemi, ma esistono solo due schieramenti. In cui ci sono tifosi e nemici da combattere e reprimere. La sfera pubblica diventa un prolungamento del Mio Io. Dunque, mi interessi solo se posso guadagnarci qualcosa, e, se la pensi come me. Per la filosofa Maura Gancitano:“Il pubblico è uno spazio in cui Io entro in relazione con un Tu che non è identico a me, che è diverso, e rappresenta la possibilità di costruire un Noi inclusivo, in cui l’incontro sia incontro con l’Altro, non un’identità granitica che non si può mettere in dubbio, come nel caso dei movimenti nazionalisti”.
Ed invece, all’interno della società della performance, siamo portati ad escludere il Noi e dire troppo spesso Io. Viviamo in un mondo in cui il nostro raggio di azione, ci sembra illimitato, ma infondo, è una società votata alla crescita ed ai consumi, in cui viviamo sempre meno per soddisfare scopi superiori e viviamo sempre più per assecondare bisogni mondani. Una vita così fatta, diventa infondo una vita miserevole, in cui unico scopo della tua giornata è quello di soddisfare unicamente il tuo benessere. Se lo scopo è questo, allora vale la pena chiedersi: è questa la vita che voglio vivere?

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Francesco Sassano

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