La vita non è solo competizione

La società occidentale è basata fortemente sulla competizione, il capitalismo si fonda sull’economia del desiderio per raggiungere ciò che desideri “il fine giustifica i mezzi”. Non importa come, ciò che conta di più è arrivare primi, dimostrare agli altri di “avercela fatta” di aver raggiunto tutti gli obiettivi.

Più di ogni altra epoca storica, l’uomo aspira alla superiorità sull’Altro nel tentativo di essere superiore conduce una vita altamente performante, il cui unico obiettivo è primeggiare. Lo spirito competitivo altamente presente nella nostra società mette in crisi la condivisione e la cooperazione. Gianluca Gotto, autore del Blog Mangia Vivi e Viaggia, scrive: “Siamo in competizione da sempre, fin da quando eravamo così piccoli da non capire ancora il mondo degli adulti. Ma gli adulti, proprio loro, ci spingevano già a essere i migliori. I più belli, i più forti a pallone, i più popolari, i più bravi nei compiti in classe”.

La scuola raramente è un luogo di crescita personale, nessuno ti insegna ad essere felice, ad amare il prossimo a rispettare le diversità. Il sistema scolastico così diventa funzionale al sistema, diventa non una palestra di vita ma un’arena in cui vivi le prime competizioni. L’ansia del compito in classe, l’interrogazione, i voti. Un sistema educativo in cui i rendimenti sono calcolati da scadenze e tabelle. A fine anno si stabilisce chi è il primo e chi è l’ultimo. Per molti questo sistema è meritocratico ed in nome della meritocrazia: ognuno ha quel che si merita. Funziona proprio così? Ne siete sicuri! 

Le risposte alle domande non sono proprio facili, perché le ragioni sono complesse.

Lavoro o performance

Uno dei motivi per i quali siamo altamente competitivi è da ricercare all’interno del mondo del lavoro. Viviamo all’interno della società della performance, non ci viene più chiesto di lavorare ma di produrre prestazioni. Questo meccanismo come vedremo ha dei risvolti molto interessanti nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi. Dovete sapere che la società della prestazione è nata alla fine degli anni ’80 quando è venuta meno la società salariale, quella fondata sul contratto di lavoro a tempo indeterminato, basata sul modello della fabbrica tayloristica, in cui le 8 ore di lavoro erano sistematicamente pensate ed organizzate. L’implosione del modo di produzione post-fordista mette in crisi il contratto di lavoro, nel frattempo si procede ad un litfting giuridico, che introduce i cosiddetti contratti a progetto, stage, tirocini, voucher. La dimensione lavorativa si è modificata, e con essa anche la trasformazione da lavoratore a consumatore si è completata ed ha lasciato spazio ad una nuova categoria: la trasformazione da soggetti a progetti. Viviamo in una società interconnessa, in cui ognuno di noi ha libero acceso ad internet ed ha aperto almeno un profilo social, che, a sua volta diventa il brand di noi stessi, che va pubblicizzato, promosso, tenuto in vita. Non esisti se il tuo progetto muore. Gli individui sono stati spinti a percepirsi come capitalisti di sé stessi, veri e propri detentori del proprio capitale umano. Come dice, il filosofo Byung-Chul Han: “Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro”. All’interno di questo sistema, tutto fa eco, tutto fa immagine, ed ogni aspetto della nostra vita è commercializzabile. Per essere sempre più appetibili all’interno del mercato del lavoro così come in quello della vita quotidiana, siamo tutti dei performer. Come scrive Maura Gancitano, nel saggio “La società della performance”: “Quella in cui viviamo è una società in cui ciascuno è costretto ad avere un’immagine pubblica, inautentica. Tutto viene visto come una performance, ogni cosa può meritare di essere usata per accrescere la propria reputazione e visibilità”. Per dirla in altri termini il lavoro si è soggettivizzato, siamo i nostri progetti che pubblicizziamo attraverso le nostre performance utilizzando le nuove tecnologie ed i relativi social come cassa di risonanza per promuovere il nostro avatar.

La trappola della competitività

All’interno di questo scenario il tempo del lavoro ed il tempo libero non sono più realmente separati, il tuo progetto deve essere tenuto vivo in tutti i modi possibili ed immaginabili, essere online significa essere vivi.

La reputazione di una persona è la somma di tutte le performance, del seguito che riesce ad attrarre. Nel bene e nel male una performance positiva o negativa può decretare la tua storia. La celebre frasi di Andy Warhol: “Nel prossimo futuro tutti potranno avere 15 minuti di celebrità” è già superata.

Oggi c’è chi è molto celebre e chi è meno celebre, non esistono più attori e spettatori, tutti hanno un loro pubblico, c’è chi hai più seguito e chi ha meno seguito sui social. Tutti cercano di accrescere il proprio valore registrando nuove attività da mostrare al proprio pubblico.

Così facendo siamo caduti nella trappola della competitività, il nostro unico desiderio è quello di rimarcare la nostra superiorità attraverso post preconfezionanti in cui esibiamo le nostre merci. Cerchi di essere sorridente e felice come quelli della famiglia del Mulino Bianco, non perché ti interessa ma per assecondare interesse degli altri, di chi ti segue e puntualmente dà valore alla tua prestazione con un “like”.

Continuare a paragonarsi agli altri con spirito competitivo allo scopo di avere la meglio sull’altro alla lunga ci autodistrugge, vivere con lo stress di perdere posizione nel ranking sociale contribuisce ad aumentare ansia e disturbi psichici ed il clima individualistico avvelena le nostre relazioni e ci rende sempre più soli e sempre più interconnessi.

Purtroppo non è facile smantellare questo sistema. Il segreto è non vivere nell’ottica della corsa verso il successo all’interno di logiche competitive. A mio avviso fino a quando considererai le relazioni interpersonali nei termini di una competizione con l’altro la felicità del tuo vicino sarà la tua sconfitta. Tutto ciò non ti aiuterà a sviluppare, sentimenti di empatia o felicità con chi ti vive accanto. Invece quando ti sentirai libero dallo schema della competizione il tuo bisogno di trionfare su qualcuno svanirà e con esso anche la paura del “forse perderò” ed in quel momento imparerai a gioire delle altrui gioie. Solo in quell’istante, ti sentirai parte del cosmo e gli altri non saranno i tuoi avversari ma tuoi compagni di vita ed anche le tue relazioni interpersonali avranno dei risvolti positivi.

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Francesco Sassano

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