Le nuotatrici: l’incredibile avventura di Yusra e Sarah Mardini

Lo storytelling è l’arte del saper raccontare una storia, nel cinemaun film senza la storia è come un libro senza lettere. Il regista Sally El Hosaini, nel film “Le nuotatrici” ha raggiunto lo scopo di narrare con le giuste lettere una storia vera come quella delle sorelle siriane, Yusra e Sarah Mardini, fuggite da Damasco nel 2015 da una cruenta guerra civile riuscendo a parlare alla mente collettiva dei telespettatori. Oggigiorno, telegiornali, social e giornali raccontano quotidianamente di sbarchi e naufragi, di corpi ritrovati e di miracolosi salvataggi. Siamo assuefatti a questa tipologia di notizie. Sarà ignavia, sarà scarsa empatia, sarà che delle vite di chi scappa da guerre, fame e pestilenze sembra che non interessi a nessuno. Il naufragio di Cutro, non ha scosso i cuori, ci commuoviamo quel tanto che basta per poi dimenticare. La società civile è silente. La politica non pone rimedio. Ci pensa il cinema con questa pellicola ad aprire uno squarcio, ad interrompere la sonnolenza di spettatori appiattiti dai reels su tit tok.

Un video breve, ci assorbe per pochi secondi, e poi ne scorre un altro e un altro ancora. Cosa ci resta? Niente! Ma questo è un altro discorso.

Torniamo al film, le due campionesse di nuoto siriane, arrivano dopo mille peripezie in Germania. Sarah con caparbietà torna in vasca, si rimette in gioco e partecipa alle Olimpiadi 2016 di Rio de Jainero. La sorella Yusra, torna a Lesbo per collaborare con l’ONG Emergency Response International Center (ERCI). Nel 2018, viene arrestata con l’accusa di spionaggio e traffico di esseri umani. Sarah si è detta innocente e al momento sta sostenendo il proprio processo, più volte rimandato, qualora fosse ritenuta colpevole potrebbe ricevere 20 anni di carcere.

Il merito di questo film, è quello di avere dato voce ai rifugiati di aver posto una domanda alla base di ogni discorso: Chi sono i rifugiati?

Negare la società in movimento significa negare la realtà, i dati oggettivi contano 68,5 milioni secondo le stime in possesso dell’UNHCR. Numeri destinati a crescere per l’aumento di guerre, carestie, pestilenze, persecuzioni razziali e di genere.

Poeticamente, Warsan Shire, con questi versi racconta la storia di chi fugge:

Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia
Che ti mormora nell’orecchio
Vattene,
scappatene da me adesso
non so cosa io sia diventata
ma so che qualsiasi altro posto
è più sicuro che qui.

Su “cosa fare?” ne abbiamo già scritto, prima che la situazione imploda, è necessario e conveniente spingere per quanto possibile a flussi di ingresso regolari, cercando di diminuire immigrazione irregolare.  Per minimizzare i costi sia per la società d’accoglienza ed anche per evitare ai migranti le disavventure capitate a Yusra e Sarah Mardini.

Partiamo da un presupposto, l’immigrazione c’è e ci sarà è uno scenario inevitabile. Di fronte ad un fiume in piena possiamo creare delle barriere e dei fossati ma prima o poi l’acqua troverà un varco per aggirare l’ostacolo e la sua forza sarà ugualmente dirompente. Fuori di metafora, non basterà aiutare la Libia, come prima la Turchia per interrompere i flussi. Una cosa è certa: non si può più fare finta di niente.

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Francesco Sassano

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