Le nuove generazioni rifiutano il lavorismo

Siamo immersi all’interno di un’economia di mercato che invoca ogni giorno maggiore flessibilità, la nostra società sembra sempre meno interessata a coniugare lo sviluppo umano con quello economico. Sempre più persone sono completamente immerse nel proprio lavoro ma un conto è lavorare per portare a casa la pagnotta un altro è dedicare la propria esistenza completamente all’attività lavorativa escludendo il mondo circostante. Così facendo il lavoro si trasforma in una fede. Questa nuovo modus vivendi prende forma da chi come Jack Ma, fondatore della società di commercio online Alibaba , ritiene che lavorare dalla mattina alla sera sia unico modo per realizzarsi. Il noto imprenditore cinese è un convinto sostenitore del 996, ossia lavorare dalle 9 di mattina fino alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana. Ha detto: “Personalmente penso che il 996 sia un’enorme benedizione. Come si ottiene il successo che si desidera senza sforzi e tempo aggiuntivi?”. Chi lavora meno “non assaporerà mai la felicità e le ricompense del duro lavoro”.

Che cos’è il lavororismo?

Il lavorismo, non è altro ciò che assistiamo ogni giorno, persone sempre più prese ed indaffarate, senza tempo e apparentemente felici, che lavorano oltre gli orari contrattuali. Il lavoro si è trasformato in una fede religiosa. Il lavoro si trasforma, in questi casi sempre più diffusi, in un culto, perché promette identità, trascendenza e comunità. Ti promette un’identità che a sua volta ti dà la possibilità di riconoscerti in un gruppo di pari: i tuoi colleghi, la tua categoria professionale e così via.

Identità, a sua volta ti produce una mission che ti suggerisce chi sei, cosa vuoi, quali obiettivi devi raggiungere nella vita, in ultimo ti fornisce un ideale di trascendenza, perché ti connette con una vision capace di darti un senso o meglio un’illusione; comunità, perché hai un insieme di fedeli il più delle volte i tuoi colleghi con i quali hai la possibilità di rinsaldare un’esperienza tossica autoreferenziale, dogmatica e acritica.

La situazione italiana

L’Associazione Italiana Direzione Personale (ADPI) ha pubblicato i dati secondo cui le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende. Questa tendenza può essere spiegata in questo modo: la ripresa del mercato del lavoro, la ricerca di condizioni economiche più vantaggiose ma soprattutto con la speranza di coniugare un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro. Da questi dati emerge in modo chiaro e netto, come le nuove generazioni a partire dai Millennial alla Generazione Z siano in netto contrasto con i figli degli anni Sessanta/Settanta. Le nuove generazioni non accettano più di buon grado lo sfruttamento del libero mercato che si basa sulla subdola persuasione che porta gli individui a investire la propria realizzazione personale nel lavoro, con carichi sempre più intollerabili, con richieste di flessibilità inaccettabili, cambi turno, ferie negate e reperibilità h 24. Per non parlare delle paghe basse elemento decisivo che induce molti a cambiare vita per volare all’estero.

Al momento non esistono tanti contributi su questa tematica, Sarah Jaffe, nota giornalista americana, ha scritto uno studio interessante, intitolato “Il lavoro non ti ama” un’esposizione sociologica che mette in risalto come la società moderna, infonde un messaggio ben preciso: essere indaffarati è trendy. Nella nostra cultura, essere sempre impegnati senza tempo da dedicare agli altri, significa percepirsi ed essere percepiti alla pari di una persona importante.

Lavorare meno non significa essere meno efficienti

Quanto lavoriamo? Secondo lo studio Working Time Around the World: Trends in working hours, laws, and policies in a global comparative perspective circa il 22% della forza lavoro mondiale, vale a dire 614,2 milioni di lavoratori, ha orari eccessivamente lunghi, che finiscono con l’influire negativamente tanto sul proprio stato psicofisico quanto sulla produttività.

Il sistema capitalistico non conosce profitto senza sfruttamento del lavoro salariato, a tal proposito osservò Carlo Levi: “Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo” scrisse “sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano.”

Che senso ha lavorare così duramente quando non resta tempo e non restano energie per niente altro?

Prima di tutto questa devozione al lavoro non è più scontata come un tempo, le nuove generazioni non sono più disposte a perpetrare il sistema occupazionale così come l’hanno ereditato. Questo vuol dire che prossimamente sarà sempre più probabile una fuga di cervelli e di manodopera specializzata o al contrario inasprirsi di nuovi conflitti con le classi dominanti per rivendicare maggiori diritti e contesti lavorativi più umani.

Perché lavorare meno avrebbe dei riflessi positivi e non significherebbe essere meno efficienti?

Nel prossimo futuro automatizzazione e la digitalizzazione del mondo lavorativo ridurrà quasi certamente i posti di lavoro e quindi sarebbe lungimirante già da oggi diminuire gli orari di lavoro così facendo diminuirebbero i rischi di incidenti sul lavoro, malattie sul lavoro, con i relativi costi che ne conseguono per intera comunità. Lavorare meno non significa essere meno efficienti. Ciò significherebbe dare la possibilità a tutti di lavorare, in modo equo, di conciliare famiglia e lavoro. Lavorare meno e lavorare tutti avrebbe una conseguenza benefica sulle strutture sociali e familiari, il lavoro di cura non ricadrebbe soltanto sulle donne. Favorirebbe posti di lavoro part-time di alta qualità e allo stesso tempo contribuirebbe ad avere una ricaduta sociale utile a promuovere le pari opportunità.

Nuove prospettive lavorative

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il lavoro occupa una dimensione strutturale fondamentale all’interno di ogni contesto sociale alla cui costruzione ognuno può contribuire anche attraverso il lavoro salariato.

A tal proposito, Gancitano Maura e Colamedici Andrea nel loro saggio “Ma chi me lo fa fare?” affermano: “Per questa ragione l’esito dello scontro non può essere un aut-aut tra il lavoro nella sua forma novecentesca, ormai esaurita o la disoccupazione: sarebbe un risultato evidentemente svantaggioso per entrambe le parti.

Un primo passo potrebbe essere iniziare a comprendere situazioni diverse dalla propria, cambiando di conseguenza la narrazione sui giovani indecisi, le cui scelte poco ponderate apparirebbero sintomi di immaturità, e domandarsi come un luogo di lavoro possa, oggi, essere totalmente attrattivo.  Bisogna intendersi, quindi, intorno a cosa rappresenti oggi il lavoro: non soltanto un meccanismo di produzione economica, capace di generare uno stipendio con cui affrontare le spese quotidiane, ma sempre di più il fulcro dell’identità e dello scopo della vita”.

Per concludere il cambio di prospettiva sembra essere in una fase germinale ma non è da sottovalutare, da una parte ci sarà chi si ostinerà a proseguire controvento, ostacolando il processo di cambiamento del mondo del lavoro, proseguendo le linee neoliberiste, individualiste e opprimenti, e chi dall’altra parte dovrà avere la forza ed il coraggio di opporsi a questo stato di cose rivendicando il diritto a coniugare lavoro e vita.

Picture of Francesco Sassano

Francesco Sassano

Tabella dei Contenuti