“Memorie a brandelli” di Evelina Nazzari: il coraggio di tornare indietro per ritrovarsi
Quando un diario diventa uno specchio
Ci sono momenti nella vita in cui il passato torna senza preavviso. Non bussa, non chiede permesso: riemerge.
È quello che accade a Evelina Nazzari quando, durante un trasloco, si ritrova tra le mani un vecchio diario degli anni ’70. Pagine ingiallite, parole dimenticate, frammenti di una vita che sembrava ormai archiviata.
A quel punto, la scelta è netta: buttare tutto o fermarsi.
Evelina sceglie di fermarsi.
Da qui nasce “Memorie a brandelli”, un’autobiografia che non segue una linea retta, ma si muove tra ricordi, emozioni e ritorni improvvisi al presente. Un vero e proprio vagabondaggio interiore.
Una storia personale che diventa universale
Figlia del grande attore Amedeo Nazzari e dell’attrice Irene Genna, Evelina cresce in un ambiente artisticamente denso, quasi inevitabile.
Eppure, questo libro non è il racconto di una “figlia d’arte”.
È qualcosa di più profondo: è il tentativo di dare ordine a ciò che ordine non ha. Ricordi, relazioni, ferite, aspettative. Tutto si intreccia in una narrazione che riflette esattamente il modo in cui funziona la memoria: per salti, per associazioni, per ritorni.
Il teatro: scelta o destino?
Una delle frasi più significative del libro è questa:
“Ho fatto l’attrice perché quando ero a scuola recitare poesie mi faceva battere il cuore… In ogni caso non vedevo altri orizzonti.”
Non c’è costruzione, non c’è retorica. C’è una verità semplice: il teatro non è stato solo una passione, ma una direzione quasi obbligata. Un luogo in cui riconoscersi, ma anche un’eredità difficile da ignorare.
Madre e figlia: un legame complesso
Il rapporto con la madre è uno dei punti più intensi del libro. Non viene addolcito, né semplificato:
“Lei… aveva esercitato su di me il potere di vita e quindi di morte… Lei mi aveva partorito.”
Sono parole forti, che raccontano un legame profondo e, a tratti, conflittuale. Un rapporto fatto anche di silenzi e tensioni, che molti lettori potranno riconoscere.
Amore, errori e quella sensazione di “quasi”
Evelina si osserva con uno sguardo lucido, a volte severo. Non si assolve.
“È sensato far morire un amore per sbadataggine?”
E ancora:
“La percezione di essere sempre a un passo… dalla felicità. Quasi, ma non ancora.”
Questo senso di incompiuto attraversa tutto il libro. Ed è forse uno degli elementi più autentici: quella sensazione che qualcosa sfugga sempre, anche quando sembra vicino.
Il dolore che resta: Leonardo
C’è un filo silenzioso che attraversa ogni pagina: il ricordo del figlio Leonardo.
Non viene mai raccontato in modo diretto o insistito. E proprio per questo arriva ancora più forte. È una presenza costante, discreta, ma impossibile da ignorare.
Un dolore che non ha bisogno di spiegazioni.
Una scrittura che non cerca di piacere
La scrittura di Evelina Nazzari è sincera, riflessiva, a tratti ruvida. Non cerca consenso, non prova a essere accomodante.
Ed è proprio questo il suo punto di forza.
Leggendo, si ha la sensazione di assistere a qualcosa di vero, non filtrato. Come se l’autrice, per una volta, non stesse interpretando un ruolo, ma fosse semplicemente sé stessa.
La mia opinione
Memorie a brandelli non è un libro da leggere distrattamente.
È un libro che chiede presenza.
Ho apprezzato la sua onestà, la capacità di non semplificare, di restare dentro anche alle parti più scomode. In alcuni passaggi emerge una forte autocritica, ma non risulta mai forzata: è coerente con il percorso dell’autrice.
È una lettura che può risuonare profondamente, soprattutto se ti interessano le dinamiche familiari, l’identità e il modo in cui il passato continua a vivere dentro di noi.
Tra memoria e identità: dialogo con Evelina Nazzari
Prima di entrare nel vivo dell’intervista, vale la pena fermarsi un attimo su chi è Evelina Nazzari.
Attrice, autrice e fotografa, Evelina Nazzari ha attraversato il teatro, il cinema e la televisione con uno sguardo sempre personale, costruito nel tempo tra grandi classici e drammaturgia contemporanea. Figlia di Amedeo Nazzari e Irene Genna, ha saputo trasformare un’eredità importante in un percorso autentico, fatto di ricerca, disciplina e sensibilità artistica.
Negli ultimi anni, alla scena ha affiancato la scrittura e la fotografia, dando vita a opere intime e riflessive, capaci di esplorare memoria, identità e legami profondi. Con Memorie a brandelli, questo percorso trova una delle sue espressioni più personali.
Ed è proprio da qui che parte la nostra conversazione.

Evelina, parto da una curiosità semplice: quando hai ritrovato quel diario, hai pensato subito a un libro o è arrivato dopo?
Confesso che il primo impulso è stato quello di parlare di mia madre, del nostro difficile rapporto e di come, dopo pochi anni di analisi e molti di psicoterapia, l’avevo capita. E’ in un secondo momento che ho ritrovato il diario, che ho rivisto il mio passato e che mi sono messa in caccia delle mie radici. Il mio libro è un vagabondaggio disordinato nei meandri nella mia vita. L’idea di farne un libro e di pubblicarlo è arrivata dopo.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quelle pagine non andavano buttate?
Io butto poco, molti mi prendono in giro per questo. A volte mi piace riciclare i mobili, dargli una nuova vita. E, spesso, quando ho eliminato mi sono pentita, magari solo un po’. Aprire e sfogliare quel diario così confuso, che ha attraversato mille traslochi, con i bordi rovinati, con i compiti per la scuola ma anche le frasi della mia compagna di banco, ha fatto riaffiorare una delle mie tante vite, e sono andata a ritroso, cercando di ritrovare anche ciò che non conoscevo. La memoria: una parola che mi affascina, spesso molto lontana dalla verità. Non ho mai cercato la verità (tranne per un episodio che riguarda mio nonno materno) e ho voluto riportare quello che affiorava dai racconti degli altri, magari tramandati oralmente per generazioni, certamente modificati senza volerlo, e i miei ricordi, anche loro deformati dal tempo e da ciò che sono diventata. Dice lo psichiatra francese Boris Cyrulnik, scampato, a cinque anni, dai campi di sterminio nazisti, che la memoria non è il semplice ritorno del ricordo, è una rappresentazione del passato, è l’immagine che ci si fa del passato.
Scrivere ti ha fatto più male o ti ha aiutato a mettere ordine?
L’ordine non è proprio la mia specialità, ma diciamo che sì, in parte mi ha aiutato a rimettere a posto alcuni pezzi del puzzle. A volte mi ha fatto male. Ripercorrere o rivangare il passato, momenti lieti ormai svaniti o momenti dolorosi non completamente elaborati, può fare male. Ma spostare altrove, insomma, scrivere della propria sofferenza è sicuramente un modo, effimero e provvisorio, di allontanarla da sé, almeno per un po’. Oppure può suscitare nostalgie malinconiche ma dolci, la saudade, come dicono i portoghesi. A volte genera anche un sentimento di tenerezza per quella persona che sei tu, ma che ti sembra così diversa, lontana, inconsapevole. Comunque, sì, ritrovare le proprie radici aiuta a rimettere ordine in sé stessi.
Nel libro sei molto severa con te stessa: è uno sguardo che hai sempre avuto o è arrivato col tempo?
Sono sempre stata un’insicura. E posso dire che solo da pochi anni mi sono resa conto di quello che valgo. E’ raro che dica, Questa cosa è ben fatta, brava. Ma quando lo dico, e me lo dico, sono convinta che sia vero.
Parli molto di tua madre. Se oggi potessi dirle qualcosa senza filtri, cosa le diresti?
Scusa, non ti ho capita. Ti ho molto criticato come madre, ma considerando la tua vita difficile, con gli strumenti che avevi, non saresti potuta essere una madre migliore. Purtroppo se n’è andata troppo presto, a soli 56 anni, e io non avevo ancora fatto quel percorso psicanalitico che è arrivato molto più tardi.
Quanto ha pesato, davvero, essere figlia di Amedeo Nazzari?
Questa domanda me la sento fare da circa cinquant’anni! Ma la capisco… Sì e no. Per il mio lavoro di attrice, beh, mi conoscevano anche quando ero sconosciuta, cioè, quando non avevo fatto ancora niente (copertine sulle riviste con papà e mamma e cose simili) e questo mi imbarazzava, perché sentivo, negli altri, certe aspettative che non ero sicura di poter soddisfare. Ero estremamente timida e avevo paura che si pensasse, Ma questa chi si crede di essere! Di fatto non ho saputo sfruttare davvero il mio cognome, non mi facevo avanti come chi si vuole affermare da perfetta sconosciuta. A volte mi scritturavano perché ero la figlia di… (raramente) o non mi scritturavano proprio perché ero la figlia di… (più spesso).
Quella che ho descritto è la parte negativa. Quella positiva è che sono sempre stata e sono ancora orgogliosa di essere la figlia di un mito e un bravo attore, ma, soprattutto, di essere la figlia di una bellissima persona, tenera, generosa, insomma, una gran bella anima.
Scrivere di Leonardo è stato un modo per stargli più vicino?
Leonardo è stato la prima vera spinta a scrivere. Buttavo giù, su fogli e sul computer, tutto il mio dolore. Avevo bisogno di vomitare letteralmente la mia sofferenza e la mia rabbia da qualche parte, per riuscire ad andare avanti, a fare qualche passo, per poi ritrovarmi indietro, e poi ancora avanti. Sempre passi piccoli, a volte impercettibili. Ma è anche grazie alla scrittura che sono ancora qui. A quasi vent’anni dalla sua partenza è appena uscito Dopo la fine, i miei primi due anni di lutto. Un modo per stargli più vicino? Non so, è possibile. Forse è stato ancora più importante scrivere e rappresentare, insieme ad un gruppo meraviglioso che mi ha “accudito” e protetto, Torna fra nove mesi, spettacolo teatrale catartico che ancora portiamo in giro. In Memorie a brandelli Leonardo aleggia, c’è sempre, per me, anche se non ne è il protagonista.
Se dovessi descrivere questo libro come se fosse una scena teatrale, che scena sarebbe?
Una persona che stimo molto mi ha detto che da questo libro potrebbe venir fuori un bel film. Mi pare una specie di affresco che ricopre un’epoca dimenticata e sconosciuta ai più giovani e che vede in scena più generazioni scomparse. Impossibile immaginare uno spettacolo teatrale, dato il numero di personaggi che dovrebbero entrare in scena. Se, invece, dovessi descrivere un’unica scena, sceglierei l’inizio e la fine del libro: vedrei una donna sola, in una stanza in penombra, col fiammifero acceso in mano che sfoglia il suo diario di scuola, perduta nei suoi pensieri e ricordi, mentre una sfilza di sagome, forse ombre, si aggirano, scorrono sul fondo, poi spegne il fiammifero e comincia a dialogare con sua madre.
Prima di salutarci, ti va di raccontarci a cosa stai lavorando adesso? C’è un nuovo progetto, magari ancora in fase embrionale, che senti particolarmente vicino?
Sto finendo di scrivere una specie di sequel di Memorie a brandelli. Parlo più delle mie tante vite che dei miei antenati. Cerco di ripercorrere la mia esistenza (fatta di tante vite messe una accanto all’altra, così mi pare) attraverso il filo rosso delle case in cui ho vissuto e dei vari traslochi dove, ogni volta, si perdono mobili, oggetti… e qualcosa di sé.