“Mou” di Marta Brioschi: il viaggio di un protagonista invisibile alla ricerca del proprio posto nel mondo
Viviamo in una società in cui, fin da piccoli, impariamo a cercare un riconoscimento esterno. Essere visti, essere scelti, essere apprezzati: sono dinamiche che accompagnano la crescita e che spesso iniziano molto prima di quanto immaginiamo.
Ma cosa succederebbe se il protagonista di una storia non avesse un volto, un colore, una forma? Se fosse completamente invisibile?
Da questa domanda nasce “Mou”di Marta Brioschi, libro illustrato per bambini con le immagini di Roberta Notarangelo, che attraverso il viaggio di un piccolo protagonista senza corpo affronta temi profondi come identità, appartenenza, amicizia e accettazione di sé.
Mou non sa chi è, non sa da dove arriva e non conosce ancora quale sia il suo posto nel mondo. Possiede però qualcosa di fondamentale: una grande curiosità.
È proprio questa curiosità a spingerlo a esplorare la città e a lasciarsi guidare dagli incontri che farà lungo il cammino.
Una storia pensata per i bambini dai 5 ai 9 anni, ma capace di parlare anche agli adulti, perché la domanda che accompagna tutto il racconto è una domanda universale:
“Qual è il mio posto?”
Chi è Mou? Un protagonista invisibile alla ricerca della propria identità
Mou è un essere invisibile.
Non aveva una pancia, un naso, una faccia, braccia o gambe. Non aveva nulla di ciò che normalmente utilizziamo per definire qualcuno.
Eppure possedeva una caratteristica speciale: il desiderio di conoscere.
Come racconta Marta Brioschi:
“Voleva conoscere il mondo e tutto ciò che c’era dentro”.
Questa frase racchiude uno dei messaggi più importanti del libro: la curiosità come primo passo per crescere, mettersi in gioco e scoprire non solo ciò che ci circonda, ma anche noi stessi.
Mou non sa da dove viene, non sa perché sia comparso sulla Terra, ma sente il bisogno di viaggiare, incontrare altri esseri viventi e comprendere quale sia il suo spazio.
La sua invisibilità diventa una metafora molto potente.
In un mondo che spesso ci chiede di essere immediatamente riconoscibili, belli, performanti e continuamente presenti, Mou rappresenta una prospettiva diversa: ci ricorda che il valore di una persona non dipende soltanto da ciò che appare agli occhi degli altri.
A volte serve uno sguardo più attento.
Uno sguardo capace di andare oltre la superficie.
Il viaggio di Mou: scoprire sé stessi attraverso gli incontri
Mou decide di attraversare la città e durante il suo percorso incontra animali e personaggi che diventano per lui occasioni di crescita.
Ogni incontro lascia qualcosa: una riflessione, un insegnamento, una nuova consapevolezza.
Il viaggio esterno di Mou diventa così anche un viaggio interiore.
Tra i passaggi più significativi del libro troviamo l’incontro con la brezza.
La brezza dice a Mou:
“Se non vuoi stare solo, cercati un luogo dove ci sia una luce che possa valorizzarti”.
Mou allora domanda:
“Ci sarà davvero un luogo così, per me?”
La risposta della brezza racchiude uno dei messaggi più belli della storia:
“C’è un posto per tutti, a questo mondo. Devi solo cercarlo”.
È un pensiero che parla ai bambini, ma anche agli adulti.
La crescita personale nasce proprio da qui: dalla capacità di assumersi la responsabilità del proprio percorso, dal coraggio di cercare, provare, sbagliare e scoprire chi siamo davvero.
“Mou” e il valore educativo della lettura: quando una storia diventa esperienza
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Marta Brioschi è la scelta di non fermarsi alla narrazione.
Alla fine del libro, infatti, l’autrice propone una serie di spunti e attività interattive pensate per essere condivise con i bambini, coinvolgendo genitori, insegnanti ed educatori.
Non si tratta semplicemente di esercizi da svolgere, ma di occasioni per aprire un dialogo e accompagnare i più piccoli nella riflessione su temi importanti:
- la propria identità;
- il senso di appartenenza;
- il riconoscimento delle emozioni;
- le proprie qualità;
- i punti di forza personali.
La lettura diventa così un’esperienza partecipata.
Il bambino non è soltanto colui che ascolta la storia di Mou, ma può iniziare a raccontare anche qualcosa di sé.
Un genitore può leggere il libro insieme al proprio figlio e trasformare alcune domande in un momento di confronto.
Un insegnante può utilizzarlo come strumento educativo per lavorare sul gruppo classe e sulle relazioni.
Un educatore può partire dalla storia per sviluppare attività dedicate all’empatia e alla conoscenza di sé.
Perché il valore di “Mou” non è soltanto raccontare il viaggio di un piccolo protagonista invisibile, ma invitare ogni bambino a iniziare il proprio viaggio alla scoperta della propria identità.
Perché leggere “Mou” di Marta Brioschi?
La letteratura per bambini spesso utilizza personaggi fantastici per raccontare grandi domande.
Pensiamo a “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, dove un viaggio tra pianeti diventa una riflessione sul significato dei legami, dell’amicizia e sulla capacità di vedere oltre ciò che appare.
Oppure a “Il Gruffalò” di Julia Donaldson e Axel Scheffler, una storia che attraverso fantasia e ironia racconta il coraggio, l’intelligenza e la capacità di affrontare le proprie paure.
Anche “MOU” utilizza il linguaggio della fiaba per affrontare una domanda essenziale: chi sono io e dove posso sentirmi accolto?
La particolarità del libro di Marta Brioschi sta nella scelta di un protagonista invisibile.
Mou non cerca soltanto un luogo fisico.
Cerca uno spazio emotivo.
Cerca qualcuno capace di riconoscerlo.
Ed è proprio questa la domanda che il libro lascia anche agli adulti:
Quanto siamo capaci di vedere davvero gli altri, oltre ciò che appare?
Le illustrazioni di Roberta Notarangelo: dare forma all’invisibile
A rendere ancora più coinvolgente il viaggio di Mou sono le illustrazioni di Roberta Notarangelo.
Il suo lavoro accompagna il lettore dentro un universo delicato, poetico e ricco di sensibilità, riuscendo a dare forma e colore a un protagonista che, per definizione, una forma non ce l’ha.
Le immagini non sono semplicemente un accompagnamento visivo, ma diventano parte integrante del racconto: aiutano i bambini a entrare nella storia e amplificano emozioni, incontri e significati.
“Mou” di Marta Brioschi: una storia per bambini che parla anche agli adulti
Leggere “Mou” significa accompagnare un bambino in un percorso alla scoperta di sé.
Ma significa anche ricordare agli adulti una cosa importante: tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo cercato il nostro posto nel mondo.
Mou ci insegna che non dobbiamo essere uguali agli altri per avere valore.
A volte proprio ciò che ci rende diversi è ciò che può illuminare il nostro cammino.
Perché ogni persona, anche quella apparentemente invisibile, merita ascolto, spazio e luce.
Conosciamo Marta Brioschi
Lettrice appassionata da sempre e scrittrice per scelta maturata nel tempo, Marta Brioschi ha iniziato a pubblicare i suoi libri dopo i cinquant’anni, dimostrando che la scrittura non ha un’età, ma nasce quando una storia sente il bisogno di essere raccontata.
Vive a Bolzano, è madre di tre figli adulti e si muove con naturalezza tra generi diversi: dal giallo al thriller psicologico, dalla narrativa fantasy alla letteratura per l’infanzia, fino alla poesia. A unire le sue opere è un principio a cui si ispira dichiaratamente, mutuato dalle Lezioni americane di Italo Calvino: la leggerezza, intesa non come superficialità, ma come capacità di affrontare temi profondi con delicatezza, sensibilità e immaginazione.
Con Be Strong Edizioni ha pubblicato i quattro romanzi della serie I Misteri di Mae Son-Jun, il thriller psicologico Ferite a Fior di Labbra, i libri per bambini Un anno di rime e giochi e MOU, oltre al fantasy esoterico Il Guardiano di Gwenden.
Con “Mou”, Marta Brioschi conferma la sua attenzione verso storie capaci di parlare ai più piccoli senza rinunciare a coinvolgere anche gli adulti, affrontando con semplicità temi universali come l’identità, l’appartenenza, il coraggio e la ricerca del proprio posto nel mondo.

Intervista a Marta Brioschi, autrice di “Mou”
Marta, da dove nasce l’idea di creare Mou, un protagonista invisibile che attraversa il mondo alla ricerca del proprio posto?
Mou nasce letteralmente dalla sera: dalle storie che inventavo per i miei figli quando erano piccoli. Il gioco era sempre lo stesso — loro mi davano tre spunti (“voglio uno zoo, una bimba che mi assomiglia e una talpa”, per esempio) e io dovevo imbastire al volo un racconto che li tenesse insieme. Un protagonista invisibile è stato quasi una conseguenza naturale: un personaggio fatto di niente può andare ovunque, infilarsi in un taschino, cadere in un tombino, e soprattutto può essere riempito dall’immaginazione di chi ascolta. E poi mi affascinava il paradosso: raccontare qualcuno che nessuno vede è il modo più diretto per parlare del bisogno, che tutti abbiamo, di essere visti.
La domanda “Qual è il mio posto?” è il cuore del libro. Perché hai scelto di affrontare il tema dell’identità e dell’appartenenza attraverso una storia per bambini?
Perché “qual è il mio posto?” è una domanda che i bambini si fanno prima e più onestamente degli adulti — a scuola, tra i compagni, in famiglia. Solo che noi grandi tendiamo a rispondere con discorsi astratti, e i bambini con i discorsi astratti non ci fanno niente. Una storia invece funziona: Mou non riceve mai una definizione di sé, la costruisce incontro dopo incontro, e ogni amico gliene restituisce un pezzo. È la brezza a dargli il consiglio che per me è il cuore del libro: cercati un luogo dove ci sia una luce che possa valorizzarti. Non devi cambiare quello che sei; devi trovare la luce giusta. Mi sembrava un modo gentile di dire ai bambini che l’appartenenza non è omologarsi, è essere riconosciuti.
Mou è invisibile, ma possiede una grande curiosità verso la vita. Quanto è importante educare i bambini alla capacità di osservare, porsi domande e scoprire il mondo?
È forse la cosa più importante di tutte, e nel libro ho provato a farla accadere su due livelli. Nella storia: Mou non ha niente, ma ha la curiosità, ed è quella a costruirgli una vita e degli amici. E nella lingua: ho scelto apposta parole che i bambini probabilmente non conoscono — “belluino”, “iridescente”, “confabulare” — perché volevo che si fermassero, che chiedessero, che provassero prima a indovinare il significato da soli. La domanda è il momento in cui un bambino smette di subire il mondo e comincia a esplorarlo. Flora, la talpa cieca, lo dice a modo suo: ci fidiamo troppo degli occhi e troppo poco degli altri sensi. Osservare davvero è un’attività di tutto il corpo e di tutta la testa.
Nel libro proponi attività interattive dedicate ai bambini. Quanto è importante trasformare la lettura in un momento di dialogo e relazione tra adulti e bambini?
Per me la lettura ad alta voce non è un’attività che l’adulto fa per il bambino: è una cosa che si fa insieme, e le interruzioni non sono un disturbo, sono il punto. Le sere in cui raccontavo ai miei figli, i momenti migliori erano quelli in cui mi fermavano — “mamma, cosa vuol dire?”, “ma perché ha fatto così?”. Per questo Mou è costruito per essere interrotto: il grassetto con il glossario, le tappe brevi, le domande e le attività in fondo al libro. Un libro per bambini riesce quando, chiusa l’ultima pagina, la conversazione continua — quando la storia diventa un pretesto per parlarsi.
Le illustrazioni di Roberta Notarangelo accompagnano il viaggio di Mou creando un universo molto delicato. Come è nato il rapporto creativo con l’illustratrice?
Direi quasi per caso. Ho trovato il suo profilo in rete e mi sono innamorata del suo stile. Fortunatamente aveva tempo per una nuova collaborazione, nonostante i suoi numerosi impegni anche con case editrici importanti, ed è nata la magia!
Nel viaggio di Mou incontriamo diversi personaggi, umani e animali, ognuno dei quali porta con sé un insegnamento e un significato. C’è qualcuno tra loro che senti più vicino a te, un personaggio nel quale ti riconosci maggiormente o che rappresenta una parte della tua storia personale?
Mi riconosco molto nella signora Tina (il cui nome è tra l’altro un omaggio alla mia nonna materna). È l’unica adulta capace di vedere Mou, e non per caso: è chi ha vissuto abbastanza da smettere di credere di sapere già tutto. Io ho cominciato a scrivere a cinquant’anni, e credo che scrivere sia stato esattamente questo — riaprire gli occhi dell’immaginazione che da bambina avevo spalancati. In fondo, come Tina, anch’io ho ritrovato il mio Pongo: solo che il mio si chiama Mou.
Dopo “Mou”, quali sono i tuoi prossimi progetti? Ci sono nuove storie o nuovi temi che vorresti raccontare ai tuoi lettori?
Il mio problema è che mi è molto difficile mettere un freno alla mia immaginazione. Ci vuole davvero poco per stimolarla: una notizia, un aneddoto, un incontro o una battuta la scatenano facilmente e ho già in tasca diverse storie pronte ad essere trascritte, sia per un pubblico adulto che per i giovanissimi. In particolare ho pronte le trame di due volumi a tema fantasy e una serie di libri gialli per bambini con una talpa come protagonista. Nel breve termine invece sto terminando la lavorazione di un giallo per adulti che uscirà a dicembre di quest’anno, di una silloge poetica che uscirà a marzo e un mystery-distopico, sempre in programma per il 2027. Come per gli altri miei libri, al centro cerco sempre di porre temi universali quali il senso della vita, la libertà di autodeterminarsi, la paura della morte, il senso di colpa, e più in generale la riflessione su ciò che ci rende umani.